Otto canzoni per un ottavo album: il 16 gennaio Panico Dischi ha pubblicato “Il Console Generale”, la fatica più recente di Flavio Giurato. Annunciato dalle pagine social dell’artista poche settimane prima, il disco era in lavorazione da tempo e avrebbe dovuto intitolarsi “Back to Vinyl”. La pubblicazione è già una notizia di per sé, perché non stiamo parlando del più prolifico tra i cantautori. La carriera di questo anomalo musicista romano inizia quasi cinquant’anni fa, e vale la pena di riassumerla soprattutto perché è nettamente divisa in due. “Per futili motivi” (1978) è l’album di esordio: suscita attenzione grazie a un approccio compositivo originale e ad arrangiamenti raffinati che si rifanno in parte al Rock progressivo e al Jazz. Si tratta di un concept album, che ruota intorno alla storia di un ragazzo che compie diciotto anni alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia, nel secondo conflitto mondiale. I testi, in cui di frequente irrompe il romanesco, hanno uno spiccato taglio antifascista e antiautoritario, e già si scorge il fil rouge che attraverserà tutta l’opera successiva: la narrazione di microstorie che assumono però un senso universale.
Quattro anni più tardi, “Il tuffatore” consacra Flavio Giurato come artista di culto. Carlo Massarini, conduttore di “Mister Fantasy”, contribuisce attivamente a dare visibilità al disco, che ha una buona diffusione. Nel 2012, a distanza di tre decenni, l’album verrà inserito da Rolling Stone nel novero dei cento migliori dischi italiani di tutti i tempi. “Marco Polo” (1984) è un album geniale ma troppo sperimentale per l’ascoltatore medio, e segna la battuta d’arresto che porta all’interruzione dei rapporti tra Giurato e la sua casa discografica. Ne consegue un silenzio che dura anni, anche se Flavio continua a comporre e a esibirsi occasionalmente dal vivo. Procede nascosto, portando proprio Massarini a definirlo un fiume carsico che riemerge molte miglia più in là, quando nessuno se lo aspetta più.
Il percorso riprende ufficialmente con “Il manuale del cantautore” (2002), pubblicato da Vitaminic con un’interessante formula di distribuzione digitale. I fans della prima ora se ne accorgono, e nel giro di pochi anni arrivano un disco dal vivo e la versione fisica dell’album. Con Flavio Giurato, però, è necessario avere pazienza: “La scomparsa di Majorana” vede la luce solo nel 2015, “Le promesse del mondo” nel 2017. “Il Console Generale” arriva oggi, quasi un decennio dopo.
Flavio Giurato incarna un’anomalia pressoché irripetibile nella scena italiana, e non solo, e il termine “anomalia” va inteso nel senso più positivo. All’inizio, sviluppa la sua musica nel periodo in cui una nuova generazione sta riscrivendo le regole del cantautorato degli anni Settanta, ma segue traiettorie sghembe anche rispetto alle nuove regole. Fin dall’inizio, la sua produzione è caratterizzata da tre elementi: una voce incisiva e teatrale, che non insegue la bellezza estetica; testi ermetici, spesso assimilabili a flussi di coscienza; la cura maniacale degli arrangiamenti e della ripresa sonora, senza concessioni all’elettronica dilagante del periodo. È difficile assimilarlo a qualche altro protagonista della scena dell’epoca, perché fa eccezione su tutti i fronti, così come è difficile tracciare parallelismi con artisti internazionali. Per eccentricità, coerenza e noncuranza verso le regole del mercato, Peter Hammill e Robert Wyatt potrebbero essere dei riferimenti: con loro, Flavio Giurato condivide una carriera relativamente poco visibile, ma seminale, in grado di incidere nel profondo della scena contemporanea.
