Con “Traduzioni”, primo album sulla lunga distanza dopo gli ep “Tristitropici” (2021) e “Magical Animal” (2023), il trio emiliano firma un lavoro che sfugge alle definizioni più immediate e trova la propria forza proprio nella capacità di abitare territori di confine. Pubblicato da Brutture Moderne, il disco si sviluppa in otto tracce che intrecciano cantautorato alternativo, suggestioni art rock, ritmiche di matrice jazz e una sensibilità quasi world music, dando vita a un linguaggio personale e riconoscibile.
La prima caratteristica che colpisce è l’equilibrio tra complessità e immediatezza. I Tristitropici costruiscono arrangiamenti ricchi di dettagli, sostenuti da una sezione ritmica sempre in movimento, ma evitano accuratamente il rischio dell’autocompiacimento. Basso, batteria, chitarre, sintetizzatori e percussioni dialogano continuamente, creando paesaggi sonori che sembrano mutare forma da un momento all’altro. È una musica che si muove per stratificazioni, più interessata a evocare immagini che a seguire strutture tradizionali.
Anche dal punto di vista lirico, “Traduzioni” si distingue per una scrittura originale e sfuggente. L’italiano convive con espressioni dialettali e incursioni in altre lingue, dall’inglese al francese fino al latino, in un impasto che non cerca mai il nonsense ma piuttosto nuove possibilità espressive. Il titolo dell’album diventa quindi già una chiave di lettura centrale: tradurre significa attraversare una soglia, trasformare qualcosa, ma anche “tradire”, cioè non poterlo mai trasferire completamente. Ed è proprio attorno a questa idea di passaggio, trasformazione e perdita che ruotano gran parte dei testi.
I temi affrontati sono universali ma filtrati attraverso immagini visionarie e prospettive insolite. L’incertezza del presente, il rapporto tra individuo e collettività, il fallimento delle utopie, la ricerca di un’identità e la difficoltà di orientarsi in un mondo sempre più frammentato emergono continuamente lungo il percorso del disco. Nel brano “Prossimità”, ad esempio, l’utopia e il fallimento vengono descritti come realtà separate soltanto dalla forma, mentre in “Passaggio” affiora il dubbio esistenziale di chi si trova sospeso tra ciò che è stato e ciò che deve ancora diventare. Allo stesso modo, la ripetizione quasi mantrica di e non ho più mai che mai che me in “Più mai che me” sintetizza perfettamente quel senso di smarrimento e ricerca che attraversa l’intero lavoro.
Pur muovendosi spesso su coordinate concettuali e poetiche, l’album non perde mai il contatto con la dimensione emotiva. La band riesce infatti a mantenere un equilibrio raro tra sperimentazione e coinvolgimento, costruendo un universo sonoro dove il confine tra canzone d’autore, ricerca sonora e improvvisazione resta volutamente sfumato. L’impressione finale è quella di trovarsi davanti a un disco che non offre risposte semplici e che non cerca scorciatoie comunicative. Al contrario, invita l’ascoltatore a perdersi nei suoi dettagli, nelle sue ambiguità e nei suoi continui slittamenti di significato. In un panorama indipendente spesso orientato all’immediatezza, i Tristitropici scelgono la strada meno ovvia e più personale, realizzando un debutto maturo e coraggioso. Un esordio che conferma il talento del trio emiliano e ne consolida l’identità all’interno della nuova musica indipendente italiana.
Articolo di Pietro Broccanello
Track list “Traduzioni”
- Estinzione
- Gioco
- Più mai che me
- Prossimità
- Disobbedienza
- Comportamento
- Molle mare
- Passaggio
Tristitropici online:
Instagram: https://www.instagram.com/tristitropici_/
