“Terre Rare”, undicesimo album dei torinesi Subsonica, è uscito il 20 marzo per Epic Records/Sony Music Italy. Contiene dodici brani ed è stato preceduto dai singoli “Radio Mogadiscio” e “Il Tempo in Me”, affiancati ora da “Straniero”. La pubblicazione avviene in occasione del trentennale della band, che verrà celebrato con quattro concerti speciali alle OGR di Torino a cavallo tra il 31 marzo e il 4 aprile, affiancati da eventi collaterali come mostre, spettacoli e DJ set.
Per un chimico, le terre rare sono diciassette elementi metallici della tavola periodica, essenziali per il funzionamento di molti dispositivi ad alta tecnologia. La loro peculiarità non è tanto la scarsità suggerita dal nome, quanto la difficoltà di estrazione dai minerali che le contengono. Nel caso dei Subsonica, però, l’espressione ha una chiave di lettura più profonda. L’album affonda le proprie radici in un viaggio che ha portato Max, Samuel, Boosta, Ninja e Vicio in Marocco alla fine del 2024: un viaggio non solo geografico, ma anche culturale e mentale, che ha influenzato in maniera sorprendente la struttura e la sonorità dei nuovi brani.
In un mondo in cui le distanze fisiche si sono contratte grazie alla facilità di spostamento, è difficile immaginare terre “rare” nel senso di sconosciute o addirittura inesplorate; allo stesso tempo, nel mondo sopravvivono ampie zone desertiche, non solo in senso fisico. La vera distanza, oggi, è quella che separa gli individui e si manifesta nell’incomprensione reciproca e nella polarizzazione delle idee, che si scontrano in maniera violenta. Il paradosso è che la facilità di avvicinamento ci ha allontanato gli uni dagli altri, e il sottoprodotto è davanti agli occhi di tutti: la riemersione di ideologie che, forse ingenuamente, avevamo dato per archiviate per sempre. In questo senso, sono terre rare anche gli incontri umani che ci nutrono, spingendoci al confronto e a uscire dalla nostra zona di comfort.
In questa ottica, “Terre Rare” è un album perfettamente calato nel presente: lo riflette e ci invita a interrogarci su di esso, senza pregiudizi. Ci mette davanti a frasi assai taglienti, dalle quali emergono parole come “genocidio”, “connivenza” e “neonazismo”, e questo è forse il massimo che si possa chiedere a una band che festeggia il giro di boa dei trent’anni di carriera, una pietra miliare per qualsiasi artista. Siamo di fronte a un album politico nell’accezione più nobile del termine, che pone domande non procrastinabili su temi sociali ed ecologici che riguardano tutti, senza eccezioni.
L’album è quindi strettamente attuale, anche se sgorga da un trascorso artistico che merita ogni rispetto. Se è vero che i Subsonica non si sono mai fatti problemi a esprimere in chiaro le proprie idee, è altrettanto vero che probabilmente non lo hanno mai fatto in maniera nitida come negli ultimi tempi, a partire da “Realtà Aumentata” (2024). A provarlo, basterebbe il brano “Nessuna colpa”, una delle canzoni più lucide scritte in Italia sul fenomeno dei migranti, e uno dei cardini nei live più recenti.
Il tratto unificante di “Terre Rare” è il tema del confine, inteso come linea che separa due territori, ma divide anche gli esseri umani, non solo in senso geografico. La parola compare già nel titolo del brano di apertura (“Al confine”), ma si può riferire anche alla musica stessa: da subito ci si accorge che l’inconfondibile Subsonica-sound è vivo e presente, ma appare allo stesso tempo rinnovato. Questo anche grazie all’utilizzo di strumenti tradizionali come il guembri e il krakeb, scoperti proprio in Marocco e inseriti negli arrangiamenti allo scopo di spingere più in là il confine della musica. È un passaggio cruciale, perché l’album non avrebbe potuto suonare allo stesso modo grazie alla sola elettronica, che continua a essere un marchio di fabbrica, ma suona più ponderata e organica che in passato. Per evitare fraintendimenti: chi si aspetta i groove frenetici che fanno saltare il pubblico ai concerti, non resterà di certo deluso; ma la massa sonora, pur rimanendo possente, sembra respirare e lascia maggior spazio alla musica. Va detto che l’album è eseguito e registrato ai massimi livelli, a conferma del fatto che i Subsonica sono una delle realtà più solide della scena italiana anche dal punto di vista tecnico. Il tema del presente contraddittorio e disumanizzante che ci circonda attraversa, su livelli diversi, tutti i testi. Difficile dimenticare, peraltro, che già nel video di “Abitudine” (2005) compariva l’ammonimento “BE HUMAN!”, forse con un significato diverso da oggi, ma intanto è qui che siamo arrivati.
