“The Mountain” è il nuovo album dei Gorillaz pubblicato il 27 febbraio per la loro etichetta indipendente Kong, con una track list di quindici tracce portate alla massima sperimentazione. Il tema? Forse, la questione tra le questioni: la morte.
Un album dall’aldilà per l’aldiquà
Una premessa. Sarà difficile essere distaccati per un paio di non trascurabili motivi. Il primo ha un nome e un cognome: Damon Albarn, per tutto quello che ha rappresentato con i Blur prima e con i Gorillaz poi. Il secondo è che la linea narrativa alla base del progetto della band – vedi alla voce “Jamie Hewlett” – mi cattura dai tempi di “Clint Eastwood”, quindi alzo le mani e veniamo ai fatti. Se sei in piena crisi e devi rielaborare la tua esistenza, il senso delle cose, valutando luci e ombre, gioie e dolori, dove vai? In India. Murdoc, come dichiarato dallo stesso Albarn, è in una fase contemplativa e ha abbracciato un percorso che si potrebbe definire “sadhu chic”. D’altra parte, storicamente, come ricorda anche un post su Instagram, i personaggi immaginari dei Gorillaz erano sbarcati a Mumbai già nel 2023, sfuggendo con passaporti contraffatti alla polizia di Los Angeles.
Ma, come spesso accade, la realtà virtuale, culminata in questo nono lavoro, è proiezione concreta del duo Albarn- Hewlett, per cui questo viaggio insieme verso l’India ha ragioni profonde. Entrambi, infatti, hanno dovuto affrontare dei lutti personali ed è proprio a Varanasi che Albarn si è recato per spargere le ceneri del padre defunto. Da qui l’idea di un disco che parlasse della perdita dei propri cari non dalla “prospettiva occidentale”, ma attraverso la lente, meno appannata di quella a buon mercato spesso, oggi, propinata dai social, delle filosofie orientali e della reincarnazione. Una scalata verso la montagna (“The Mountain”), intrapresa con estremo rispetto, alla ricerca di qualcosa, nel tentativo, se possibile, di rendere la morte meno spaventosa.
Caos spirituale
Un cammino fatto di contaminazioni, suoni, sapori e lingue differenti (inglese, hindi, arabo, spagnolo e yoruba), visioni e contatti dal “mondo altro” con collaborazioni postume di artisti come il batterista Tony Allen, Mark E. Smith dei Fall, Bobby Womack e l’attore Dennis Hopper. Interventi che, in questo modo, vengono consegnati all’eternità.
Una ricerca creativa ispirata, continua e costante – che in pochi, diciamolo, sanno portare avanti come Albarn – che ha dato origine a un disco corale, globale ma, al tempo stesso, intimo e ascetico, che mira alla vetta di una trascendenza-pop in grado di equilibrare melodie agrodolci (“The Hardest Thing” e “Orange County”, dove un fischiettio spensierato fa da sfondo sonoro a una cruda verità: “la cosa più difficile è dire addio a qualcuno che ami”), pezzi energici (come “Damascus”, che trascina nella vertigine di una danza di dervisci) e toni più cupi con brani come “Delirium”, a dir poco sorprendenti. Ogni pezzo, qui, si fa custode di una peculiarità colorata: come se ci si trovasse in mezzo alla folla tra incroci di volti, sguardi… in un traffico incontrollato che parla all’anima, punta le nuvole e si interroga in un dialogo diretto tra connessione e accettazione. Un caos spirituale che, quando serve, sa farsi silenzio, eco, tamburo, introspezione e tocca le corde di chi vuole sentire, di chi ha paura di ascoltarsi o di chi, invece, vorrebbe solo anestetizzare quel che prova.
Trip interculturale
Collaborazioni interessanti, di livello: in “The God of Lying” con gli Idles o, ad esempio, con gli Sparks, nella riuscitissima “The Happy Dictator” (che provocatoriamente intona: No more bad news / So you can sleep well at night / And the palace of your mind will be bright), due tracce rilasciate prima dell’uscita dell’album completo, che contiene chicche come “The Manifesto” e “The Plastic Guru”. “The Mountain”, “The Moon Cave” e “The Sad God” sono persino riunite in un poetico cortometraggio animato (lo trovate qui sotto), diretto da Hewlett, che prova a delineare il senso dell’esistenza. E poi i tanti nomi di artisti indiani. Giusto per citarne alcuni: Ajay Prasanna al bansuri, il flauto indiano, Anoushka Shankar al sitar (la figlia della leggenda Ravi), Amaan Ali Bangash e Ayaan Ali Bangash al sarod.
Pienezza
Un trip dove ogni fermata merita la sosta e lancia un messaggio, una riflessione, una sensazione di consapevolezza più tonda. Ed è proprio in questa pienezza – di dolore, di passaggio, di speranza – che si ritrova la primordiale sintonia tra Albarn e Hewlett che, a venticinque anni dall’esordio dei Gorillaz, danno prova di un eclettismo più unico che raro. E studiano, sperimentano, scalano. E, così, la “Melancholy Hill” si trasmuta nell’ambiziosa cima di “The Mountain”.
Articolo di Antonella Andriuolo
Tracklist “The Mountain”
1. The Mountain (feat. Dennis Hopper, Ajay Prasanna, Anoushka Shankar, Amaan Ali Bangash and Ayaan Ali Bangash)
2. The Moon Cave (feat. Asha Puthli, Bobby Womack, Dave Jolicoeur, Jalen Ngonda and Black Thought)
3. The Happy Dictator (feat. Sparks)
4. The Hardest Thing (feat. Tony Allen)
5. Orange County (feat. Bizarrap, Kara Jackson and Anoushka Shankar)
6. The God of Lying (feat. IDLES)
7. The Empty Dream Machine (feat. Black Thought, Johnny Marr and Anoushka Shankar)
8. The Manifesto (feat. Trueno and Proof)
9. The Plastic Guru (feat. Johnny Marr and Anoushka Shankar)
10. Delirium (feat. Mark E. Smith)
11. Damascus (feat. Omar Souleyman and Yasiin Bey)
12. The Shadowy Light (feat. Asha Bhosle, Gruff Rhys, Ajay Prasanna, Amaan Ali Bangash and Ayaan Ali Bangash)
13. Casablanca (feat. Paul Simonon and Johnny Marr) (03:46)
14. The Sweet Prince (feat. Ajay Prasanna, Johnny Marr and Anoushka Shankar)
15. The Sad God (feat. Black Thought, Ajay Prasanna and Anoushka Shankar)
Gorillaz online:
Website www.gorillaz.com
Instagram https://www.instagram.com/gorillaz/
YouTube https://www.youtube.com/@Gorillaz