I quindici anni di silenzio intercorsi tra “Marco Polo” e “Il manuale del cantautore” hanno cambiato in parte le regole degli esordi. Se un album come “Il tuffatore” è caratterizzato da arrangiamenti variopinti, con parti affidate a strumentisti leggendari come Mel Collins e Ray Cooper, la produzione degli ultimi lavori è rarefatta e talora scarnificata. Le canzoni si cristallizzano intorno a moduli minimalisti e ripetitivi. I testi sono nuclei di parole ripetute e frasi reiterate, quasi volessero conficcarsi nell’anima dell’ascoltatore. Muta anche lo stile di scrittura: le rime si diradano, cedendo di frequente il passo ad assonanze e versi sciolti. Il canto si fa sempre più introspettivo, e la perfezione formale dell’esecuzione passa in secondo piano: lo scopo è emozionare e fare riflettere, non levigare. Flavio Giurato è uno dei rari casi in cui abbia senso parlare di “perfezione dell’imperfezione”. Con meno struttura musicale a sostenerle, le parole si proiettano in prima linea e acquisiscono un’importanza ancora maggiore che in passato, mentre il carattere ermetico dei testi lascia all’ascoltatore margini molto ampi di interpretazione personale, al punto che è difficile descriverli in maniera oggettiva.
Avvicinandosi al nuovo lavoro, si incontrano trame bellissime ma difficili da dipanare, e coaguli verbali enigmatici che paiono pulsare di vita propria. Così come i dischi precedenti, “Il Console Generale” genera un campo di forze sfuggente. È la conferma, per riprendere una felice espressione di Giuliano Ciao, che l’autore “si è sperperato”: non si risparmia, e nulla risparmia a chi ascolta. È giusto così. Anzi, se mai non fosse così, questo album non avrebbe senso. La chitarra è lo strumento dominante nell’album, ed è suonata in modo semplice solo in apparenza. In realtà, lo strumento viene usato, più che suonato, alla ricerca di suoni percussivi, di arpeggi spezzati che talvolta sfilacciano la suddivisione in battute, con il canto che non vuole saperne di cadere sugli accenti ritmici e oscilla di continuo, anche se in modo appena percettibile, intorno all’unica pulsazione che conta: quella interiore. Occasionalmente appaiono altri strumenti, come il pianoforte in apertura del brano che dà il titolo all’album, qualche lancinante chitarra elettrica, e in “Ricarica” una batteria elettronica torturata da spaventose accelerazioni. Solo il brano finale è arrangiato in maniera corale, per un’intera band, rispettando una delle costanti dei lavori più recenti.
Descrivere i singoli brani avrebbe scarso significato, perché la sensazione è che l’opera si compia solo nel suo insieme; né è corretto togliere a chi ascolta il gusto della sorpresa. Sembra però esserci un’unità tematica che attraversa tutte le canzoni, otto in totale, per quarantacinque minuti di musica: i personaggi che si muovono sulla scena sono in un modo o nell’altro isolati. Ognuno degli attori incarna la propria microstoria di straniata solitudine che, inspiegabilmente, diventa la nostra nel momento in cui ascoltiamo.
Così, è isolato l’intrepido bambino-cosmonauta del brano di apertura, in inglese; lo è la ragazza che non balla il Tahiti Tamuré nel devastante scenario di Birkenau, teatro della seconda canzone; lo è il giovanissimo detenuto de “La prossima liberazione”, il cui testo vede come coautore un ospite dell’Istituto Penale per i Minorenni di Bari. È isolato il Cubano che, quando confessa a Laura la sua falsa identità, non viene creduto; lo è il protagonista di un film sospettosamente simile a un destino ineludibile, girato nel cuore di Roma. Sono isolati i soldati romani che hanno lasciato le loro donne per recarsi a combattere all’ombra delle bianche scogliere di Dover, e ancora di più lo è il Console Generale che li conduce; è destinato all’incomunicabilità il telefono cellulare (naturalmente una metafora) che vorrebbe connettersi per ricaricarsi con un suo simile, ma non può farlo per via di un’interfaccia incompatibile. Soprattutto, è isolato il vento del deserto di “Caravan”, che conclude la parabola dell’album spazzando ogni cosa e tagliando letteralmente in due la storia.
