13 settembre, per l’ultima data del prestigioso cartellone del Firenze Jazz, troviamo sul palco i C’Mon Tigre, per finire in bellezza anche questa edizione dove la direzione artistica ha fatto di nuovo un lavoro di qualità, e coraggioso.

C’mon Tigre è senza dubbio alcuno uno dei progetti più originali e internazionali della musica contemporanea italiana. Nato nel 2014 come un collettivo estemporaneo intorno al duo che lo ha ideato, si è poi aperto di musicisti e artisti provenienti da culture diverse, e ha costruito negli anni un linguaggio inconfondibile che intreccia Jazz, Afro-Jazz, Elettronica, Funk, Hip Hop, Folk, trasformando ogni album in un universo sonoro e visivo autonomo. I musicisti che compongono di volta in volta l’ensemble sono artisti uniti dalla passione di spingersi oltre i confini del suono, e il genere sfida la facile categorizzazione. Ma il progetto è caratterizzato anche da un profondo legame con le arti visive, che si esprimono sempre in forma diversa per ogni nuovo tour.




Sul palco il duo si divide tra elettronica, basso, chitarre e oud (antico liuto mediorientale), mentre i tre musicisti che compongono il collettivo in questo momento si trovano a batteria, violoncello e xilofono. Sono a volto scoperto e rivolti verso il pubblico, le luci sono molto basse e sono queste a disegnare lo scenario di palco, arricchito solo dal logo sullo sfondo e da tubi collegati ai talk box.


Il loro set si svolge senza alcun inciampo tecnico (vedi il report sul concerto di Teardo & Bargeld), e anche in questo caso il suono che il prato riceve è meravigliosamente perfetto, godibile appieno. La performance scorre come un flusso unico, come una suite che accompagna gli ascoltatori in un viaggio psichedelico, anche se qui di Psichedelia in senso strettamente musicale non ce n’è granché. È la forma-concerto dei C’Mon Tigre che trasporta l’ascoltatore in una dimensione che travalica la forma-intrattenimento, tipica di molta musica, ma non di quella scelta per il cartellone del Firenze Jazz, costruito con perizia artistica dagli organizzatori.



La performance artistica cattura sin dalle primissime note, facendoci dimenticare la triste esperienza vissuta con Bargeld. Qui non si balla, non si salta, non si canta; si può solo lasciarsi andare alla musica, senza bisogno di analisi, di riflessioni, di commenti. Una musica da “sentire” e da portarsi dentro. Personalmente, credo che dal vivo i C’Mon Tigre riescano a sublimare la loro stessa musica, come se la condivisione con il loro pubblico la potenzi, la esalti, e la renda molto più ricca, di maggiore spessore e valore che negli album. Un’esperienza da fare.
Articolo e foto di Francesca Cecconi




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