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“À qui veut bien l’entendre” / “To Whoever Wants To Listen”

Questo documentario è uno dei tasselli necessari per avvicinarsi al Noise e/o completare un percorso sonoro diverso, o meglio ancora incompreso

À qui veut bien l’entendre

Tra gli 80 filmati presentati alla 62esima edizione del Festival dei Popoli, il festival internazionale del film documentario, che si è tenuto a Firenze dal 20 al 28 novembre 2021, 5 documentari spettacolari a tema musicale hanno arricchito la sezione “Let The Music Play!” in prima italiana. Dal Progressive Rock nell’anteprima assoluta di “In the Court of the Crimson King” su Robert Fripp e il suo storico gruppo, al Noise estremo di “À qui veut bien l’entendre”, passando per il genere house “Off the Record”, il prodigio del flamenco in “Canto cósmico. El Niño de Elche” e i racconti dei giovanissimi catapultati nei talent show in “Fuoriclasse”.

Abbiamo avuto il piacere di assistere alla proiezione di “À qui veut bien l’entendre”, e ne è valsa davvero la pena. Ve lo raccontiamo, consigliandone la visione. Al Caivano Rock del 2011 si esibiscono gli ZU, artisti importanti per la formazione di quello che al di fuori del belpaese spopolava con il nome di Math-Rock e/o Math-Core ed in Italia parte come Jazz-Core, Avant-Core per poi canonizzarsi e diventare un genere portante dell’universo underground e non italiano.

Ma gli ZU inoltre sono importanti anche da un altro punto di vista, ricreano uno spettro sonoro completamente sconosciuto fino a quel punto. Basti pensare al sax baritono distorto free-jazz mentre un basso completamente decostruito e volutamente violentato da distorsioni e settaggi lontani dalla melodia e più vicini alla decontestualizzazione del suono, viene pestato con un cacciavite che diventa un plettro crudo. Stranamente, l’unico spettro canonico negli ZU è quel genio di Jacopo Battaglia, sapientemente alla batteria, che rilascia una chiave di lettura dove l’ascoltatore riesce a seguire e dare un senso logico al trio.

E se non ci fosse una chiave di lettura? Se si viene completamente messi alla mercè del suono crudo? “A qui vien bien l’entendre” è una tavola rotonda sul lato più estremo dell’Avant-Noise francese e non. Diretto da Jérôme Florenville è un viaggio di novanta minuti fra distorsioni e circuiti bent, magneti e analisi del suono dove come parte strutturale si inizia dal Manifesto del Muro di Suono, in cui c’è la totale distruzione dell’individuo e la negazione dell’appartenenza a alcuna corrente di partito, culturale, religiosa e l’abbandono dell’essere “nudo” al muro di suono.

Bisogna dire che il fascino della Noise o del fastidio sonoro viene analizzato dai vari artisti come esperienza, performance, bilanciamento di vari equilibri e una propria sfida all’ascoltatore che viene bombardato da varie gamme sonore di diversi hertz a volumi esorbitanti e viene inquadrato in una cornice di stress sonoro nella quale una reazione è dovuta (positiva o negativa che sia).

Si parla di musicisti che costruiscono i propri strumenti, si esibiscono in giro per l’Europa, o del mondo, per il piacere di stupire, sperimentare e dissacrare il concetto basilare di canzone per cercare un significato più difficile e coraggioso giusto sulla linea di confine fra il fastidio e il piacere.

Il documentario è scarno, diretto fra una tavolata e vari teatri di posa. Il fatto stesso che sia intervallato fra varie performance, fra le quali bisogna citare la nostrana Alessandra Zerbinati con il suo personalissimo atto di lacerazione fisica e sonora (la Zerbinati denuncia la violenza sulle donne durante le sue esibizioni) e Arnaud Riviere, di gran lunga la migliore performance all’interno del documentario.

Quindi, se avete passione per il white/brown/blue/violet Noise, l’Avant-Music, “A qui vien bien l’entendre” è di sicuro uno dei tasselli necessari per avvicinarsi e/o completare un percorso sonoro diverso, o meglio ancora incompreso.

Articolo di Alessandro Marano

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