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Rosalía “LUX”

Album probabilmente senza precedenti, con il quale correre il rischio peggiore per qualsiasi artista mainstream: perdere il consenso del suo pubblico sterminato

Io sto nel mondo
E il mondo sta in me
Io occupo il mondo
E il mondo occupa me

(“La Yugular”)

Recensire “LUX”, quarto album di Rosalía pubblicato il 7 novembre? Mai avrei pensato di farlo, tantomeno in termini entusiastici. La decisione nasce però in modo curioso: sto guidando da ore e ascolto in sequenza i due ep di Sofia Isella, “I’m Camera” (la nostra recensione) e “I Can Be Your Mother”. Nell’istante esatto in cui la musica finisce, mi scrive Sabrina Provenzani, nota giornalista che da diversi anni opera da Londra. Ci siamo conosciuti proprio grazie al mio articolo su Sofia pubblicato su Rock Nation, e spesso ci scambiamo dritte su cosa valga la pena di ascoltare. Il suo messaggio mi sorprende: Ma hai sentito ‘LUX’ di Rosalía? Wow. La mia reazione è istintiva: Rosalía, anche no. La conosco come cantante di Pop Latino, che pur prendendo via dal Flamenco compie frequenti incursioni nel Reggaeton e in altri generi musicali che non mi corrispondono. Il poco che ho sentito in passato era commerciale al punto di essere incompatibile con me.

Se non conoscete la Rosalía del passato, suggerisco l’ascolto di “Saoko” o “Bizcochito” dall’acclamatissimo “Motomami” (2022). Sono brani nei quali riconosco una notevole cura di produzione, ma non fanno per me. Aggiungo che nei miei ascolti di norma non si trovano artisti che abbiano vinto una sfilza di Grammy Awards e altri riconoscimenti che spesso seguono un gusto musicale a me estraneo. Rosalía ne ha collezionati tredici in totale, e anche per questo sono poco incline a immergermi nel suo lavoro. Rifletto però che ho incrociato Sabrina grazie alla musica di un’artista che di spessore ne ha da vendere, e la sua domanda mi incuriosisce. Mi suggerisce di ascoltare qualcosa che sulla carta è distante dal mio gusto, ma ho ancora parecchi chilometri davanti e nulla di particolare da fare. Quindi, perché no?

Ci sono troppe cose da dire su questo disco, e il rischio è quello di debordare. Questa volta, provo a separare gli argomenti.

Un album monumentale

Sgombriamo il campo dai dubbi: a prescindere dal fatto che possa piacere o meno, il dato oggettivo è che “LUX” è un album monumentale, come lo ha acutamente definito il The Guardian. Da più parti lo si acclama come album dell’anno, se non del decennio, e la cosa non appare affatto fuori luogo. È un lavoro che richiede notevole impegno a chi ascolta, perché non somiglia a nulla di ciò che l’artista catalana ha realizzato in passato. Il passaggio dal Reggaeton a un ciclo di canzoni suddiviso in quattro parti, con la London Symphony Orchestra a sostituire gran parte dell’elettronica che sarebbe stato lecito aspettarsi, non è affatto scontato. Se aggiungiamo che i testi sono ispirati alla vita di diverse sante di varie religioni, e che sono cantati in quattordici lingue diverse, è chiaro che siamo davanti a un album probabilmente senza precedenti, con il quale Rosalía corre il rischio peggiore per qualsiasi artista mainstream: perdere il consenso del suo pubblico sterminato. I camaleonti di successo nel Pop, gli artisti in grado di cambiare pelle a ogni uscita, sono relativamente pochi: David Bowie, Madonna, Lady Gaga. La lista non è lunghissima, e iscriversi a quel club richiede non poco coraggio.

Il peso dell’algoritmo

La diva spagnola di coraggio deve averne parecchio. Il motivo è che oggi non si può non tenere conto del maledetto algoritmo che ci propone costantemente musica simile a ciò che siamo soliti ascoltare. Se guardiamo questa realtà dalla prospettiva di chi la musica la produce, è facile comprendere che proprio l’algoritmo suggerisce agli artisti di successo la strada da seguire. Non si può deviare troppo dalla media, pena rovinosi crolli di audience. In questo discorso, l’arte non c’entra: è una questione puramente commerciale, ed è inutile fingere che sia poco rilevante. Questo ha una ricaduta inevitabile: il progressivo appiattimento dei generi e dei sound di successo. Se l’esigenza è quella di proporre fotocopie di ciò che ha funzionato ieri, il domani non può brillare per originalità.

