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Kæry Ann “Moonstone”

Dark Folk, Shoegaze, qualche ammiccamento al Grunge, con qua e là un pizzico di Psichedelia e tinte che arrivano dal Doom e dallo Stoner

Il 23 gennaio è uscito “Moonstone” (Subsound Records, disponibile sulle piattaforme online, in vinile e in cd), il secondo album di Kæry Ann, nome d’arte della mantovana Erika Azzini. Un disco bello, che si candida a essere sul podio dei migliori lavori usciti nel corrente anno nel nostro Paese. Sette tracce (sei inedite e una cover), per un totale di 39 minuti e poco più, che regalano intensità e passione già dalla prima traccia, “Puritatem Tuam Interiorem Serva”, con testo in latino.

Se il primo lavoro, “Songs Of Grace And Ruin”, uscito tre anni fa, già metteva in evidenza un’ottima maturità di Kæry Ann, con suoni però più vicini al mondo dark folk, con accenni allo Shoegaze, qualche ammiccamento al Grunge e derivati, senza disprezzare la scena underground dei suoni affini, con qua e là un pizzico di Psichedelia (senza eccedere, dato che è un genere ormai desueto), il nuovo “Moonstone” fa capire che Kæry Ann, così come è stato per i conterranei a/lpaca, ha tratto positivi spunti di riflessione dalla possibilità di suonare in giro per l’Europa. Privilegio che consente di confrontarsi con un mondo musicale vivo, ben lontano dal velo di morte presente nel mondo della sette note del nostro Paese.

Il risultato è un album che conferma il sound del primo, ma aggiunge tinte e tonalità che arrivano dal Doom e dallo Stoner, senza eccedere, se non nella cover “Shores in Flames” dei Bathory. Fin qui quello che serve sapere, con l’aggiunta che tutte le canzoni sono co-arrangiate e performate da Erika Azzini (voce, chitarra), Francesca Papi (basso, cori per “Todeslied” e “Mariner’s Song”), Davide Rosa (chitarra) e Fabio Orticoni (batteria). L’album, infine, è stato registrato alle Produzioni Rumorose di Cesare Cognini, Mattia Zaniboni e Ludovico Banali.

Io non so, come d’altronde nessun altro essere umano, come sia stato il canto delle sirene omeriche. Quegli esseri mitologici che, racconta il poeta non vedente, attiravano con il loro canto chi passava nei loro pressi. Sentita quella voce, riassumo velocemente, non si poteva fare a meno di ascoltare quel canto. Ecco, stessa cosa accade con il lavoro di Kæry Ann che, prima di tutto, colpisce non tanto per i suoni di questo nuovo lavoro, già ben duri fin dall’incipit della citata “Puritatem Tuam Interiorem Serva”, ma appunto per la voce. Armonica, ben calibrata in un insieme sonoro che risulta bilanciato come le grandi produzioni sanno fare, con attenzione alle sovrapposizioni che consentono alla voce, morbida ma allo stesso tempo evocativa, da mantra, da lunga litania e da canto rituale, di entrare in contatto diretto, in questo mondo sonoro non sempre gentile, con l’ascoltatore. E come accadeva ai marinai nei pressi delle sirene, una volta ascoltato per la prima volta tutto il lavoro, quella voce entra dentro.

“The Road” e “Hero and Leander” sono brani perfetti (già queste due canzoni bastano e avanzano per acquistare il disco, che non smetterete di ascoltare), dove la voce di Kæry Ann dà vita all’omonimo capolavoro di Cormac McCarthy nella prima, mentre nella seconda realizza un mantra perfetto, capace di evocare più di ogni altra traccia quella dimensione misterica e vitale della notte. Se la notte avesse davvero il ritmo delle composizioni di Kæry Ann, non ci sarebbe affatto da averne paura. Ma in questo caso è l’arte che fa il suo dovere e trasforma l’esperienza notturna in una composizione musicale dove la notte non viene riscattata, ma descritta da un punto di vista capace di bilanciare suoni ruvidi (“Puritatem Tuam Interiorem Serva” e “Todeslied”) e profondità (“Mariner’s Song” e la bellissima “White Dress”).

Il tutto permette di mantenere alto l’aspetto emotivo del disco, e Kæry Ann dimostra anche grande maturità nel chiudere questo lavoro che, a conti fatti, ruota attorno a una splendida voce, mai eccessiva, mai urlata, ma capace di minime variazioni che meritano grande attenzione nell’ascolto, e a chitarre che sono di certo ‘post’ qualsiasi sonorità ben nota, ma che non rinunciano mai alla loro essenza: quella di essere il centro alternato del polo narrativo rappresentato dalla voce. Le percussioni non sono mai eccessive, con il basso che emerge esattamente dove ti aspetti che ci sia, senza per questo essere mai banale e scontato, come nel caso di “Hero and Leander” e “Mariner’s Song”.

Chiudere un disco vero non è cosa di poco conto. Le ultime canzoni di alcuni dischi sono il marchio di fabbrica di un periodo creativo unico. La ballata, quasi a filastrocca sul modello delle ripetizioni tipiche del prog del duo Simonetti/Argento, “White Dress” è il gioiello incastonato in questo disco. Quando sei convinto che la notte stia per finire e le sirene ti lasceranno andare, arriva “White Dress”, che con la sua struttura ripetitiva riporta l’orologio indietro, riavvolge il nastro e fa ricominciare da capo l’ascolto.

Io non ho dubbi: questo “Moonstone” conferma la bravura di Kæry Ann ed è un lavoro che a fine anno sarà sul podio. E non solo quello degli amanti di questo bel mix di (sotto)generi, ma di chi ama la buona musica fatta con testa, lavoro, consapevolezza e conoscenza di quello che si sta facendo.

Articolo di Luca Cremonesi

Track list “Moonstone”

  1. Puritatem Tuam Interiorem Serva
  2. Todeslied
  3. The Road
  4. Hero and Leander
  5. Mariner’s Song
  6. Shores in Flames (Bathory cover)
  7. White Dress

Line up Kæry Ann: Erika Azzini chitarra, batteria, basso / Francesca Papi basso, chitarra, batteria, basso / Davide Rosa chitarra / Fabio Orticoni batteria

Kæry Ann online:
Instagram: https://www.instagram.com/kaery.ann/

© Riproduzione vietata

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