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Grazian “Grazian”

Il nuovo lavoro del cantautore sorprende non solo per la qualità della scrittura, ma anche per la ricchezza degli arrangiamenti

“Grazian” è il nuovo album di Alessandro Grazian, uscito il 7 novembre in forma autoprodotta. Arriva a dieci anni di distanza da “L’età più forte” e venti dopo l’esordio di “Caduto”. È un album da ascoltare, perché pone molte domande che vanno oltre il suo contenuto. La scelta di uscire senza un’etichetta alle spalle è già di per sé rivelatrice, ma di questo parleremo presto in un’intervista con l’artista, che in questa pubblicazione lascia cadere il nome proprio e si presenta con il solo cognome. Dieci anni tra due uscite discografiche non sono pochi, ma si riferiscono all’attività dell’artista in ambito cantautorale. Il musicista veneto naturalizzato milanese ha coltivato nel frattempo numerosi progetti e collaborazioni. Per citarne solo due, “Torso Virile Colossale”, progetto musicale dedicato al cinema peplum italiano, che ha riscosso notevole successo e ha generato due album; inoltre, l’entrata nell’Orchestrina Di Molto Agevole, ideata da Enrico Gabrielli.

Prima di parlare di questa opera, è utile riflettere sul significato della parola “cantautore” nel 2025. In senso stretto, un cantautore è un cantante di musica leggera (nel senso di “non colta”) che compone personalmente le canzoni che esegue. Il termine si contrappone a “interprete”, ma porta con sé anche un significato legato allo spessore dei testi. Al termine si associa di solito l’idea che la canzone non sia soltanto un prodotto di puro intrattenimento, la cosiddetta “canzonetta”, ma che possa esplorare tematiche più profonde, che spaziano dal mondo interiore fino al sociale e talvolta arrivano ad assumere una connotazione politica.

A chi non ha più venti anni, la parola evoca i nomi di Luigi Tenco, Sergio Endrigo, Fabrizio De André, e poi su, lungo gli anni, tutta la scena che va da Francesco De Gregori ai giorni nostri. La figura del cantante solitario che si esibisce imbracciando solo la propria chitarra è stata però superata da lungo tempo: lo stile musicale si è evoluto, integrando nel cantautorato sonorità e suggestioni musicali di generi diversi. Oggi la definizione “Folk” risulta spesso riduttiva, ma permane nell’immaginario di chi ascolta. Il risultato è che alcuni artisti, cantautori fino al midollo, vengono guardati con sospetto perché si discostano molto dalla scuola canonica. D’altronde, Bob Dylan stesso fu fischiato a Newport nel 1965, perché aveva osato salire sul palco con una chitarra elettrica e una band. Era difficile, all’epoca, capire che si trattava di un’innovazione e non di un tradimento del Folk.

Grazian rientra senza dubbio nella categoria degli innovatori, e questa posizione è spesso ingrata. Il suo nuovo album sorprende non solo per la qualità della scrittura, ma anche per la ricchezza degli arrangiamenti, curati da lui stesso. A mio parere, è un disco che si posiziona nel cerchio più alto del Pop, scritto e realizzato però da un cantautore. Attenzione: “Pop” non ha in questo contesto alcuna attinenza con il termine “leggero” o “commerciale”. L’operazione di Grazian è molto più raffinata della media delle produzioni mainstream di oggi, e sembra rifarsi a quella che definirei “cinematografia della canzone”: ci sono un tema, dei protagonisti, un set principale, una narrazione per scene, una circolarità che porta l’opera a finire esattamente dov’era iniziata. Tuttavia, “Grazian” non è un concept album, ed evita così di addentrarsi in un terreno spesso scivoloso e, diciamolo, potenzialmente pretenzioso.

