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Lostatobrado “Ahimè”

Questo album è paesaggistico, folkloristico, a suo modo sperimentale. Una rara fotografia italiana

Freschi di un live il 24 gennaio a Bologna, ecco il nuovo progetto del trio Alessio Vanni, Lorenzo Valdesalici e Lorenzo Marra uscito per Locomotiv Records lo scorso 12 dicembre.

La vita agra di Bianciardi in reverse

La terra chiama; credo che a qualsiasi artista e/o ascoltatore sia capitato il momento di raccogliersi, di isolarsi, di ritrovare le radici affondando le mani nella terra, umida e calda, che accoglie morte e vita, vermi e semi. C’è quel momento in cui vuoi fuggire dal frastuono della città, dall’essere un cane tradito da troppi padroni e ora smarrito nel senso della vita, e insegui l’eco dei ricordi di antiche risate di sagre color paglia, sbiadite e infradiciate tua mente.  Quel periodo in cui vuoi essere un fuoco artificiale che esplode di vita e infanzia in antiche campagne durante feste a volte religiose, a volte pagane, figlie di entrambi, di fede e prosaicità. Quel tempo in cui tendi la mano verso il passato cercando qualcosa che somigli a un genitore ma c’è un vuoto che ti osserva. Freddo l’inverno, caldo il suo ricordo. Abbracci quel gelo che tanto ti manca. Dove voglio arrivare con tutto questo monologo? A questo disco.  

Se c’è questo momento che ho descritto, ora nella vostra mente, allora “Ahimè” è il disco che fa per voi. Si torna alla terra e la si brucia di fuoco emotivo. In “Tane” si sente la serietà e profondità d’entroterra alla Lindo Ferretti nella voce di Alessio Vanni. Drammatico, epico, è terra calda levigata dai venti freddi dell’elettronica. Vanni canta Aria sui campi in fiore sopra i sentieri / Delle tue fughe / A cosa serve Farsi le tane / Se poi ci porte te? “Auguri”, il secondo brano, è più giocoso nell’intro e se vogliamo c’è un eco dei Sigur Ros di “Takk” dalle varie suggestioni sonore che sento nei balance. Bella la bolla, verso il secondo minuto, di synth gommosi e voce lontana. Idem la successiva “Chiome”: nostalgica e con suoni di un brillare d’oro orientale. Il synth qui è lineare come un’autostrada al calar del sole: nell’ora blu, attorno case sparse, paesini visti in velocità, immaginazione sbavata. Il tutto si fa rabbioso nella seconda metà. La rabbia che rimonta è frequente nei secondi tempi dei brani a venire.

Finora non ci sono distorsioni di chitarre elettriche e forse non le sentiremo affatto, penso mentre vado avanti. Ma questo è un disco che gioca a sorprese da incontrare dopo chilometrici cammini nell’entroterra. Avete ascoltato la recente splendida versione di “Ghost Town” degli irlandesi Lankum? Avete sentito che cosa spettacolare combinano nella seconda metà del brano? Ecco, questo disco avrà intenzioni simili. Continuiamo questo viaggio all’imbrunire, in un’autostrada, come dicevo, che attraversa vasti campi di campagna. Visivamente è un’A14 all’altezza Romagna: da nord verso sud.

Gli interludi

“Ancora (auguri)” è una colonna sonora di un film italiano, un piccolo interludio con un piano pieno di ambiente granuloso. “Sveno”, la successiva, idem: è una recita ambientale narrata di mezzo minuto.  Gli interludi sono degli ottimi spartiacque tra primo e secondo tempo di un disco, li abbiamo trovati anche recentemente in “Dark times” degli Ulan Bator e mi fa piacere che stiano tornando; rendono un album non una raccolta di singoli ma una personale e lunga avventura emotiva non spezzata: trasformano un disco in un decennio, non in una settimana.

La solennità

La tremolante “Pergole” ha un che di Verdena nel cantato. Cerco di darvi delle suggestioni per farvi capire il suono del tutto. A dire il vero, sembra che tutto il disco sia un’unica canzone, sono tutte legate, mi dico. Ma poi arrivano secondi tempi che ti sorprendono, come accennavo, e non fa eccezione questa canzone. Improvvisamente dalla terra non troppo prosaica si arriva a una sospensione, un’assenza di gravità in quest’ultima parte. Entra perfino a sorpresa un soprano, Isabella Gilli. Credo che sia uno dei brani più intensi e belli del disco. E questo pezzo mi contraddice anche sull’assenza di distorsioni: ecco, non c’è bisogno di chitarre elettriche, alla distorsione ci si arriva con le basse, senti come friggono.

“Ahimè” è la titletrack: iniziano i saluti, il congedo.  Rintocca a valle la campana / È ora di partire già / Altrove / Si sa. Malinconica e poi rabbiosa, come quasi tutti i brani del disco, abbiamo un “We will rock you” folk e poi ancora cambio, un brano con tre tempi e con ritorno ai precedenti. Più ci avviciniamo alla fine del disco più diventa tutto più solenne. “Cusna” è il funerale di quest’opera – non in senso negativo, non fraintendetemi, semmai esistesse un funerale positivo – ma è la celebrazione della sua chiusura, della sua fine mentre il cantato narra e ciò di te / che è inverno / vedrai cadrà. Tutto finisce con un turbine di suoni, di suggestioni, di un paesaggio che si allontana e si spegne come un fuoco lontano. Questo album è paesaggistico, folkloristico, a suo modo sperimentale. Una rara fotografia italiana.

Articolo di Mirko Di Francescantonio

Track list “Ahimè”

  1. Tane
  2. Auguri
  3. Chiome
  4. (Ancora) Auguri
  5. Sveno
  6. Pergole
  7. Ahimè
  8. Cusna

Line up Lostatobrado: Alessio Vanni voce, synth, campionamenti, batteria, organo, percussioni, produzione, arrangiamento, missaggio / Lorenzo Valdesalici voce, chitarra baritona, chitarra acustica, elettronica, campionamenti, ocarina, richiami da cacciatore, tromba, kazoo, percussioni, produzione, arrangiamento / Lorenzo Marra elettronica, campionamenti, pianoforte, produzione, arrangiamento / Isabella Gilli voce lirica in “Pergole” / Giacomo Parmeggiani urla in “Ahimè” /  Sveno Notari voce in “Sveno”

Lostatobrado online:
Instagram: https://www.instagram.com/lostatobrado_/

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