Il genere

Il nocciolo della questione è che la musica di Rosalía è stata pop nel senso più letterale del termine, ma “LUX” compie un balzo in avanti dal quale è probabilmente impossibile tornare indietro. Ben venga, se aiuterà un pubblico tendenzialmente appiattito dalla musica mainstream a rendersi conto che esistono altre strade percorribili. In un certo senso, l’album è quanto di più vicino alla musica colta si possa oggi immaginare in ambito pop, tuttavia non è etichettabile come “musica classica”. L’unico tratto di congiunzione con il passato è il Flamenco, che da sempre attraversa la produzione della cantante: in maniera netta nell’esordio “Los Ángeles” (2017), contaminato con il Pop in “El Mal Querer” (2018), virato al Reggaeton e all’Hip-hop in “Motomami” (2022). Questa volta la ricetta è molto più complessa, e porta a convivere le suggestioni della tradizione andalusa con formidabili bordate orchestrali, un’elettronica talvolta estrema e un approccio lirico al canto. Forse la cifra di lettura di questa opera è proprio quella dell’accostamento tra mondi incommensurabili, ed è un accostamento che ha dell’incredibile, ma che può spiazzare. Personalmente, al primo ascolto mi ha spiazzato, e dal mio punto di vista questo è quanto mai positivo.

Il tema di “LUX”

“LUX” esplora la mistica femminile, la trasformazione e la spiritualità. L’artista ha dichiarato che le canzoni dell’album sono state ispirate da letture relative alla vita di un gruppo di sante, come Santa Rosa da Lima, Hildegard von Bingen, la mistica sufi Rabia al-Adawiyya, per citarne solo alcune. Rosalía ha intersecato le loro esperienze e i loro idiomi con la propria interiorità e la sua lingua, dando così voce alle loro storie. Non è un album autobiografico, anche se le esperienze personali influenzano necessariamente la percezione delle storie del mondo. Secondo Rosalía, la sua narrativa vive nell’area in cui il personale e l’universale si incontrano, e parla più delle “altre” che di sé stessa: le sante, le poetesse che l’hanno ispirata.

La struttura di “LUX”

L’album è diviso in quattro movimenti, ciascuno dei quali affronta un aspetto diverso del tema principale. I brani in totale sono diciotto, ma tre non sono stati inclusi nella versione digitale e si trovano solo sui supporti fisici (“Focu ‘Ranni”, “Jeanne”, “Novia Robot”). “Dios Es Un Stalker”, invece, è diversa tra digitale e fisico, pur trattandosi dello stesso brano; in particolare, nella versione digitale manca la strofa finale.

Le lingue di “LUX”

L’album è caratterizzato da una vera e propria polilalia: le lingue dominanti sono lo spagnolo e il catalano, con diverse incursioni di arabo, giapponese, portoghese, tedesco, inglese: in totale, quattordici lingue. Anche l’italiano, presente in uno dei brani più intimi e toccanti del disco: “Mio Cristo Piange Diamanti”, un vero e proprio lied a carattere religioso. I testi sono stati scritti tutti da Rosalía, con la collaborazione di Andrew Wyatt “Sauvignon Blanc” e della cantante di fado Carminho in “Memória”.

I musicisti e la produzione

Sono troppi per menzionarli tutti. Svetta la London Symphony Orchestra al completo, che conferisce al lavoro un peso sinfonico senza precedenti. Gli arrangiamenti sono stati curati da vari artisti, oltre che dalla stessa Rosalía, e in particolare da Caroline Shaw, compositrice americana con alle spalle un Premio Pulitzer per la musica e due Grammy Award nel campo della musica classica contemporanea e della musica da camera. Vale la pena di ricordare le partecipazioni di Björk e Yves Tumor nel brano “Berghain” (primo singolo estratto), di Yahritza Y Su Esencia in “La Perla”, di Estrella Morente e Sílvia Pérez Cruz in “La Rumbe del Perdón”, e di Carminho in “Memória”.

Da addetto ai lavori, considero una produzione come quella di “LUX” una sfida al limite dell’impossibile. La qualità sonora è eccelsa, la dinamica perfetta, il risultato finale del tutto omogeneo. Questo non è scontato, se si considera che nella registrazione sono stati coinvolti ben dieci studi e otto tecnici del suono diversi, nell’arco di due anni. Ciò che emerge su tutto il resto è l’intensità delle performance vocali. Rosalía ha dichiarato: Ho avuto sicuramente i brividi tantissime volte mentre registravo le voci. Non credo di aver mai pianto tanto facendo un album. Non credo di aver mai pianto tanto registrando le voci. In passato non me la sentivo di affrontare tutto questo. Pensavo: ‘Non sono pronta’. Sapevo che un giorno avrei dovuto fare un album così, ma non ero ancora pronta (da Apple Music). Alcune scelte tecniche sono estreme, e anche se non vengono assorbite in maniera conscia da un ascoltatore medio sono fondamentali. Un esempio è l’utilizzo creativo del riverbero nel finale de “La Yugular”: una scelta così radicale che in alcuni passaggi potrebbe suonare come un errore, ma è impossibile ipotizzare un errore in un album simile, uno dei più curati degli ultimi anni. La conclusione è che Rosalía utilizza deliberatamente dei linguaggi paralleli alla musica, che veicolano dei meta-significati.

