05/12/2022

Stick to Your Guns + Knocked Loose, Milano

05/12/2022

Airbourne, Milano

06/12/2022

Talèa, Gorizia

06/12/2022

Tre Allegri Ragazzi Morti, Prato

06/12/2022

Voivod, Mezzago

06/12/2022

The Zen Circus, Bologna

07/12/2022

Pierpaolo Capovilla e i Cattivi Maestri, Pordenone

07/12/2022

Talèa, Vicenza

07/12/2022

Voivod, Cagliari

Agenda

Scopri tutti

Gianluca Grignani intervista

La strada, le visioni sonore, le ispirazioni di 25 anni di carriera senza sconti

Nel ’96 ha aperto un varco sonoro che non si è mai più chiuso, destabilizzando l’intera industria musicale. Oggi, dopo 25 anni, Gianluca Grignani si vede riconosciuto quel salto nel vuoto che fece con “Fabbrica di Plastica”, ricevendo quello che per un musicista è uno dei premi più prestigioso in Italia: la Targa Mei speciale del Mei per il disco che l’artista ha eseguito interamente dal vivo il 16 ottobre al Fabrique di Milano, come “uno dei migliori esempi di rock italiano alternativo, fuori dagli schemi tradizionali del pop italiano dell’epoca”.

«C’erano dei tabù, la musica doveva essere fatta in una certa maniera – spiega a Rock Nation – e io ho fatto quel disco per romperli, ero stufo. Mi sono trovato un muro addosso. C’è stato un atteggiamento difficile da parte di tutti, anche da parte dei miei colleghi. Tendevano a non farmi passare il messaggio, mi venivano addosso non era facile accettarmi non ero figlio di quei tempi. C’era Vasco, un uomo duro, io avevo una visione più grunge, venivo da quel mondo, ero facilmente attaccabile».

Nessuno ci ha creduto in quel ragazzo?

Dario Vergassola ai tempi – racconta seduto sul divano della sua casa che è diventata per la maggiore uno studio di registrazione – dopo aver sentito “Fabbrica” in anteprima disse: se questo disco avrà successo, sarà una rivoluzione. Culturalmente spiazzava tutti, in Italia nessuno si permetteva di fare musica che distruggesse certi schemi. Io non volevo essere il primo a farlo ma ero stufo del fatto che non si potesse fare. L’ho pagata, c’è stato un atteggiamento difficile anche da parte dei miei colleghi ma lo capisco: avevo avuto un successo tale che potevo essere fastidioso. Non avevo nessuno intorno che mi aiutasse, vivevo della mia luce. Ricordo le notti chiuso in studio. Solo, nel buio mi dicevo: Gianluca, guarda che se fai questo disco rischi di non fare più questo lavoro. Nella mia testa c’era qualcosa che si muoveva verso il futuro. Penso di avere un punto sulla Terra per cui scrivo le mie canzoni: per dire le cose a modo mio senza mai offendere nessuno. Il mio è un discorso futuristico, libero dal concetto di politica.

Vergassola, quindi, ha avuto ragione.

È stato lungimirante ma al momento non sembrava fosse così. Ma la rivoluzione non si fa: accade e quel disco continua a farla perché racchiude il mio modo di essere. Ero avanti ma ero solo e fastidioso ed era facile “inchiappettarmi”. Anche Dalla se ne è accorto del modo di suonare, mi apprezzava. Ho uno stile tutto mio sulla chitarra perché sono mancino, ho fatto fatica per imparare a suonare con la destra. Ecco perché “La mia storia tra le dita è tutta in levare”. La mia musica all’inizio era ritmicamente in levare perché dovevo trasformare ciò che avevo nella testa.

Quanto è costato andare dritto per la tua strada?

Sembrava all’epoca che la pagassi e poi l’ho pagata davvero ma gli altri la pagheranno di più perché io sono in evoluzione costante, in divenire. Adesso sono un cowboy, conosco la vita meglio di molti altri nel mio ambiente. Quel disco avrebbe ucciso chiunque. E invece a me ha salvato vita. Ero scappato in Sud America dopo un momento assurdo, è stato il delirio, erano tutti fenomeni sulla mia pelle. Avevano tutti un interesse, le persone intorno volevano ottenere tutti qualcosa. Non avevo nessuno che mi aiutasse prima che le cose iniziassero a girare in una certa maniera.

È vero, come in passato hai detto, che ai tempi di “Fabbrica” avresti voluto fare un disco in stile “The Bends” dei Radiohead?

Sì e mi bastava avere un produttore inglese, potevano anche darmelo dopo aver venduto tre milioni di copie col primo disco ma niente. Mi piaceva “The Bends”, adoro quel disco. Il resto è bello ma si parlano addosso mentre quell’album è particolarissimo perché affonda radici nel soul e nel blues che hanno sempre mosso anche me. Era rivoluzionario, la chitarra suonava come la batteria e viceversa.

Sei comunque riuscito a esprimere la tua visione sonora in quel disco.

