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Ardecore intervista

Rivoluzione senza precedenti nella rilettura della musica popolare romanesca

Abbiamo incontrato gli Ardecore in occasione del loro concerto il 24 novembre all’interno del festival fiorentino “H/EARTHbeat, Battiti del cuore e della terra” dedicato alle musiche del mondo, un lungo viaggio nella World Music con i grandi protagonisti internazionali e numerosi musicisti italiani. Gli Ardecore sono lo straordinario progetto nato da un’idea del cantautore folk blues Giampaolo Felici, un laboratorio artistico che dal 2005 opera una rivoluzione senza precedenti nella rilettura della musica popolare romanesca, depositaria di storie dal profondo respiro storico e sociale, con una vena scura e una narrativa amara. La band si è più volte modificata nella sua formazione, all’interno della quale convivono in armonia molti musicisti di diversa estrazione, tutti accomunati da una straordinaria creatività.

Il loro ultimo lavoro è “996 – Le canzoni di G.G. Belli”, un doppio album sulle piattaforme digitali, e un libro, edito da Squilibri, quale unico supporto fisico dell’intero lavoro. Il volume letterario, infatti, tramite QR Code, offre la possibilità di accedere all’ascolto in streaming e al download dei due dischi, e contiene i testi, con note autografe del Belli, le nuove partiture di tutti i sonetti musicati, le illustrazioni originali realizzate da alcuni disegnatori di fama nazionale e internazionale e l’importante prefazione di Marcello Teodonio, il più autorevole studioso dell’opera Belliana e presidente del centro studi ‘G.G. Belli’.

A Firenze sono stati insieme a Giampaolo Felici: Marco Di Gasbarro batteria e percussioni, Ludovica Valori piano, fisarmonica, trombone e voci, Gianluca Ferrante tastiere, chitarra e voci, Jacopo Battaglia percussioni, batteria e voci. L’intervista con Giampaolo si svolge in un clima di convivialità assoluta, ovvero chiacchierando durante una buona cena e caraffe di vino – e ringrazio Musicus Concentus per aver favorito questa bella situazione.

Da dove nasce “Le canzoni di G.G. Belli”, di cui è appena uscito il secondo volume del più ampio progetto dedicato al grande poeta romano Giuseppe Gioachino Belli?

Come componenti degli Ardecore veniamo tutti da un percorso personale e originale, ora siamo noi cinque, ma la storia è cominciata dal 2004 e ha portato dentro tanti musicisti e tanti amici che vengono da un background molto sperimentale, molto indie. Una volta indie erano le cose che venivano un po’ più storte, poi è diventato tutt’altro, un mondo indipendente che poi si è trasformato in Pop. Beh, magari qui mi dilungherei troppo…

Fondamentalmente l’idea dell’album, che se fosse stato un vinile sarebbe stato un triplo (cosa complicata da produrre), è legata al libro, ci sono tanti brani, ogni brano ha una copertina, e ha l’introduzione del presidente del Centro Studi Giuseppe Gioacchino Belli, che negli ultimi trent’anni ha scritto la prefazione di tutte le edizioni con le opere del Belli. Il libro ha quasi centoquaranta pagine, un paio di foto, un paio di cose che allungano, però alla fine comunque sono tante, ed è l’idea ambiziosa che ha portato poi agli album. Un’ambizione sicuramente pretenziosa, che va bene però se poi l’ambizione ti porta in direzioni diverse a quelle che avevi programmato, in nuovi territori. Inoltre a noi non è mai interessato fare solo quello che possa funzionare, non a me personalmente, ma anche i miei musicisti hanno sempre fatto una loro scelta musicale, un percorso di vita chiaramente legato a quello che era il loro gusto nella costruzione musicale di un progetto. Ne è nata spontaneamente un’idea perché noi sin dall’inizio del progetto Ardecore siamo partiti dalla ricerca storica delle radici della cultura popolare, abbiamo sempre fatto quel tipo di ricerca, anche quando abbiamo inciso brani originali. Abbiamo lavorato al recupero dei brani pre-guerra ma non solo, ci siamo legati a tutto quello che succedeva sin dall’inizio della storia della discografia, anche canzoni di quella italiana seminale, molte chiaramente in romanesco. Questo ci ha portato a essere un po’ etichettati come un gruppo dialettale, ma in realtà in questa cosa non ci siamo mai ritrovati veramente, è chiaro che rifarsi da una forma dialettale, la nostra, con un recupero sui testi e su quelli che erano i sintomi della società di una volta, e cercando delle paragonarli a quello che viviamo adesso, è il cuore della nostra musica, però ciò che è per noi basilare è a livello sonoro, ci interessa tanto quanto il quanto il testo.