Forse proprio l’ultimo brano potrebbe rappresentare l’intero lavoro. Non è una canzone inedita, perché compare in coda a “Nuovo Marco Polo”, l’album del 2020 che contiene una lunga narrazione parlata sulla vita dell’esploratore veneziano. Si tratta di dodici minuti di musica, tutti giocati su due soli accordi che si alternano senza variazioni. Il testo prende le mosse da una partenza per le vacanze che si trasforma in un viaggio attraverso il deserto, sospeso tra miraggio e orrore. Ma attenzione: non tutto va preso alla lettera, perché la giusta cifra di lettura di quasi ogni testo cantato da questo artista è la metafora. Cantato, più che scritto, perché gli album di Flavio Giurato seguono regole sorprendenti: non esiste metronomo, non esiste editing finalizzato a raddrizzare tutto; non esistono neppure leggii e fogli di carta, in base al principio che nessun diaframma deve interporsi tra voce e microfono; vale la prima esecuzione, con le sue perfette imperfezioni. Queste sono informazioni che Flavio ha confermato nel corso di una lunga e illuminante chiacchierata, necessaria per tentare di entrare con il piede giusto nel dedalo dell’album, che sfugge a ogni categorizzazione.
È difficile immaginare un disco più indifferente de “Il Console Generale” a qualsivoglia logica di mercato. È un prodotto artigianale, dall’apparenza grezza ma frutto in realtà di un lungo lavoro di limatura e cesello: lo stesso che caratterizza tutte le prove precedenti. Il discorso su quanto Flavio Giurato avrebbe meritato di più, su quanto il suo approccio abbia comunque influenzato, in maniera silente, alcuni dei migliori cantautori dell’ultima generazione, in fondo lascia il tempo che trova. Ascoltando “Il Console Generale” si ha l’impressione che l’isolamento fatto di silenzi pieni di tensione creativa sia la condizione necessaria affinché la poesia possa sgorgare da un apparente nulla. Il ribattere gli accordi sulla chitarra, la perdita consapevole e serena della pulsazione ritmica, l’insistere a oltranza sulla stessa parola (“che non è mai identica a se stessa”, mi è stato fatto notare), sono il tratto caratteristico di un uomo che ha un vantaggio enorme su alcuni dei suoi colleghi: sa cosa vuole cantare, lo fa nel modo che preferisce, e non pare in alcun modo influenzato da ciò che il mondo penserà del risultato. La sua discografia è preziosa perché, come poche altre, mette a nudo un percorso interiore che fa apparire il dilagante piattume (non solo musicale) del presente come qualcosa a cui non solo dobbiamo ma possiamo rinunciare. Di questi tempi, come si dice, scusate se è poco.
L’augurio è che questa vena unica non finisca mai, insieme al desiderio innato di partire che traspare da ogni brano: una partenza con lo sguardo rivolto a Est più che a un Occidente da cui, forse, sarebbe meglio che non giungesse suono. Il desiderio di Flavio è lo stesso di un novello Marco Polo, l’entusiasmo e l’energia sono quelli dei nuovi marinai che già tirano le funi. Perché, come afferma “Caravan” nel finale, “solo se si parte eventualmente si arriva”. Già, eventualmente. Ma forse, l’unica via d’uscita per trovare il proprio percorso interiore è abbandonarsi a un’allucinazione nel deserto, che è, in fondo, tutto ciò che ci circonda.
Articolo di Marco Olivotto
Track list “Il Console Generale”
- Intrepid Cosmonaut
- Tahiti Tamuré
- La prossima liberazione
- Laura e il Cubano
- Atene 4
- Il Console Generale
- Ricarica
- Caravan
Flavio Giurato online:
Web: https://www.flaviogiurato.it/
Instagram: https://www.instagram.com/flavio.giurato/
