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Beatrice Antolini intervista

Polistrumentista, compositrice, arrangiatrice, performer

Era da un bel po’ che desideravo intervistare Beatrice, musicista che stimo moltissimo. Polistrumentista, compositrice, arrangiatrice, performer. Ha all’attivo sei album solisti, suona e ha suonato con una schiera di artisti immensi. Per me è come fosse la sorella Haim (la mia band preferita dell’ultimo decennio) italiana. La ringrazio di cuore per questa nostra chiacchierata a tutto tondo sulla sua arte.

Beatrice, a che età hai scoperto la musica dentro di te?
Da sempre. Ho iniziato da subito a scrivere e a produrre musica, era una cosa che mi apparteneva. Lo dico sempre infatti: preferisco quasi più arrangiare e produrre, che eseguire musica. È come se avessi dei ruoli diversi. Poi naturalmente mi piace anche eseguire. Però diciamo che ciò che più mi appartiene è scrivere, arrangiare e produrre musica.

I tuoi genitori ti hanno incoraggiata in questo percorso?

Sì, mi hanno sostenuta. Non avevano particolari conoscenze musicali, però mi hanno permesso di studiare in questo settore. Già per questo li ringrazio molto.

Quindi, fin da piccola, hai potuto coltivare e nutrire il tuo talento tramite lo studio, la possibilità di esprimerti e il supporto dei tuoi genitori.
Sì, ma è sempre stata anche una mia forte volontà. La mia volontà nel proseguire in questo percorso è stata fondamentale. Le scelte alla fine sono state sempre le mie, così ho potuto nutrire la mia passione.
In che modo hai sentito la tua forza artistica? L’hai sentita fin da piccola nell’essere produttrice, ci dicevi.
Ho sempre sentito dentro di me una forza vitale, più che artistica. Nel senso che le due cose sono necessariamente unite. Mi sento un essere forte da un punto di vista umano. Ho passato anche tante cose difficili che mi hanno resa forte. Questo non vuol dire che io non sia sensibile o che non soffra, anzi, forse soffro più intensamente degli altri. Sono sempre stata molto sensibile fin da piccola. Ho sempre avuto una forte tensione sia verso l’arte che verso la vita.

Ho sempre visto la vita come un percorso, come un cammino da intraprendere in cui coltivare sé stessi, ancor prima dell’arte. Ci sono persone che hanno un grandissimo talento, ma spesso si perdono dentro. Ci vuole consapevolezza. Consapevolezza e forza di volontà. Questo lavoro è pieno di difficoltà, quindi ci vuole il carattere giusto. Soprattutto se sei donna. Ancora oggi mi capita di incontrare delle difficoltà per questo, ma io vado avanti. Non mi voglio lamentare però. Penso che un essere umano, a prescindere dal genere, possa riuscire a fare tutto ciò che vuole. Per questo sono sempre orientata verso quello che voglio io, verso il mio desiderio. Intorno possono arrivare difficoltà di ogni tipo, sabotaggi, ma l’importante è rimanere forti e fedeli a sé stessi.

È un bel messaggio questo per i giovani musicisti.
Sì. Mi piacerebbe che l’ambiente musicale fosse un po’ meno dominato dagli uomini. Però comunque non mi lamento, sono sempre stata in mezzo ai maschi fin da piccola, così come nei miei tour… Alla fine mi sono sempre divertita tantissimo.

Hai sempre detto che ascolti ogni genere musicale, dalla classica al Metal.
Sì, diciamo che il Metal lo sentivo più da piccola (ride) preferisco il prog Però sì, amo tutti i generi musicali. Ho visto concerti metal così come ho visto concerti di musica classica. Tutta la musica mi piace molto. Non sopporto tanto le persone che non hanno ampie vedute. Si può preferire un genere rispetto a un altro, ma è bello conoscerli tutti. Anche per contaminarsi e capire ciò che fare e ciò che non fare. Si può imparare anche da quello che non ci piace o non ci rappresenta.

Infatti è difficile definire la tua musica, se non come sperimentale.
Sì, perché è sempre diversa. Ogni disco è un mondo a sé. Ma perché io sono così: non mi riconosco nemmeno più nella me di tre anni fa. Ovviamente alla fine ci sono delle cose che mi piacciono di più. Sicuramente la musica contemporanea, cinematografica e le soundtrack mi piacciono molto. Anche un certo tipo di elettronica sperimentale. Poi ci sono delle cose che sono cambiante nel tempo. Per esempio, quando ero adolescente mi piaceva molto la musica new wave e dark wave. Insomma, ho assorbiti tutti i generi nel corso degli anni. Quindi penso, e spero, che la mia musica non assomigli a niente. Poi magari qualcosa ci sarà sempre.

Il tuo essere sperimentale viene solo da questo o anche dal fatto che sei capace di suonare moltissimi strumenti? L’essere polistrumentista ti aiuta a essere un’artista sperimentale?
Saper suonare più strumenti è sempre stata più una necessità. Ogni tanto ci ripenso e mi dico: per affermarmi quante cose ho dovuto fare io? Magari un uomo non avrebbe avuto bisogno di tutto questo. Io invece ho dovuto fare di tutto. Scrivere dischi, produrli, suonarli, arrangiarli… Così come suonare più strumenti diversi. Ho dovuto fare tante cose diverse. A volte è pesante, e spesso i miei colleghi non capiscono. È andata così, alla fine mi sono anche divertita a fare questo.

I tuoi strumenti preferiti restano piano e tastiera?
Ma no, alla fine non ho strumenti preferiti. Mi piacciono tutti e vorrei suonarli tutti. Purtroppo non ci riesco (ride). Se dovessi indicarne uno, non rinuncerei mai al computer ( con una tastiera usb attaccata!) che mi permette di scrivere arrangiare e produrre la mia musica.