Come di consueto, evito di descrivere i brani singolarmente, nella convinzione che vadano scoperti all’ascolto e che un album sia un’opera unitaria, più che una semplice collezione di canzoni. Difficile, però, non menzionare “Straniero”, terzo singolo tratto dall’album, accompagnato dall’inquietante videoclip realizzato da Ivan Cazzola: il brano regala il featuring della straordinaria voce di TÄRA, cantautrice di origine palestinese, e innesta su una base incalzante arabeschi melodici e suggestioni maghrebine, con il testo a denunciare la guerra, non solo in Palestina, ma anche in Ucraina e in troppi altri luoghi del pianeta. Menzione doverosa anche per le tre canzoni al centro del lavoro, quelle che più profondamente scavano nell’idea di confine. La musica assume di volta in volta matrici etniche sottolineate dal calore degli strumenti a corda africani (“Ghibli”); da moduli che ricordano senza nostalgie i Subsonica degli esordi, ma con spunti testuali del tutto attuali (“Grida”, forse il brano più incisivo di tutto il lavoro); sonorità elettroniche dalla cadenza forsennata (“Transumanesimo”), che ammoniscono che non sarà la biotecnologia a salvare la nostra fragilità e, talvolta, la nostra pochezza.
La band ha affermato che il disco non rincorre le classifiche, e non si può che credergli: il lavoro di ricerca e valorizzazione delle proprie radici si interseca con gli stimoli raccolti lungo il percorso, e rende “Terre Rare” una sorta di anomala antologia, che non raccoglie il meglio del passato ma rende omaggio alla storia della band declinandola nell’oggi, senza alcuna autoindulgenza. È una scelta coraggiosa, ma forse l’unica possibile: avendo spesso sostenuto che qualsiasi forma d’arte debba narrare il presente per avere un senso reale, mi spingerei ad affermare che il traguardo è stato pienamente raggiunto, in maniera circolare: il disco si chiude esattamente come si apre, al punto che si potrebbe suonarlo in loop all’infinito, senza soluzione di continuità.
I Subsonica arrivano dunque alla maturità in forma smagliante. La Croce Tuareg che appare in copertina non simboleggia solo i quattro punti cardinali, necessari indicatori di direzione; porta in sé anche un senso di libertà, protezione e identità tribale, ed è un amuleto che viene donato proprio a chi attraversa la soglia dell’età adulta. L’augurio è quello di proseguire su questa strada, irta di difficoltà soprattutto in questi tempi, anche per aiutare chi ascolta a realizzare che “sei tu il buio che ti soffoca dentro” (“Grida”). Questo è un rituale prezioso: lo stesso con cui Peter Gabriel, davanti a un pubblico che cantando ‘Biko’ prendeva coscienza dell’apartheid, si congedava assegnando a ognuno una responsabilità: “The rest is up to you”, ovvero, “il resto dipende da voi”. Allo stesso modo, “Terre Rare” è un’accorata narrazione del buio, ma solo noi possiamo decidere se accendere la luce o meno.
Articolo di Marco Olivotto
Track list “Terre Rare”
- Al confine
- Straniero
- Teorie
- Radio Mogadiscio
- Rifugio
- Ghibli
- Grida
- Transumanesimo
- Jinn
- Alisei
- Il Tempo in Me
- Terre Rare
Line up Subsonica: Samuel voce, cori / Boosta tastiere, programmazione, cori / Max chitarre, guembri, programmazione, cori / Ninja batteria, programmazione, krakeb, percussioni / Vicio basso, basso fretless, guembri Guests: TÄRA voce (“Straniero”) / Ale Bavo Prophet 5 morphing (“Il Tempo in Me”) / Ivan Liuzzo uh (Teorie) / Budapest Scoring Orchestra, dir. Dénes Rédly (“Rifugio”, “Grida”, “Il Tempo in Me”)
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