Green Day Dookie

Green Day “Dookie”

Green Day “Dookie” – Reprise Records 1994 [#OldiesButGoldies] Avevo iniziato con il recensire “Insomniac”, l’album dei Green Day del 1995 successivo a “Dookie”, ma ogni riferimento, ogni ricordo, ogni inizio, mi riporta a questo disco.

Green Day “Dookie” – Reprise Records 1994

[#OldiesButGoldies]

Avevo iniziato con il recensire “Insomniac”, l’album dei Green Day del 1995 successivo a “Dookie”, ma ogni riferimento, ogni ricordo, ogni inizio, mi riporta a questo disco.
Era l’estate del 1994 quando un mio cugino mi mise tra le mani per la prima volta questo cd raffigurante un’esplosione derivata da una serie di bombe sganciate da un aereo pilotato da un cane con la lingua di fuori. Uno spaccato, quello rappresentato sull’artwork, che indica una rivolta, una società che si ribella e si ribalta. Animali pronti a lanciare merda, spazzatura ed altri oggetti per le strade, quella stessa merda dal cui cumulo fuoriesce il titolo dell’album. Colline inquinate, rapine, robot, spaventapasseri animati, forse anche una caricatura di Elvis, uomini con la clava… il tutto osservato su di una nuvola da un immaginario Dio compiaciuto dalla scena, una scena di deliri frutto della visione dell’illustratore Richie Bucher.

Avevo 10 anni quell’anno e tutto, inevitabilmente, dentro di me cambiò. “Dookie” ha avuto il dono di rendermi quantomeno moderatamente punk. Di seguito poi ci sono stati tutti gli altri, ma questa, per me, è la genesi, e io non posso fare a meno di esserci affezionato. Il sentimento, si sa, offusca la mente, e allora che tuffo nostalgico sia. Ripercorro virtualmente i 39 minuti e 46 di questa musicassetta TDK da 120 minuti, sì, perché quel cd corsi subito a riversarlo su cassetta. Chissà come impiegai il rimanente spazio libero. All’epoca non sapevo che questo lavoro era frutto della prima collaborazione tra i nuovi Green Day – nuovi perché nel frattempo Tré Cool aveva preso definitivamente il posto di John Kiffmeyer alla batteria – e Rob Cavallo della Reprise, prima grande major che offrì loro un contratto dopo il discreto successo del precedente “Kerplunk”.

Non sapevo che Kerrang! lo avesse inserito nella lista dei 100 album da ascoltare prima di morire, e non sapevo neanche che sarebbe arrivato a vendere oltre 15 milioni di copie in tutto il mondo. Mi affascinava il ritmo veloce delle canzoni, i video musicali; come non ricordare, tra tutti, “Basket Case”, girato all’interno di una clinica psichiatrica? Al suo interno vi erano gli elementi essenziali che componevano una band: voce e chitarra, basso, batteria/percussioni. C’era forse il bisogno di svegliarsi un po’ dal torpore, in quella calda estate del 1994, e quella band di ventiduenni ci riuscì. Parlavano di sesso, fumo, cannabis e masturbazione, e fortunatamente il mio inglese al tempo non era poi così ferrato da comprenderne a fondo i testi.

Si provava a tradurre qualche parola con il dizionario, con l’aiuto del già citato cugino, ma mi limitavo a lasciarmi trasportare dal clima californiano e da quelle schitarrate che, di lì a poco mi avrebbero portato a conoscere un altro gruppo segnante nella mia vita, i Ramones. Già, i Ramones, tutto gira, sempre o quasi, in modo concentrico attorno a loro. Velocità di esecuzione, la stessa a cui i Green Day hanno fatto ritorno anche in “Father Of All Motherfuckers”, loro ultimo album recensito poche settimane fa, c’è la figlia di Tré, Ramona, nome omaggio a Joey. Ci sono quegli elementi essenziali ma fondamentali.

