“Whicch Witchh” è il titolo dell’album d’esordio di J.D. Woodbine, fuori il 9 gennaio 2026 per Trulletto Records. Come spesso accade con i dischi che amiamo dal primo ascolto dichiariamo subito che siamo davanti a uno dei dischi che metteremo per certi nella top ten del 2026, e credo proprio che andrà a occupare le prime cinque posizioni. Vero è che colleghi blasonati sono stati un po’ di manica stretta, ma io resto legato a Sartre, e dunque non si può mai prescindere dal contesto nel quale un fenomeno nasce e si sviluppa. Nel nostro caso, il contesto è il panorama musicale attuale, che credo non serva descrivere. Quanto meno quello maggioritario. Diversa, invece, la situazione nel sottosopra del panorama musicale minoritario. Qui la vitalità c’è, eccome. Ed ecco che trovare un artista giovane – sia anagraficamente parlando sia da un punto di vista di produzione artistica, perché questo è un primo album – che si muove con grande sapienza e consapevolezza fra, a braccio, Nick Cave, Calexico, Fontaines D.C., il miglior Capossela, C.W. Stoneking, Howlin’ Wolf, Timber Timbre, Screamin’ Jay Hawkins e, allo stesso tempo, il tex-mex, e poi il blues, il roots e il folk di confine, non credo sia facile.
Certo, le nuove leve si sono emancipate da un passato ingombrante, quanto importante, tutto italiano. Sanno spaziare, hanno fatto propria l’etica dei Barbari di Baricco, e cioè il movimento e il surfare in giro per il mondo. Quindi è normale che dalla Puglia, terra nativa del songwriter Daniele Sabatelli (vero nome di J.D. Woodbine), voce e autore dei propri testi, si giunga in tutto il mondo. Il percorso ricorda quello del veneto Phil Reynolds (Silva Martino Cantele), anche lui capace di staccarsi dalla dimensione local per trovare spazi più ampi nei quali far vivere e crescere la sua musica. Questa capacità di emanciparsi ci regala, parafrasando Guccini, una dimensione internazionale più concreta e reale di quella sognata nei film e nei romanzi degli anni ’70. Il risultato è un album che senza dubbio va stretto in Italia, ma che fuori dai confini del Bel Paese troverebbe quella giustizia che qui, nei sacri Limes della musica a uso e consumo dei critici severi e austeri, non sembra venirgli riconosciuta.
Noi siamo di un’idea diversa, e ne siamo molto felici. Questo è un bell’album, che esprime creatività, visione d’insieme, capacità di pescare, mescolare e rimaneggiare nel mare magnum di un mondo musicale fatto di fumo, di notti lunghe, di polvere sotto i denti e fra i capelli, di errori e di ripensamenti, di atmosfere alla Breaking Bad e con la pulizia formale delle immagini di Clint Eastwood. La voce è decisamente matura, capace di regalare momenti da bar caotico come in “Black Magic”, e atmosfere piene come in “Miror Miror”, ma di certo c’è una cosa: i risultati del portafoglio formativo voluto da quella ministra dell’istruzione hanno dato i loro frutti. Qui si canta infatti in un inglese senza nessuna cadenza italiota. “Funeral Pyre” è un manuale di pronuncia, brano degno del miglior Hugo Race.
Un disco ricco, con la tromba di Antonio Fallacara che impreziosisce brani come “Snake’S Eyes”, canzone che ci porta nei vicoli di New Orleans, ma anche di città popolate di contaminazioni e di migranti. E anche quando ci si imbatte in brani più convenzionali come “Black Widow” non si cade mai nel banale. “Bad Miracle” – in buona compagnia con l’inizio (solo quello) di “Black Magic” – è il brano che ricorda il mondo di Nick Cave (certo, senza il suono acido dei suoi Bad Seeds). “Oh Friend”, ballata e pezzo cantautorale notturno, canzone da fine serata, dove la nostalgia di questo disco emerge in modo rilevante, è uno dei pezzi musicalmente più ricchi, con Woodbine che in modo evidente rimanda al modo di cantare di Grian Chatten dei Fontaines D.C.
Il disco si chiude con “Shake”, brano che consente di uscire da quelle atmosfere funeral jazz che hanno dominato per otto canzoni il mood dell’album, e di creare quella catarsi che l’autore cercava, visto che i brani, ha dichiarato lo stesso Woodbine, sono nati da esperienze reali — amori improvvisi, delusioni inattese, errori, slanci, cadute — ma nel tempo hanno assunto una forma autonoma, diventando qualcosa di più grande della storia personale. “Shake” è il ballo propiziatorio, il ballo che permette di uscire a rivedere un poco di luce, sul fare del giorno, senza abbandonare la notte. Le chitarre sperimentali non se ne vanno, ma di certo si accenna qui a un sorriso con questi ultimi accordi.
Un album bello, bello davvero, che pur se nato da delusioni e da errori, riesce comunque a regalare passione, a coinvolgere e a esigere di essere continuamente ascoltato. Cosa chiedere di più a un’opera prima? Sinceramente: non sapremmo.
Articolo di Luca Cremonesi
Track list “Whicch Witchh”
- Black Magic
- Mirror Mirror
- Funeral Pyre
- Snake’S Eyes
- Black Widow
- Whicch Witchh
- Bad Miracle
- Oh Friend
- Shake
Line up J.D. Woodbine: voce / Sebastiano Lillo chitarre e voci / Marco Meledandri basso / Maurizio Indolfi batteria e percussioni / Paolo Palmieri & Aldo Di Paolo tastiere / Antonio Fallacara tromba / Carlo Petrosillo contrabbasso / Daniele Palmisano flauto
J.D. Woodbine online:
Instagram: https://www.instagram.com/_j.d.woodbine_/
