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24 Grana, “Bidonville”: dalle periferie di Napoli a quelle del mondo

I 24 Grana raccontano periferie, disuguaglianze e relazioni in “Bidonville”, tra dialetto napoletano, rock e riflessione sociale

Dalla deindustrializzazione di Napoli Est a Gaza, dalla crisi degli spazi sociali alla difficoltà di trovare nella musica una narrazione della rabbia collettiva: il nuovo album dei 24 Grana riparte dai margini per interrogare le contraddizioni del presente. Undici brani inediti, in uscita il 16 ottobre 2026 per La Canzonetta Record, che intrecciano dimensione personale e denuncia politica, restituendo alla musica la possibilità di raccontare ciò che troppo spesso rimane invisibile. Il disco è stato presentato alla stampa il 15 ottobre alla Fonoteca, a Napoli, alla vigilia della pubblicazione. Nell’anno in cui la band celebra trent’anni di carriera, “Bidonville” segna una nuova tappa di un percorso che continua a interrogare il presente senza rinunciare alla propria identità. Il ritorno discografico sarà accompagnato da un tour che farà tappa a Napoli il 30 dicembre.

Napoli Est, punto di partenza

Napoli viene raccontata attraverso le sue bellezze, il centro storico e il turismo internazionale. Ma alle spalle di via Galileo Ferraris, uno degli ingressi della città, si apre un’altra Napoli: quella di via Stadera, a Est, segnata dalla dismissione industriale, dall’abbandono e da domande sul futuro che restano ancora senza risposta. È da qui che i 24 Grana scelgono di partire per raccontare “Bidonville”.

Via Stadera non è soltanto un luogo geografico. È un territorio che la band sente vicino fin dagli anni dei centri sociali e dell’esperienza di Officina 99, ricordata come uno spazio capace di generare cultura, socialità, politica e impegno. Un’esperienza che appartiene alla storia della città, ma che permette anche di misurare ciò che è cambiato: la progressiva perdita dei luoghi di aggregazione, il declino industriale iniziato negli anni Novanta e una periferia che continua a portare i segni di trasformazioni economiche e urbanistiche incompiute.

È in questa distanza tra l’immagine pubblica di Napoli e la vita quotidiana dei suoi territori che “Bidonville” trova uno dei suoi punti di partenza. Il titolo richiama una città degli scarti, fatta di rifiuti abbandonati, materiali accumulati negli angoli più nascosti e problemi sistematicamente rimossi dallo sguardo collettivo. Anche la copertina, ideata da Manuele Altieri e Gaia Del Vecchio attraverso una riflessione sui materiali di riciclo, si inserisce in questa prospettiva. Ciò che viene lasciato ai margini non è soltanto materia: sono anche persone, relazioni e possibilità.

La periferia diventa così una metafora più ampia, una condizione di precarietà ed esclusione che può riguardare anche il centro storico quando perde i suoi abitanti, le botteghe e le relazioni che lo rendevano un luogo vissuto. La trasformazione di Napoli in una destinazione turistica internazionale convive con il rischio che la città diventi sempre meno accessibile a chi la abita. Il turismo non viene rifiutato in sé, ma messo in discussione quando gli spazi urbani e le risorse vengono organizzati secondo interessi economici che non coincidono necessariamente con quelli della collettività.

Il discorso si estende anche ai quartieri che diventano improvvisamente oggetto di attenzione pubblica, come Bagnoli e le trasformazioni legate ai grandi progetti urbani. L’attenzione, nella riflessione della band, non coincide automaticamente con la cura dei territori: può rispondere a interessi privati e finanziari senza ascoltare le persone che li abitano.

Dai margini a Gaza: la politica nella musica

Da Napoli Est lo sguardo si allarga al resto del mondo. Lo sfruttamento dei territori e delle risorse, la crisi ambientale, la precarietà e i conflitti internazionali appartengono a una stessa trama di contraddizioni. È in questo passaggio dal particolare all’universale che trova spazio anche Gaza, evocata durante la conferenza come uno dei luoghi attraverso cui leggere la violenza del presente.

Nel corso dell’incontro emerge la questione del coraggio di affrontare questi temi in un panorama musicale e mediatico in cui la contronarrazione sembra avere sempre meno spazio. I 24 Grana rivendicano la continuità con la propria storia politica e culturale: cresciuti anche attraverso l’esperienza dei centri sociali, hanno sempre considerato la musica uno strumento per raccontare ciò che accade intorno a loro. A preoccupare non è soltanto chi non prende posizione, ma anche chi conosce determinate realtà e sceglie di non parlarne.

In “Bidonville” la critica sociale non si separa dalla dimensione intima. La precarietà attraversa le vite individuali, mentre l’individualismo indebolisce i legami e riduce gli spazi di confronto. L’immondizia che invade i territori diventa anche un’immagine di ciò che si accumula interiormente, fino a compromettere la capacità di provare empatia per le sofferenze altrui. La malinconia attraversa il disco, ma lascia spazio a squarci di speranza: la possibilità che le persone tornino a incontrarsi, condividere esperienze e riconoscersi in qualcosa di comune.

