04/10/2023

Calibro 35, Roma

04/10/2023

Glüme, Milano

04/10/2023

David Eugene Edwards, Milano

04/10/2023

Alex Usai Band, Milano

04/10/2023

Dan Stuart, Milano

05/10/2023

Pino Scotto, Bergamo

05/10/2023

Emidio Clementi & Corrado Nuccini, Roncade

05/10/2023

Calibro 35, Roma

05/10/2023

Glüme, Roma

05/10/2023

Bruce Soord, Bologna

05/10/2023

Drusilla Foer, Milano

05/10/2023

Matt Corby, Milano

Agenda

Scopri tutti

Alcatrazz intervista

Con Doogie White approfondiamo il processo creativo del nuovo album “Take No Prisoners”

Gli Alcatrazz sono tornati con il nuovo album “Take No Prisoners” (la nostra recensione), con l’intenzione di recuperare il tempo perduto. È il loro sesto album in studio e il terzo in tre anni, composto da dieci brani incrinanti e carismatici, ognuno dei quali contiene la fusione unica del Classic Rock americano con il Metal britannico. In attesa di vederli dal vivo, con la speranza di almeno una data italiana, incontriamo il loro cantante, Doogie White, in una video-chiamata Edimburgo-Firenze.

Doogie, per prima cosa ti chiedo di parlarci di “Take No Prisoners”, ultimo album appena uscito, il secondo con te alla voce.
Beh, il processo di registrazione dell’album è stato quello che molte altre band hanno intrapreso ultimamente. A causa della pandemia, non c’era possibilità di andare a provare in uno studio per un mese per poi registrare le parti migliori, quindi sia per “V” che per quest’ultimo “Take No Prisoners” Joe e Jimmy mi hanno mandato dei demo su cui ho scritto delle melodie e dei testi che a mia volta gli ho sottoposto. Ho provato a fare sempre qualcosa di nuovo a livello di scrittura, per esempio il brano “Don’t Get Mad… Get Even” non sarebbe dovuto assolutamente finire nel disco tanto che l’avevamo intitolata “Batshit Crazy”. Poi però ci ho lavorato di nascosto, l’ho proposta in studio creando lo sconcerto generale e in pochi minuti abbiamo avuto il nostro primo singolo. È un pezzo molto semplice e divertente, una buona introduzione all’album anche se è un po’ diversa da tutto il resto. Ci abbiamo aggiunto la partecipazione delle Girlschool per i backing vocals e il ritornello, e ha funzionato davvero bene. Credo che tutto l’album sia molto accessibile. Il processo come dicevo è sempre lo stesso, è il primo che ho fatto dopo un po’ di pausa dallo studio e dai tecnici del suono, il precedente l’avevo fatto a casa e avevo deciso che non sarebbe più accaduto. Avevo bisogno di qualcuno che mi stesse un po’ dietro a dirmi cosa andava bene cosa no. Ci abbiamo messo quattro giorni per registrare dodici canzoni, con le nuove tecnologie è molto semplice. E anche la sintonia con Joe e Jimmy rende tutto più semplice: scriviamo sempre più pezzi del dovuto, magari per il venticinquesimo anniversario della band faremo uscire l’album in versione deluxe con tutte le tracce extra.

Recentemente, prima dell’uscita di “Take No Prisoners”, avete fatto un tour nel Regno Unito con le Girlschool, avete già messo in scaletta qualche pezzo del nuovo album?
Abbiamo solo fatto “Don’t Get Mad… Get Even” per dare un assaggio al pubblico di cosa avremmo fatto dopo. Nel nuovo tour, che sarà presto annunciato, faremo sicuramente almeno quattro pezzi dal nuovo album.

Questo è molto interessante perché una band con un catalogo come il vostro è spesso forzata a dover suonare soprattutto i pezzi più vecchi per fare contenti i fan…

Beh non mi rendo conto di quanto pubblico potessero avere gli Alcatrazz negli anni Ottanta, non so se avessero delle vere e proprie hit. Sicuramente abbiamo dei pezzi che dobbiamo tenere in scaletta. In generale usiamo la stessa metodologia di Graham Bonnet, inserendo pezzi degli Alcatrazz, dei Rainbow e di Michael Schenker, in generale il pubblico risponde sempre molto bene.

Immagino che comunque non sia facile far arrivare al pubblico canzoni che hanno quarant’anni da una band che è stata ferma per trenta.
Sai, non credo che stiamo cercando di inventarci nulla di nuovo. Stiamo soltanto facemdo Metal a modo nostro. Anzi questa era proprio la nostra prima intenzione. Avevamo già i fan di vecchia data che venivano ad ascoltare i nostri classici e quelli delle band legate a questo progetto, ma più di tutto volevamo arrivare ai fan dei Maiden, dei Priest, Metallica così da allargare il campo d’azione degli Alcatrazz. La line-up di questa band è sempre stata poco stabile, prima con Malmsteen poi con Vai, tre album, e poi c’è stato il vuoto per trent’anni. Quando ci dicono che stiamo festeggiando il quarantesimo della band io rispondo che stiamo festeggiando il sesto album.