L’ascolto, dicevamo, sui due minuti scarsi di “Burnout” già ci brucia sui tamburi di Tré, anche perché I’m not growing up, I’m just burning out. Gli esplosivi, lo abbiamo capito fin dalla copertina, sono gli elementi strutturali dell’intero disco, e non potevano non fare la loro comparsa su “Having a Blast”, non auto-distruggiamoci, non facciamoci schiacciare dalle piccole cose. Si passa a “Chump”. Ragazzi giovani, ma temi non troppo adolescenziali, anzi, tutt’altro. “Longview”, brano che grazie a MTV ha contribuito a dargli il successo. Video girato con due lire nell’appartamento di Billie Joe e di Mike. Parte piano per poi esplodere in tutta la sua forza, forza che racchiude la voglia di uscire da uno stato catatonico. In a house with unlocked doors and I’m fucking lazy! “Longview” è anche il primo singolo estratto di “Dookie”.

Ci avviciniamo alla storia. Traccia numero 5 e secondo singolo estratto. “Welcome to Paradise”. Brano stile punk pop, caratterizzato da un lungo assolo di basso, un riff che si protrae per oltre un minuto. “Welcome to Paradise” è anche il brano più lungo dell’album con i suoi 3’44” dopo l’ultima traccia F.O.D. Si poga e si fa diving sotto palco. Eh già, giugno 2020, mese che avrebbe dovuto riportare il trio di Berkeley a Firenze, sembrava così vicino ma che poi le circostanze hanno allontanato in modo inesorabile.

Giusto il tempo di tirare il fiato su “Pulling Teeth”. Amori violenti, amori disturbati. Si ama, ci si spezza, ci si consegna alla storia. Arriva “Basket Case”. Amata. Odiata. Tutti i gruppi ne hanno una. Non è la classica hits da stadio come Wonderwall ma è comunque il brano simbolo e più in assoluto Green Day dei Green Day. Nel 2006 viene votata come la più grande canzone punk di tutti i tempi. Meno melodia più aggressività; c’è la chitarra distorta in sottofondo che aumenta di ritmo vertiginosamente. Ancora ansie e frustrazioni. Sono i sentimenti dei ventenni, sono gli stati d’animo di Billie Joe. Tre minuti scarsi per essere ricordati per sempre. Do you have the time, to listen to me whine, chi non la sa si è pregato di accomodarsi all’uscita.

Successivamente compare “She”, dedicata a una donna. Segue “Sassafras Roots” per passare al quarto singolo estratto, “When I Come Around”. Ancora una donna e una litigata presente nel brano. Ci avviciniamo alla parte conclusiva, nella quale si affrontano i momenti di confusione del cantante. A questo tema è dedicata “Coming Clean” e al presunto stato di bisessualità di Billie Joe. Su “Emenius Sleepus” sono addirittura uno e quarantatré i minuti! Brano scritto in questo caso da Mike Dirnt. “In the End” è invece dedicata al patrigno di Billie Joe. Why do you want him? “Fuck Off and Die” include la traccia fantasma “All By My Self” cantata da Tré Cool. “F.O.D. si apre in acustico voce e chitarra di Billie Joe per poi esplodere in perfetto style nel rimanente minuto e mezzo finale.

Sono passati “solo” ventisei anni dalla release di questo album. Troppo presto per definirlo un “Oldies but Goldies”? Forse sì, ma rimane il fatto che certe incisioni culturali non possono esser trascurate. Ai Green Day il merito di aver riproposto il genere Punk al grande pubblico. Nonostante, a mio parere, “Insomniac” sia il disco della maturità artistica, né questo né i successivi lavori hanno eguagliato il successo commerciale di “Dookie”, ma ai Green Day va riconosciuto l’essersi proposti, nel corso degli anni, come una delle band più alternative di sempre, impegnati quando serve – vedi “American Idiot” –, mai scontati né banali. Costanti nel loro modo di essere, non hanno mai tradito, se si può dire, i loro fan riuscendo a bilanciare la fidelizzazione all’ascolto tra gli ex-ragazzini (tipo me) ed i nuovi follower. Qualunque cosa tu faccia, l’importante è che tu la faccia con il cuore, e la gente capirà disse Armstrong una volta. Beh, io ci credo, ventisei anni dopo.

Articolo di Andrea Scarfì

Track list “Dookie”

1. Burnout
2. Having a Blast
3. Chump
4. Longview
5. Welcome to Paradise
6. Pulling Teeth”
7. Basket Case
8. She
9. Sassafras Roots
10. When I Come Around
11. Coming Clean
12. Emenius Sleepus
13. In the End
14. F.O.D.

Line up Green Day

Billie Joe Armstrong – Chitarra, voce
Mike Dirnt – Basso
Tré Cool – Batteria

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