Giacomo Toni intervista

Il nuovo disco suona in modo molto diverso rispetto ai precedenti lavori del cantautore romagnolo

Giacomo Toni foto Giulia Masci

Lo scorso 10 settembre è uscito nuovo album di Giacomo Toni, uno dei cantautori italiani più forti in circolazione. Il disco si intitola “Ballate di ferro” (qui la nostra recensione) e racchiude 10 canzoni in cui il cantautore romagnolo abbandona le sgommate piano punk del precedente album “Nafta” (2017) e di quello precedente ancora “Musica per autoambulanze” (2013) per approdare a una dimensione più introversa, crepuscolare e rifinita, ma senza smarrire quell’ironia di fondo che da sempre lo contraddistingue.

Questo nuovo disco suona in modo molto diverso rispetto ai tuoi precedenti lavori. Sembri aver messo da parte in qualche modo la dimensione collettiva della band per una dimensione più intima e ristretta. Anche la scelta di virare verso la ballata più “tradizionale” coglie di sorpresa. È stata un’esigenza esclusivamente tua, personale, o in qualche modo ha influito il periodo che stiamo vivendo a livello globale? Cosa stai cercando di dirci?

Forse non ha inferito la questione globale e nemmeno l’esigenza personale. Credo che un’opera debba guardare più lontano di una questione privata o di uno specifico fatto di attualità. La condizione umana nel suo complesso è la cosa che più mi interessa descrivere, e questo avviene tramite la treccia delle trame nelle storie di personaggi che spero possano portare l’ascoltatore a immedesimarsi. La dimensione sonora di questo lavoro, più intimista se vuoi, non rinuncia credo a una certa minacciosità elettrica. La ricerca della ballata “classica” è probabilmente dettata dall’esigenza di prendere le distanze dalla maggior parte della produzione contemporanea, generazionale e sfacciatamente arrivista. .

Ti chiedevo questo perché in “Se proprio devo” mi sembra di cogliere una disillusione, senz’altro una malinconia ma anche qualcosa di più forte. È così? Cos’è successo?

Non è successo nulla di particolare. È una dichiarazione di intenti. Dove tu leggi qualcosa di malinconico io ci trovo una certa vitalità, un inno alla spavalderia. Una sorta di manifesto contro l’ansia di declamare in favore della sostanza. Credo che sia una canzone per tutti i giovani che non sono più giovani, e ha un suo modo di avvicinarsi alle contraddizioni della vita con più consapevolezza senza rinunciare alla guerriglia emotiva.

Ho l’impressione che, nel processo creativo alla base dei tuoi brani, il testo venga prima delle musiche. Quale percorso segui nella scrittura di un brano? E a cosa punti, quando scrivi?

Quando scrivo punto a cercare un contrasto, una scintilla verbale o sonora che possa portare l’ascoltatore all’interno della storia che sto raccontando. Non bado troppo a dar precedenza alla parola o alla musica, le lascio litigare fino a quando non si mettono d’accordo.

Quali sono i tuoi riferimenti – musicali, letterari, cinematografici: nella tua musica c’è tutto questo?

I miei riferimenti principali sono Gadda, Celine, Bolano, Leopardi, d’Annunzio, Gramsci, Tito, Jannacci, Chopine, Debussy, Buscaglione, Carosone, Mingus, Monk, Gainsburg, Ornette Coleman, Marco Ferreri, Lina Wertmuller, Woody Allen, de Chirico, Balla, Burri, Gauguin e tanti ancora…

Quanto racconti veramente di te nelle canzoni e quanto invece ti diverti a nasconderti dietro i tuoi personaggi?

Nelle canzoni di me c’è poco, e spesso nulla. Trovo divertente l’esperimento di costruzione dei soggetti che ruotano attorno ai misteri della canzone e della storia. Diciamo che più precisamente anche quando il punto di partenza è una suggestione personale dal momento in cui mi trasformo in narratore, il punto di vista cambia e si apre un orizzonte più ampio che mi permette di fantasticare più a lungo.

I tuoi concerti sono eventi da non perdere. È nei live che riesci ad esprimere appieno la tua forza e il tuo talento, e noi non vediamo l’ora di viverci il tuo spettacolo dal vivo. È previsto un tour?

Sì, stiamo costruendo le date di presentazione a partire dalottobre … Date in continuo aggiornamento.

Articolo di Ilaria Staino, foto Giulia Masci

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