Erica Mou intervista

“Nature” ci ha svelato la voglia di provare e sperimentare con testi e suoni, per un risultato affascinante e pieno di stimoli

Erica Mou ph_LucaBellumore

Erica Mou è una cantautrice di spiccata sensibilità e voglia di condividere il suo mondo interiore attraverso la sua passione: la musica. Il 10 settembre 2021 è uscito il progetto “Nature” (qui la nostra recensione) che ci ha svelato quanto sia artisticamente maturata, ma anche come sia ancora viva la sua voglia di provare e sperimentare con testi e suoni, per un risultato affascinante e pieno di stimoli.

Il tuo nuovo progetto si intitola “Nature”, parola in apparenza semplice perché che però racchiude in sé tanti significati, così come sono articolati gli stessi brani. Puoi spiegarci come è nata l’idea dell’album e perché hai deciso dargli questo titolo?

Mi sono accorta, scrivendo le canzoni di questo album, che alcuni temi e sentimenti ritornavano insistentemente: la pluralità, la spiritualità trovata negli elementi della natura, le sfumature diversissime che sono in ognuno di noi e ci rendono così sfaccettati, la ricerca di armonia tra mente e corpo, l’insofferenza verso sovrastrutture auto-costruite. Tutto questo è racchiuso nei diversi significati che la parola “Nature” ha, leggendola e interpretandola in lingue diverse: italiano, francese, inglese, dialetto barese.

Cosa ti ha spinto a offrire al pubblico un progetto con questa varietà linguistica?

Senz’altro la mia esperienza personale, il fatto di aver vissuto in nazioni diverse negli ultimi anni (Inghilterra e Francia) e di aver prodotto la maggior parte dell’album proprio a Londra, dove vivevo. C’è poi un desiderio di riscoperta dell’origine, della radice, che credo molte persone abbiano sperimentato anche in conseguenza alla pandemia e al lockdown, la voglia di compiere un viaggio all’interno di me stessa che mi ha riportata alla lingua madre, il dialetto.

Donna, ruolo e tabù: nel tuo disco hai proposto la cover di “Sono una donna, non sono una santa”, la storia di una donna divisa tra l’impulso del desiderio e la sua negazione imposta dalla società, con un ritmo più moderno, e “Neinde”, una voce femminile che sprona al godimento della vita. Come si inseriscono queste due canzoni nel tuo album e quanto credi sia importante dare voce alle donne in un momento storico come questo, fatto di conquiste ma anche, in alcuni casi, passi indietro? Come vedi il futuro delle donne e cosa, invece, ti aspetteresti?

Mi aspetto che ai sacrosanti progressi legislativi e alle forzature linguistiche, ora segua un profondo cambiamento culturale, il passo più difficile e più necessario. Vorrei vedere generazioni di uomini e di donne che non debbano più imparare ad apprendere faticosamente la parità, vorrei che questa sia loro trasmessa come valore naturale e fondamentale sin dalla nascita.
Le canzoni da te citate, sono due degli esempi più forti di voci di donne nel disco ma questo ricorre spesso in tutto l’album così come in tutta la mia produzione, ovviamente anche involontariamente, identificandomi io nel genere femminile. Nell’ultimo anno ho anche lavorato a un podcast “C’est la Mou – Punti di Fuga”, in cui ogni puntata è dedicata alla storia di una donna che è dovuta fuggire da qualcosa per trovare o ritrovare la propria voce.
E sono in teatro con lo spettacolo di Concita De Gregorio “Un’ultima cosa”, che racconta la vita di cinque donne eccezionali e dimenticate del ‘900 attraverso le loro parole, pronunciate da loro stesse in una immaginaria orazione funebre. Il racconto sa essere un’arma sottile e affilata, portatrice di rivoluzione.

Il mondo della musica ti vede protagonista da un po’ di anni, ormai, e la tua maturazione artistica è sempre stata costante sapendosi muovere a fianco dell’evoluzione della musica stessa, così come dimostra “Nature”, che segna una tappa ben definita del tuo percorso. Dove andrai, quali progetti dobbiamo aspettarci?

Non ne ho idea! Ma tengo stretto stretto il filo tra il sentire e il fare.

Articolo di Alma Marlia, foto Luca Bellumore

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