È venuto fuori più difficile di come io volevo farlo, ho dovuto mixarlo io, ho imparato a fare il fonico e ho portato avanti questo discorso: ho imparato a usare i software e oggi ho il mio studio di registrazione in casa. È enorme, i musicisti vanno e vengono da qui, non ero fatto per un’altra vita. Ogni giorno passo ore sulla chitarra perché è sullo strumento che mi esprimo al massimo, non voglio limiti espressivi. Ho bisogno dell’elettrica e da “Fabbrica” sto studiando per come evolverlo per me: deve adattarsi a me, preparo sempre lo strumento. Okay, l’hanno inventato ma io sono una persona e lo trasformo: questa è la mia realtà, un suono che gira in divenire. In uno dei due studi che ho in casa, ho allestito una stanza quadrata per creare un riverbero naturale, senza effetti. È tutta in mattonelle, vedi (me la mostra attraverso il pc) perché il suono così viene riflesso. Ai suoi tempi, Battisti, per avere quest’effetto mandava il suono in un’altra stanza in cui metteva un microfono per registrare l’eco. Io ho creato una stanza apposta per ottenere lo stesso riverbero in maniera naturale.

Oltre ai Radiohead chi ti ha ispirato?

Eric Clapton che si è staccato da tutti i suoi gruppi per potersi esprimere liberamente. Anche Neil Young lasciò i Csny, per lui erano troppo pop, nemmeno lui voleva essere etichettato, ha fatto il mio stesso viaggio. Non ha ancora capito chi è, è immenso. Questa è la solitudine. Bowie l’ha combattuta trovando il suo modo di essere nel travestimento. Neanche i Radiohead volevano essere etichettati e perciò Tom York, quando ha iniziato a parlarsi addosso ha fatto un altro gruppo, The Smile. I Coldplay per me non esistono, a parte “Yelllow” che è l’unico pezzo carino, sono un’operazione commerciale, non sono mica gli U2 o Bruce Springsteen. Io credo che sia giusto prendere spunto dagli artisti che ammiro ma non solo dai musicisti. Mi ispiro anche a Picasso e Van Gogh, a Charlie Chaplin, a Kafka, a Poe. Non sopporto Dostoevskij, è troppo didascalico».

Torniamo a “Fabbrica”, cos’è cambiato oggi rispetto ad allora? È stato anche ristampato su vinile, una tua scelta?

Me lo ha chiesto la casa discografica, perché ha capito che sarebbe stata un’operazione buona e che le cose hanno iniziato a girare in una certa maniera. Le nuove generazioni si sono rivoltate e quelle vecchie hanno perso questo strano concetto su di me che faceva comodo, senza che io abbia fatto nulla per cambiarlo. I media ti usano per quel che gli conviene: Grignani andava bene come ragazzo bello e ribelle. Io ho fatto in modo che la gente cambiasse la visione dei media, ha deciso il mio pubblico cosa sono e questo non me lo toglie nessuno. È per merito loro che io esisto. Prima, pensavo di dover morire e di poter essere compreso dopo la mia morte e invece è successo che ho preso anche dei premi letterari per le mie canzoni. Il Federiciano mi ha davvero scioccato perché me l’ha consegnato il figlio di Quasimodo.

Oggi, con la rete, sarebbe stato diverso rispetto ad allora?

La rete è la rivoluzione perché permette a chi a del potenziale umano di andare avanti ma per secoli non è stato così. Mi piacciono Irama, Blanco, Rkomi col loro atteggiamento vincente e anche io credo di piacergli: mi chiamano leggenda. Credo di essere transgenerazionale. Questo è il futuro: interazione, globalizzazione, grazie al web che oggi è veloce. L’artista vero accende un faro dove altri non lo fanno e non può fare altrimenti, è la sua condizione esistenziale. Non è stato facile accettare questa cosa, per una persona come me. Mi fa paura sentirmi un artista, sapere di essere diverso. Forse non mi crederai, ma sono un buono, sono umile. Più gente c’è ai concerti e più io tendo ad abbracciarli, a comunicare. C’è una parte di me che ne ha bisogno di farlo, è come una lingua che mi fa parlare con gli altri.  

Cosa prova, oggi, per quel ragazzo che eri quando hai fatto “Fabbrica”?

Non lo vedo più ma in realtà se l’è cavata, non poteva fare altrimenti. Non posso dirgli nulla. Era solo ma non se ne rendeva conto. Ero solo, fastidioso, ribelle, bello o almeno così dicevano. La solitudine esiste come sensazione, è l’abbandono. A un certo punto mi son trovato senza punti di riferimento, lo ero per altri ma non avevo nessuno a cui appigliarmi. Ho pianto molto, proprio qui, in questa stanza, questa casa mi ricorda molte emozioni. Sono legato emotivamente ai luoghi. Allora non era facile accettarmi, però c’era qualcosa che voleva comunque io continuassi a fare questo lavoro ed era la gente. Io devo solo ringraziare la gente. Perché è per merito loro che io esisto. Questo affetto mi viene dato perché sono uno di loro, non perché sono bravo e bello ma perché li rispetto, perché salgo sul palco senza sentirmi migliore di loro, senza ergermi.

Articolo di Alessandra De Vita

Iscriviti alla newsletter

Condividi il post!