Come sei stato contattato dalla band per il ruolo di cantante?
Gli Alcatrazz erano in tour nel Regno Unito e vennero a suonare in un club dalle mie parti, a Edimburgo. Il management mi telefonò chiedendomi se avevo voglia di un caffè e torta e una passeggiata in un cimitero. Ci andai ed incontrai Graham, il vecchio cantante, che avevo già incontrato in diverse occasioni. Era piuttosto scontento della sua condizione artistica e nonostante avessi cercato di dargli delle parole di conforto a riguardo lui poco dopo lasciò la band. Due mesi dopo il management mi chiamò dandomi la colpa per questa dipartita, dicendomi che dovevo risolvere la situazione entrando nel gruppo e fare il prossimo tour. Io risposi che non avevo intenzione di suonare in nessuna tribute band e che in caso avrei accettato se avessimo scritto un nuovo album. Due giorni dopo avevo ricevuto quattro brani e io ne scrissi altri immediatamente dopo. Nel giro di poco tempo avevamo quindici canzoni e mentre stavamo in studio è arrivata la pandemia. Ad Edinburgo non c’era nemmeno uno studio aperto, quindi registrai le voci a casa, l’album, “V” uscì e il pubblico apprezzò, a esclusione di qualche fan sfegatato. Ho sempre avuto un grande rispetto per Graham, ho una grande eredità da portare avanti e quindi dovevo fare per forza qualcosa di diverso, credo sia la situazione di molti cantanti che entrano in una band che ha già un nome molto affermato, pensa a Dio coi Black Sabbath o a Bruce Dickinson con i Maiden. La mia voce non assomiglia a quella di Graham, quindi già di partenza sarebbe stata una cosa diversa. Ho trattato ogni disco come se fossero miei da solista, non suono seguendo le aspettative dei fan. Cerco di portarli dalla parte mia e della band, questa è la cosa più importante per la mia posizione da cantante e songwriter.

Mantenendo la tua personalità …
Sì, è molto importante per me. Perché questa è musica che ha un posto speciale nel mio cuore da quando ho quindici anni e sono molto orgoglioso di aver avuto la mia carriera. Non voglio deludere nessuno, e al tempo stesso rispettare l’eredità della band.

Quale è stato il primo album rock che hai ascoltato e che ha cambiato la tua vita?

Prima dei quindici anni ero un fan di David Bowie. In quel periodo tutti guardavano Top of The Pops alla tv e nell’estate del 1972 il Duca se ne uscì con Starman. Nel giro di un weekend tutti avevano i capelli come Ziggy Stardust. Poco prima c’era stato “Hunky Dory” e “The Man Who Sold The World”, fu un periodo epocale. C’era un sacco di roba da scoprire, gli album costavano 2 sterline e 99 centesimi e i miei mi davano una paghetta di 50 centesimi a settimana; dovevo aspettare quasi un mese per avere un disco, e quando lo compravo lo ascoltavo e lo riascoltavo centinaia di volte. Il sabato sera andavo alla Youth Fellowship [l’oratorio, ndr] con i miei amici, c’erano due stanze in cui rispettivamente noi e le ragazze ci trovavamo per ascoltare musica, loro Dave Cassidy e i Bay City Rollers e noi Emerson, Lake and Palmer o i Genesis. Per tornare alla tua domanda, il primo album rock che mi fece uscire di testa fu “Come Taste The Band” dei Deep Purple. Le voci mi facevano talmente impazzire che il mio amico Kenny Johnson mi portò la settimana dopo “Burn”. Mi piacque tantissimo, quindi la settimana dopo mi portò “Made In Japan”. Li vidi poi dal vivo con Tommy Bolin una settimana dopo il mio sedicesimo compleanno, nel 1976. Quello fu un grande anno per me: vidi due volte gli AC/DC con Bon Scott, i Rainbow… era un grande momento per essere giovani pronti ad assorbire tutte queste esperienze. Conosco meglio le canzoni di “Space Oddity” e “Rainbow Rising” che quelle che ho appena registrato per il disco (ride).

È quello il periodo in cui hai iniziato a cantare?
Si, più o meno. La domenica sera cantavamo canzoni religiose alla Young Fellowship, poi mettemmo su una band. Le prime canzoni che cantai dal vivo furono “Keep Yourself Alive” dei Queen e “Starstruck” dei Rainbow. Capii di essere in grado di cantare perché riuscivo ad urlare più a lungo di Ian Gillian sul finale di “Strange Kind Of Woman”. Andò così.

Poi lavorai come camionista, autista di autobus, ferroviere e poi nei servizi sociali. Al tempo suonavo in una band che si chiamava La Paz, poi mi chiesero di scendere a Londra per suonare nei Midnight Blue e non sono più tornato indietro. Poi Ritchie Blackmore mi chiamò per cantare nei Rainbow e lì cambiò veramente tutto. Sto leggendo l’autobiografia di Brian Johnson degli AC/DC e mi accorgo che ci sono molti punti di convergenza nelle nostre esperienze, l’unica differenza è che lui si ritrovò presto con una ragazza incinta, io sono sempre stato molto attento ad evitare questo fatto perché ho visto tanti grandi musicisti fermarsi per via di queste responsabilità. È un discorso molto egoista ma devi fare delle scelte e penso di averle fatte giuste.

Sono scelte da artista.
Si, non puoi permetterti di avere legami finché non cominci ad avere un po’ di successo, perché al tempo si andava in tour per settimane, mesi. A volte dovevo partire per due mesi con mia moglie a casa che mi aspettava mentre lavorava molto duramente. Ma alla fine fa parte del gioco della vita, e va bene così. Ora cerco di sfruttare ogni giorno al massimo, quando ero più giovane ovviamente non riuscivo ad apprezzare la vita così tanto perché mi sentivo invincibile, ero piuttosto matto. Ora cerco di trovare del nuovo in ogni giorno, non dev’essere per forza qualcosa che mi cambia la vita, trovo soddisfazione anche nelle piccole cose.

Articolo di Francesca Cecconi

Iscriviti alla newsletter

Condividi il post!