Per lavorare sull’aspetto testuale dialettale, abbiamo fatto un po’ un percorso all’indietro, un po’ come l’eremita dei tarocchi che cammina verso il futuro però guardandolo con la schiena, perché è attratto tutto quello che riesce a carpire, per capire il passato. Camminando indietro abbiamo scavalcato il secolo e ci siamo trovati alla prima metà dell’Ottocento, prima dell’unificazione d’Italia, quando G.G. Belli ha fatto quest’opera enorme di oltre duemila sonetti dove ha dato la voce alla lingua. La grammatica il popolo non ne aveva, era perlopiù analfabeta, e il Belli ha messo in grammatica la voce del popolo, ha scritto per come va pronunciato il termine, una cosa che non esisteva prima. I sonetti sono quasi tutti monologhi del popolo perché Belli non parla mai in prima persona ma per interposta persona, si nasconde addirittura dietro una sigla che è un numero, 996, i due nove sono le due “G” di Giuseppe Gioacchino e il sei la “B” ,quindi si nasconde proprio, perché poi comunque lui era bipolare. Da questo punto di vista qualcuno dice vabbè bipolare, che fai, offendi? Eh sì, non è che si offende il Belli, però lui era un borghese perfettamente inserito nella società borghese aristocratica, papalina, quindi una sorta di Dottor Jekyll e Mister Hyde, da un certo punto di vista è un personaggio controverso anche se a Roma è molto amato, c’è addirittura una statua a lui dedicata a Trastevere.

Il popolo che lui descrive nei sonetti è un popolo che vive nell’ignoranza ma nella pratica quotidiana prende di petto la vita e dice quello che pensa, le persone sono molto avanti, sono molto antigovernative, anticlericali. Quasi mai però sono anticristiane, hanno sempre una forma di rispetto per le scritture, danno valore ai Vangeli e alle cose religiose, però con una forte contestazione verso l’enorme differenza tra le classi sociali. È questo che forse in qualche maniera a noi piace riportare, perché la stessa situazione la viviamo pure adesso, a distanza di circa di duecento anni. Questa cosa è abbastanza paradossale, e forse addirittura acuita negli ultimi tempi.

I primi sonetti sono stati iscritti alla fine degli anni Venti dell’Ottocento, chiaramente quindi parliamo di Stato Pontificio, la cosa importante è che con quei sonetti Belli ci lascia la fotografia di una società che da lì a pochi anni sarebbe completamente cambiata. Roma allora contava 245mila abitanti, adesso ed è diventata capitale in un altro mondo. I sonetti del Belli descrivono una società che moriva, da lì a poco ci sarebbe sarebbero stati i moti risorgimentali, sarebbero entrati i bersaglieri a Porta Pia; parlano di popolo estremamente povero, che viveva di espedienti, però con un enorme dignità.

Per i romani il Belli è un’icona tanto quanto Trilussa, un’icona che però ha fatto una cronaca di quello che è la società romana, di quello che sono le differenze nelle classi sociali, che è la stessa cronaca che poi farà un secolo dopo Pasolini.