Hai collaborato con tantissimi musicisti, sia uomini che donne. Hai suonato in studio, dal vivo… Qual è il musicista con il quale ancora non hai suonato e vorresti farlo? E qual è il musicista che vorresti avere nei tuoi dischi?
L’ho sempre dichiarato, io vorrei suonare sia con Peter Gabriel che con Trent Reznor (ride). In generale è bello suonare, quindi ti dico con chiunque faccia musica interessante. Non ho un nome specifico. Nei miei dischi vale lo stesso. Però ragiono di più in base a ciò che mi potrebbe servire. Per esempio, se mi dovesse servire un quartetto d’archi, scriverei la parte e poi la farei suonare a un quartetto d’archi. Però, per il resto, mi piace che sia io a gestire la parte armonica e la parte ritmica. Di solito agisco così, è un mio mood.

Quando scrivi, con quale strumento lo fai?
Vari. Di solito, parto dalla ritmica. Ritmica e basso… A volte scrivo al computer, magari uso dei software… Ma anche con il piano. Dipende.

Quando suoni lo fai con tante persone diverse, con ritmi musicali diversi, e in situazioni diverse. Trasmetti non solo la tua professionalità ma anche la tua personalità. Anche per questo ci vuole forza.
Sì, con Manuel molto. Ci conosciamo dal 2008, da “Il paese è reale” quando lui scelse un mio brano “Venetian Hautboy”, a seguito facemmo dei live con tutti gli artisti coinvolti nel progetto ed io suonai il mio brano in varie occasioni. È una persona molto in gamba e un musicista vero. Sicuramente ho molto spazio, e quando c’è molto spazio ti diverti anche di più, devo dire la verità. Questo concerto è molto bello e me lo sento molto addosso, così come questo disco.

Parliamo del tuo ultimo singolo, “Il Grande minimo solare”. È solo un singolo ma è molto importante perché c’è la svolta: il cantato in italiano.
Io in realtà non la vivo come una svolta. Semplicemente mi è finalmente venuto un pezzo in italiano che non mi sentivo ridicola a cantare. Sentivo che questo brano doveva essere un progetto a sé, rispetto all’ “AB”. Avevo voglia di interpretarlo diversamente e di buttarlo fuori.

Nonostante sia un progetto a sé, secondo me rivela molto di te come persona. Una persona costantemente alla ricerca di un accrescimento culturale e spirituale. Non è un brano facilissimo.
In inglese parlavo delle stesse cose, anni fa, ma nessuno dava particolare importanza ai testi. Per me i testi invece sono importantissimi. Non sempre sono stati apprezzati quanto avrebbero potuto. Quindi stavolta ho voluto dire quello che avevo da dire direttamente in italiano.

Rimaniamo su questa cosa dei testi. Pensi che la musica digitale li penalizzi?
Beh certo. Con tutta questa musica digitale, non solo non si leggono più i testi, ma non si sa neanche chi ha fatto il disco, chi lo ha arrangiato e chi lo ha prodotto. Prima era diverso. In digitale si perde tutto. Possiamo pure dire che la musica digitale ha offeso il diritto d’autore sotto questo aspetto. Però è così, sono i tempi che corrono. Spero comunque di essere riuscita a portare del bello nelle situazioni in cui ho avuto la fortuna di capitare.

Certamente. Noi speriamo anche che la tua scrittura in italiano possa proseguire. I messaggi sono importanti anche per chi non conosce l’inglese.
Certo, non voglio pormi limiti! Sarebbe bello fare anche un disco con poche canzoni e tanti momenti musicali. Non bisogna porsi limiti.

Parliamo della tua esperienza sui palchi, grandi e piccoli. Non deve essere semplice adeguare continuamente il tuo set di strumenti, è impegnativo passare da un tipo di tour con un musicista a un altro…
Si, per esempio in estate ho fatto 3 tour con strumentazioni diverse, tra percussioni, tastiere, synth, pad elettronici, basso; però al tempo stesso basta organizzarsi, io mi preparo tutto prima e lavoro molto sull’organizzazione e la programmazione dei suoni così da avere ciò che mi serve, in questo sta la vera grossa preparazione. Uso programmi come Pro tools, ho iniziato a usarlo giovanissima, lo aveva il padre di una mia amica a casa, era una versione prima maniera, ma quel giorno ho capito che potevo fare tutto da sola. In fondo sono sempre stata un po’ nerd!

Per quanto riguarda la mia doppia vita da “musicista” “performer” o chiamatelo come vi pare abbandono la mia dimensione solista e di autosufficienza, mi metto a disposizione del leader e mi inserisco nel flusso d’insieme della musica, con grande rispetto per tutti. Non ho bisogno di svettare, apparire, mi sono già tolta tutte le soddisfazioni possibili nei miei tour, dove posso fare le mie cose e a modo mio. C’è poi l’aspetto organizzativo di ogni tour da conoscere per inserirsi al meglio; ogni artista e ogni produzione sono diversi. Con alcuni artisti facciamo tante prove, per trovare un risultato perfetto e impeccabile, in altri c’è più spazio per cambiamenti e flessibilità. Sicuramente i tre tour con Vasco Rossi mi hanno fatto toccare l’apice del professionismo, una delle esperienze più. Belle che un musicista possa sognare. Però ogni tour, ogni artista, hanno immenso valore, io mi sento bene suonando quasi tutti i generi musicali e in qualsiasi situazione, dallo stadio di San Siro a il locale da 40 persone!

Speriamo di vederti presto da sola in tour!
Speriamo!

Articolo di Francesca Cecconi

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