La questione non riguarda soltanto i luoghi, ma anche il modo in cui vengono raccontati. La musica può contribuire a sottrarre all’invisibilità esperienze che restano ai margini della narrazione pubblica, senza pretendere di risolvere le contraddizioni che le producono. È in questo spazio, tra denuncia e possibilità di riconoscimento, che il disco prova a costruire il proprio discorso.

La rabbia delle nuove generazioni

È proprio il ritorno sui palchi ad aver offerto alla band una nuova prospettiva. Dopo una lunga pausa discografica, la reunion ha permesso ai quattro musicisti di ritrovare il proprio pubblico e di incontrare ascoltatori molto giovani, appartenenti a generazioni che non avevano vissuto direttamente la stagione degli anni Novanta. La loro presenza ai concerti ha fatto emergere una domanda: che cosa è rimasto della rabbia sociale che attraversava quella stagione e dove può trovare espressione oggi?

I 24 Grana raccontano di essersi aspettati che le generazioni successive raccogliessero quell’eredità, ma di aver constatato un vuoto nella musica capace di affrontare apertamente determinati temi. È anche da questa mancanza che nasce l’esigenza di tornare a scrivere. Il nuovo album si rivolge a chi ha seguito la band fin dagli inizi, ma anche a chi si avvicina oggi alla sua musica cercando strumenti per interpretare un presente difficile.

La questione assume una dimensione personale quando il discorso si sposta sui figli e sugli adolescenti. “Nino”, “Overdose” e “Sotto San Gennaro” sono indicati durante la conferenza come brani rivolti direttamente alle nuove generazioni. Non si tratta di impartire lezioni dall’alto, ma di raccontare ciò che non funziona, offrendo parole per comprendere le contraddizioni che attraversano la società. La musica torna così a essere uno spazio in cui la rabbia può trovare una forma condivisa, anziché alimentare soltanto isolamento e violenza.

In questa prospettiva, un ruolo fondamentale viene riconosciuto all’associazionismo di base. Realtà come il Gridas e il Mammut, insieme alle esperienze sociali che continuano a operare nei quartieri, vengono richiamate come esempi di ciò che può nascere dal basso quando la politica istituzionale non riesce a rispondere ai bisogni dei territori. Sono luoghi in cui si tenta di ricucire relazioni, costruire partecipazione e creare spazi di libertà. Non una soluzione definitiva ai problemi strutturali, ma una pratica concreta di resistenza alla frammentazione sociale.

Un’identità musicale in movimento

Anche sul piano musicale, “Bidonville” è il risultato di una storia in movimento. Le influenze rock, psichedeliche, elettroniche, reggae, dub e new wave convivono con la tradizione lirica napoletana e con una sensibilità maturata in decenni di attività. I quattro musicisti raccontano un processo creativo fondato sull’alchimia tra percorsi differenti, sulla sperimentazione e sulla capacità di assecondare i cambiamenti personali senza perdere un’identità comune.

La composizione del disco ha richiesto circa tre anni di lavoro, tra periodi trascorsi in Cilento e in Irpinia, lontano dalla quotidianità, per trovare lo spazio necessario a costruire, distruggere e ricostruire le canzoni. Il risultato non cerca di replicare il suono del passato, ma di trasformare l’esperienza accumulata in un linguaggio capace di parlare al presente. La band riconosce nella propria storia anche una componente di fortuna: quella di aver incontrato, agli inizi, persone e realtà discografiche disposte a credere in una proposta musicale che non coincideva pienamente con le logiche del mercato.

A distanza di circa trent’anni dagli esordi discografici, i 24 Grana non sembrano interessati a trasformare il ritorno in un esercizio di nostalgia. Il loro percorso è cambiato insieme alle vite dei musicisti, alle esperienze attraversate e agli ascolti che hanno accompagnato gli anni. Quello che rimane è la volontà di raccontare il mondo circostante, mettendo in relazione le trasformazioni sociali con le emozioni e le esperienze individuali.

“Bidonville” nasce dalla sensazione che alcune domande siano rimaste aperte e che, proprio per questo, ci sia ancora bisogno di porle. La periferia diventa il luogo da cui osservare il mondo; la musica, uno strumento per sottrarre all’invisibilità ciò che viene lasciato ai margini. Non una soluzione ai problemi, ma un tentativo di nominarli, renderli condivisibili e riaprire uno spazio di immaginazione collettiva. Perché, se una possibilità di cambiamento esiste ancora, passa anche dalla capacità di ritrovarsi e costruire qualcosa insieme.

articolo di Benedetta De Rosa

24 Grana online:
Instagram: https://www.instagram.com/24granaofficial/
YouTube: https://www.youtube.com/@24granaTube

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