Ci sono artisti che scrivono canzoni sui viaggi e altri che fanno del viaggio il proprio modo di vivere. Stu Larsen è senza dubbio uno dei principali esempi della seconda categoria: da quasi vent’anni il cantautore australiano non ha una casa fissa, il suo indirizzo coincide con la strada, i palchi e gli incontri che costellano il suo percorso. Non sorprende quindi che “Solitude”, il suo ultimo album, fuori 19 giugno con Nettwerk Music Group, nasca da un’idea tanto semplice quanto radicale: trascorrere dodici mesi in dodici luoghi diversi del mondo, componendo una canzone e realizzandone il videoclip in ogni tappa del viaggio. Più che un concept album, è il diario di un’esperienza vissuta, in cui ogni brano conserva il respiro del paesaggio che lo ha ispirato.
Dopo “Vagabond”, “Resolute” e il delicatissimo “Marigold”, definito da American Songwriter uno dei dischi più intensi dedicati alla fine di una relazione, Stu Larsen torna con un lavoro che amplia il suo linguaggio senza tradire la cifra stilistica che lo ha reso uno dei songwriter folk più apprezzati della sua generazione. “Solitude” resta profondamente acustico, ma introduce nuove sfumature sonore: pianoforte, armonica, chitarre elettriche appena accennate e una produzione più ampia accompagnano la sua scrittura essenziale, lasciando comunque al centro la voce e gli ampi racconti.
La solitudine evocata dal titolo, però, non coincide mai con l’isolamento vero e proprio. Per Larsen rappresenta piuttosto uno spazio necessario in cui disconnettersi dal rumore del mondo per ritrovare una connessione più autentica con sé stessi. Abbiamo tutti vite frenetiche e connesse, non ci concediamo abbastanza tempo per disconnetterci, ha raccontato l’artista. Ed è proprio questa ricerca di silenzio a diventare il filo conduttore dell’intero disco.
L’apertura affidata a “Misty Morning”, scritta tra le montagne della Nuova Zelanda, stabilisce subito il tono dell’album: una melodia luminosa, sostenuta da una chitarra acustica delicata e da un ritornello che trasmette immediatamente la sensazione di trovarsi davanti a un orizzonte ancora tutto da esplorare. Poco dopo, altri brani come “Xanadu” e “Shelter” continuano questo viaggio interiore con arrangiamenti essenziali ma ricchi di sfumature, dove ogni nota sembra lasciare spazio al paesaggio tanto quanto alle parole. Uno dei brani più sorprendenti è “If I Get It Right”, nato durante il soggiorno in Toscana, che introduce una vena quasi blues-rock grazie all’armonica e a una chitarra elettrica più presente del solito. È uno dei momenti in cui Stu Larsen si concede di uscire dalla comfort zone senza perdere quella spontaneità che ha sempre caratterizzato la sua scrittura. Allo stesso modo, “I’ll Be Your Hallelujah”, con i suoi sei minuti e mezzo di durata, rappresenta il cuore emotivo del disco: un crescendo costruito intorno al pianoforte che si apre progressivamente fino a un finale corale di grande intensità, senza mai risultare enfatico.
La vera forza di “Solitude” sta però nella sua capacità di trasformare luoghi geograficamente lontanissimi in stati emotivi universali e coerenti. Ogni destinazione lascia un’impronta sul suono, ma nessuna canzone assume il tono della cartolina. Larsen non descrive i paesaggi: li assorbe e li usa per trasmettere le proprie emozioni. La Patagonia di “Eden”, ultimo brano composto durante il progetto, diventa così molto più di una destinazione: è il punto d’arrivo di un percorso umano, il luogo in cui il viaggio si trasforma finalmente in consapevolezza. Quando canta di essere in pace con la vita vissuta, senza rimpianti per ciò che potrebbe accadere domani, non c’è retorica, ma la serenità di chi ha imparato a trovare casa proprio nel movimento costante.
Dal punto di vista musicale “Solitude” conferma la straordinaria capacità di Stu Larsen di costruire emozioni attraverso la sottrazione. Non cerca mai il ritornello a effetto né arrangiamenti ridondanti, ogni scelta sembra rispondere a un’unica esigenza: lasciare che siano le canzoni a respirare e ad arrivare a chi le ascolta. È una scrittura che richiama la tradizione del folk anglosassone più autentico, ma che riesce a mantenere uno sguardo contemporaneo grazie a una produzione elegante e mai invasiva. Con questo nuovo capitolo Stu Larsen dimostra ancora una volta che il viaggio più interessante non è (solo) quello che attraversa continenti, ma quello che ci porta a osservare con maggiore attenzione ciò che siamo. E “Solitude” è la colonna sonora perfetta per intraprenderlo. Potremo ascoltarlo dal vivo in autunno, il suo “The Solitude Tour EU & UK 2026” toccherà l’Italia il 17 ottobre al Club Il Giardino 2.0 di Lugagnano (VR), e il 18 ottobre all’Arci Bellezza di Milano.
Articolo di Pietro Broccanello
Track list “Solitude”
- Misty Morning
- Xanadu
- Shelter
- Other Side
- One Thing
- Leskernick Hill
- The Shadow
- I’ll Be Your Hallelujah
- If I Get It Right
- Nobody Knows
- If I’m Honest
- Eden
Stu Larsen online:
Instagram: https://www.instagram.com/stularsen/