Questo progetto non poteva che nascere a Roma …

Certo, ma l’idea comunque non incontrava un solco già definito, soprattutto nella scena romana. Roma è un mondo strano, perché ha quasi cinque milioni di abitanti, quasi il dieci per cento degli italiani è dentro una città fondamentalmente scollegata, non c’è una rete di musicisti che si può connettere facilmente da Roma a aree diverse, come magari può succedere per tutti i gruppi, diciamo della Padania, dove ci stanno tantissimi locali e c’è una scena molto più fervida. Per i musicisti romani lo spostamento è un fattore poco pratico, costa una cifra farti conoscere se lo fai a spese due, ma per lo più coloro che possono portare cose interessanti e nuove in giro sono ragazzi che magari non hanno i soldi. Quindi a Roma trovi tantissima scena, se vuoi anche variegata, però che se si sviluppa dentro lo stesso contenitore, senza confronto e stimoli esterni innovativi.  Questo progetto nasce da una mia idea mia su una struttura sul suono, su una canzone, su una melodia, poi a un certo punto quando ho cominciato a vedere del materiale che poteva andare avanti e compiersi, ho coinvolto altri musicisti, che cambio disco per disco, anche se c’è una logica di continuità, ma sono sempre molto sperimentali, molto talentuosi, e apportano il loro contributo. Ti dicevo, la musica conta quanto i testi, e la musica è facilmente comprensibile anche fuori Roma, vista la sua qualità e il suo spessore, anche nell’esecuzione dal vivo.

Siete quindi un gruppo di musica popolare, di musica folk?

Musica popolare è il macro contenitore dove ognuno ha la sua di musica popolare, e proprio perché la musica popolare è musica delle radici siamo capaci di capire quella degli altri, dei nostri vicini. A noi impegna molto anche l’aspetto musicale perché comunque progressivo, non siamo un gruppo folk, pur avendo tutto quel sentimento che ci permette di essere viscerali nella forma espressiva. E allo stesso tempo lo siamo, perché amo quelle caratteristiche tipiche nell’ esecuzione del brano. Noi abbiamo un’idea progressiva nella musica, e della progressività nel folk, almeno nel folk italiano. Vogliamo unire la tradizione all’innovazione, e ci riusciamo avendo background musicali ampi e diversi. Poi puoi andare in giro a cantare Roma o a cantare il popolo triste e disagiato in qualsiasi lingua, perché lo fai con una forma musicale che coinvolge tutte le conoscenze che hai.

Siccome nella bio è scritto che tu sei un musicista folk blues, io mi aspettavo un introverso con la camicia a scacchi … (ridiamo)

In realtà faccio un Blues più vicino a qualcosa di scuro e comunque un po’ torvo, piuttosto che qualcosa più legato a quel Folk americano da boscaioli o cowboy … Anche se poi io amo il Country di Johnny Cash, lo stesso Elvis, tutta musica che ci ha influenzato.

Le canzoni dei live del progetto sono le stesse per tutto il tour, o visto che ce ne sono ventotto, potete scegliere di volta in volta la scaletta?

Sì, ci adattiamo anche al locale dove suoniamo, alla sua acustica. Questa cosa spesso ci fa fare un ri-arrangiamento in tempo reale dei di alcuni brani, per esempio qui a Firenze faremo brani più acustici, più morbidi, lievi, però rimangono abbastanza fedeli a come abbiamo impostato il live anche su sulle altre location, mentre eviteremo quelli più tosti più con più decibel, con più pressione sonora anche sugli strumenti.

Dopo la cena, il concerto che è lungo e intenso. I musicisti sono totalmente concentrati sulla musica senza ansie da dar spettacolo, ma lo spettacolo c’è ed è un incanto vederli suonare intorno a Giampaolo che non si risparmia affatto, e che ci guida con passione e capacità dentro le storie che le loro canzoni narrano. Un progetto da non perdere. Il loro prossimo concerto sarà il 23 dicembre al Bloom di Mezzago (MI)

Articolo e foto di Francesca Cecconi

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