Il tema principale che attraversa tutte le canzoni è quello dell’amore. Meglio ancora, delle relazioni: un tema a suo volta pericoloso, perché abusato al punto di far rischiare l’autoreferenzialità a chi lo affronta. L’argomento viene però trattato così bene, in questo caso, che è impossibile capire quanto delle canzoni provenga dal vissuto dell’artista e quanto sia invece frutto di narrazione astratta. I protagonisti della storia sono un ragazzo e una ragazza, senza nome, che si incontrano, si vivono e si lasciano con Milano sullo sfondo. Il capoluogo lombardo, città adottiva di Grazian ormai da molti anni, è il set sul quale l’azione si svolge, con sporadici scorci su altre città (Torino e Berlino, in particolare). Milano viene dipinta a tratti bellissima e a tratti alienante, come nel recente e splendido “In fatti ostili” dei Delta V (la nostra recensione), e tratteggia uno scenario che si riesce quasi a visualizzare ascoltando i brani.

L’idea che ogni canzone sia assimilabile alla scena di un film è potente, e dona all’album un’unitarietà granitica. Per questo motivo è difficile soffermarsi sui singoli brani, che appaiono sottilmente connessi grazie ad alcuni passaggi musicali che, spesso in maniera subliminale, si ripetono in diverse composizioni. Perché di composizioni in miniatura si tratta: c’è una logica precisa nelle scelte sonore, che talvolta strizzano l’occhio a certo nobile Pop britannico degli anni ‘70 (principalmente nell’utilizzo del pianoforte e nella scansione ritmica), pur restando molto contemporanee. Gli arrangiamenti non sono affatto scontati: ci sono suggestioni acustiche, ma anche assalti rock, momenti che sfiorano il Noise, e un pizzico di gusto vintage che non guasta mai. Cosa anche più importante, tutto appare molto “suonato”, senza eccessi elettronici che spesso riescono a confondere anche le idee più nitide.

Anche per questo motivo, l’album va ascoltato integralmente, da cima a fondo, per essere apprezzato completamente. Il punto culminante, in cui la storia si conclude, è la splendida “Via Saterna”, che nasce da un’ispirazione non scontata: il riferimento è alla strada (inesistente) di Milano descritta nel controverso “Poema a fumetti” di Dino Buzzati (Mondadori, 1969), in cui il mito di Orfeo ed Euridice viene trasposto nel presente. C’è anche una sottile suggestione: il protagonista maschile del poema dello scrittore bellunese è un cantautore rock. Coincidenza? Chissà, ma è in questa canzone che i due ragazzi che attraversano tutto l’album svaniscono, inghiottiti dal mondo che li circonda. Non sono solo i loro corpi a svanire: scompaiono i loro sentimenti, scompare indirettamente ogni morale, scompare il tessuto collettivo che riunisce le persone (“E intanto hanno chiuso più della metà dei locali di questa città!”)

“Grazian” è un disco complesso e prezioso, oserei dire raro, che in un mondo musicale sano uscirebbe grazie al supporto convinto di qualche etichetta lungimirante. Nella sua totale onestà, il disco manifesta un’urgenza compositiva e comunicativa non comuni, e si situa a distanze siderali dall’appiattimento musicale dilagante. Si può solo essere grati ad Alessandro Grazian per averlo voluto, concepito e realizzato. Chissà che non diventi uno dei lavori seminali che finiranno per influenzare, per quanto possibile nella scena odierna, i cantautori di nuova generazione. Ai quali non potrà bastare una chitarra e una reminiscenza di “Masters of War” per definirsi tali.

Articolo di Marco Olivotto

Track list “GRAZIAN”

  1. Ragazzo/a
  2. Scontro Frontale
  3. Voglio Amarvi
  4. Cuore 
  5. Una cosa 
  6. Uno shot 
  7. Nonostante 
  8. L’amore che non va
  9. Quei due 
  10. Via Saterna 
  11. Chiedi a Barabba 
  12. Ragazzo/a (ripresa)

Line up Grazian: Alessandro Grazian Voce, basso, pianoforte, organo, moog, banjo, piano Fender Rhodes, chitarra elettrica, chitarra acustica & chitarra acustica 12 corde / Davide Andreoni Moog, chitarra elettrica (1,2,5,7,8) & organo (10) / Enrico Gabrielli Sax tenore, sax contralto, clarinetto basso & Flauto traverso / Emanuele Alosi Batteria & percussioni / Francesco Chimenti Pianoforte (6) / Franco Pratesi Violino / Gino Sorgente Percussioni (8) / Alfonsina Pansera Cori (11)

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