La conclusione

Un album come “LUX” rappresenta un punto di svolta nella produzione attuale. È un disco che può cambiare le regole. Se lo avessi ascoltato senza sapere di chi fosse, non avrei saputo individuare un’artista in grado di mettere in piedi un disco simile. Né comprendo quale lucida follia abbia portato una cantante pop di fama mondiale a mettere insieme un’opera così strutturata e distante dai generi da lei frequentati fino a ieri. Non ci sono dubbi sul fatto che l’asticella sia stata posta molto in alto. L’unica risposta che mi posso dare è che Rosalía abbia deciso di sfruttare la sua invidiabile posizione sul mercato per affermare con forza ciò che ancora non aveva affermato in chiaro: Sono un’artista, e faccio ciò che voglio. Penso anche, con un filo di perversione, a cosa potrebbe accadere quando chiederanno alle aspiranti cantanti nei contest televisivi di eseguire un brano come “Mio Cristo Piange Diamanti”, perché con certe interpretazioni non si scherza. A meno di non trovare una Mia Martini, con tutto il suo bagaglio artistico, il confronto con Rosalía sarà impietoso.

Il pensiero va anche a George Michael, vera e propria icona del Pop, e a quando decise di cambiare registro dopo la pubblicazione di “Faith” (1987). Non sopportava più di essere un ex-Wham!, e nel 1990 pubblicò un album che si discostava in maniera netta dal precedente, con molti strumenti acustici e testi più introspettivi e ombrosi che in passato. Non a caso, lo intitolò “Listen Without Prejudice”, e lo articolò in due volumi, il secondo dei quali non venne mai pubblicato. L’industria musicale non gli perdonò di avere abbandonato un linguaggio patinato e popolare in favore di uno più impegnato e personale. Nel suo caso, pesava il numero di dischi venduti (110 milioni, in totale) e ancora di più i 100 milioni di dollari versati da Virgin Records a Sony Music per acquistarlo. La triste verità è che gli artisti di enorme visibilità hanno il potere di influenzare il gusto degli ascoltatori, ma raramente lo usano, per paura di perdere consensi. Se decidono di farlo, non sempre vincono la battaglia.

Un album femminista

Fa riflettere anche il palese femminismo di questo album. La spiritualità che attraversa quasi ogni brano è solo un punto di partenza verso un orizzonte più ampio. Ad esempio, una canzone come “La Perla” ha più a che fare con le relazioni tossiche che con il misticismo, e se è vero che la tossicità non è riconducibile al solo genere maschile, è altrettanto vero che conosciamo diversi uomini simili a quello descritto nel brano. Negli ultimi anni, stiamo assistendo a una rinascita delle tematiche femministe, veicolate in maniera diversa dal passato. Le sante evocate da Rosalía non sono soltanto donne di fede, ma poetesse, filosofe, spesso rivoluzionarie nel loro tempo. È un filone che vale la pena di seguire da vicino, soprattutto alla luce del fatto che le nuove generazioni appaiono attratte dalle idee di inclusività e di riduzione dell’intersezionalità, ovvero della discriminazione che deriva da caratteristiche combinate (genere, classe sociale, orientamento sessuale, e via dicendo). In questo senso, la scena musicale femminile sembra proporre nuove artiste (o comunque artiste non ancora del tutto storicizzate) che non solo inviano un messaggio chiaro, ma paiono più interessanti e all’avanguardia della loro controparte maschile. Non ci sono dubbi sul fatto che Rosalía, con “LUX”, abbia lanciato una sfida da non sottovalutare.

Menzione speciale

Spiegare l’essenza di “LUX” con un unico brano è impossibile, ma dovendo tentare, la scelta cadrebbe su “La Yugular”, un capolavoro destinato a restare nel tempo. Il finale, in particolare, è da vertigine, e le scelte sonore conducono l’ascoltatore nell’equivalente dell’ipercubo quadridimensionale di “Interstellar”, che permette a Cooper di comunicare con la figlia Murph. Il testo è sublime, attraversato da un misticismo immacolato, che esplode in un caleidoscopio di immagini che alternano di continuo tra oggetti enormi e minuscoli, misteriosamente contenuti l’uno dentro l’altro. E la voce di Patti Smith, alla fine, enuclea quello che è probabilmente il pensiero più vicino al cuore di tutto l’album:

Il settimo cielo? Bella storia.
Ma voglio vedere l’ottavo, il decimo.
Il millesimo.
Perché vedi, è come dire
“Irrompi dall’altra parte”,
Ma ciò significa attraversare una sola porta.
Una sola porta non è abbastanza.
Un milione di porte non sono abbastanza.

Articolo di Marco Olivotto

Track list “LUX”

PRIMO MOVIMENTO

  1. Sexo, Violencia y Llantas
  2. Reliquia
  3. Divinize
  4. Porcelana
  5. Mio Cristo Piange Diamanti

SECONDO MOVIMENTO

  1. Berghain
  2. La Perla
  3. Mundo Nuevo
  4. De Madrugá

TERZO MOVIMENTO

  1. Dios Es Un Stalker
  2. La Yugular
  3. Focu ‘Ranni (solo su supporto fisico)
  4. Sauvignon Blanc
  5. Jeanne (solo su supporto fisico)

QUARTO MOVIMENTO

  1. Novia Robot (solo su supporto fisico)
  2. La Rumba Del Perdón
  3. Memória
  4. Magnolias

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