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Go Down Records intervista

Scopriamo l’etichetta insieme al co-fondatore Max Ear

Go Down Records è un’etichetta discografica indipendente italiana fondata nel 2003 dal batterista trevigiano Max Ear e dal fonico cesenate Leonardo Cola. L’attività di promozione si rivolse sin da subito a band emergenti della scena Stoner Rock, Rock’n’Roll e Garage, che non trovavano spazio nel panorama musicale italiano del tempo. Le prime band pubblicate furono la trevigiana OJM, di cui Max è batterista, e la cesenate Small Jackets. La filosofia di Go Down Records è incentrata sulla libertà e autenticità artistica, consentendo ai musicisti di esprimersi senza compromessi. La label è stata fondamentale per il lancio di molte carriere musicali di successo e continua a supportare e promuovere artisti emergenti nel panorama musicale italiano e internazionale. Max Ear, co fondatore dell’etichetta, ripercorre in quest’intervista, i primi vent’anni di attività della Go Down Records.

Parto col chiedere la storia dell’etichetta, come nasce Go Down Records?

Go Down Records nasce nel 2003, vent’anni fa, grazie all’incontro con Leo Cola, che era il fonico e manager degli OJM, la mia band storica, fondata nel 1997. In quegli anni, in Italia, lo Stoner non era un genere che girava, le case discografiche preferivano concentrarsi sull’Indie e quindi non avevamo supporto, venivamo messi in disparte, al che decidemmo di prendere in mano la situazione.  Da lì l’idea del nome Go Down Records e abbiamo cominciato a produrre: la prima band sono stati gli Small Jacket e poi gli OJM.

Successivamente abbiamo cominciato ad aiutare altre band amiche. Eravamo nati per esigenza ma anche un po’ per scherzo, eravamo giovani e avevamo voglia di provare questa esperienza. In poco tempo anche l’estero ha iniziato a interessarsi a noi, in quanto era musica cantata in inglese e ci è venuta voglia di continuare per questa strada. Abbiamo, quindi, iniziato a fare tour in Inghilterra e produrre gruppi stranieri.  Con Dome la Muerte siamo diventati subito amici e abbiamo fatto la prima raccolta di Not Moving, successivamente tutti i suoi dischi e tutti quelli relativi ai suoi diversi progetti.  È nato tutto dalla passione di riuscire a fare una cosa nostra, nei primi cinque anni abbiamo fatto varie cose tra cui dei festival.

È nata dunque da una voglia ma anche da un’esigenza di vedere concretizzato il lavoro artistico in un modo che evidentemente all’epoca non c’era o non veniva fatto come andava fatto.

Sì, veniva sempre un po’ messo in disparte perché non aveva audience in Italia, per esempio lo Stoner o la Psichedelia erano generi poco capiti all’epoca, capitava anche di avere tre persone ai concerti. L’etichetta che ci seguiva lavorava molto all’estero e qui non ci dava spazio, abbiamo deciso di arrangiarci, per quanto riguarda l’Italia, nel farci promozione da soli. Era molto faticoso promuovere la nostra musica, non vedevamo mai risultati ma abbiamo deciso di investire per essere indipendenti con un’etichetta nostra. Da qui è nata l’esigenza, poi l’idea ci è piaciuta sempre di più.

E così sono passati vent’anni…

Sono passati vent’anni, sì. Adesso è molto più semplice perché noi siamo dell’epoca del fax, della lettera, della telefonata per organizzare qualsiasi cosa: mandi una mail, carichi una canzone, riesci a essere molto più veloce. In una settimana puoi fare un lavoro che una volta facevi in sei mesi. È anche più semplice perché la gente si è abituata al nostro suono, è diventata una cosa un po’ più mainstream dell’epoca. La Psichedelia e il Garage, quello che trattiamo noi, sono più ascoltati in Italia, non solo dagli appassionati, ma anche un po’ da persone che si affacciano al nostro mondo perché magari hanno ascoltato dei gruppi tipo i Wolfmother, White Stripes, Queen of Stone Age. Siamo maturati, il pubblico italiano è maturato molto di più negli ultimi vent’anni.

Sicuramente oggi è molto più veloce, poi le sonorità, anche grazie alla globalizzazione musicale, hanno cominciato a prendere piede. C’è sempre un punto interrogativo, riguardo la globalizzazione, che è il rapporto che può avere un’etichetta indipendente con le varie piattaforme streaming. Voi, ad esempio, che rapporto avete con queste?

All’inizio io, soprattutto, e anche il mio socio eravamo un po’ contro questa cosa, perché avevamo appena cominciato a imparare a fare i discografici indipendenti. Inizialmente c’era una perdita, cioè trovavi delle persone che avevano già il disco o peggio lo scaricavano gratuitamente da Napster. Adesso è un po’ più difficile, è molto più tutelato. Poi nel tempo mi sono reso conto che era la strada giusta, la via del futuro, e con Olga, che se ne occupa insieme a Pablo, stiamo avendo ottimi risultati, e soprattutto si cominciano a vedere degli incassi, a vedere dei soldi, a me sembra impossibile a volte, perché è il nulla. Mi spiego, sembra assurdo poter monetizzare da casa, abituati, come siamo, al supporto, a fare chilometri per i live, a vendere dei dischi. Però comincia a essere la verità e siamo diventati molto favorevoli, investiamo anche in questo. Sta aiutando molto anche a promuovere la nostra musica in tutto il mondo, globale, come hai detto tu, però è sempre un modo diverso. Le persone, che ascoltano l’album su Spotify, che adesso è gratuito, a volte arrivano al banchetto e lo comprano, perché lo conoscono già e lo vogliono fisicamente, è un vantaggio. Ora per me è un plus e penso che lo sarà sempre di più. Spero che non finisca mai l’era del vinile, ma dicono tutti che non finirà e lo vediamo anche noi perché le vendite sono sempre buone, è il cd che sta finendo.

Vi occupate non solo di editare determinate band, determinati gruppi, ma organizzate poi anche i concerti, quindi avete anche un booking all’interno di Go Down, giusto?

Sì, noi abbiamo un booking che organizza dei tour italiani, siamo sempre appoggiati ad altri, come Corner Soul di Verona, Trivel di Venezia e organizziamo dei tour europei o festival, soprattutto qui in Veneto o in Italia. Questo è un po’ il nostro modo di lavorare, anche per far conoscere gli emergenti. Alla fine è nato tutto perché sono questi gruppi nuovi che a noi piacevano e li abbiamo prodotti perché non riuscivano a uscire in quanto non avevano la possibilità. Forse già dal primo anno, vent’anni fa, eravamo partiti e questa è l’unica soluzione, far suonare, organizzare concerti e di conseguenza vendere i dischi. Questa era un po’ la nostra mentalità, che però è rimasta nel tempo. Ho visto che è sempre servito. Per esempio una sera abbiamo fatto suonare gli Alabama Thunderpussy con gli Small Jackets, forse il biglietto era troppo alto, sono venute centodieci persone. Si resta un po’ male perché di solito siamo abituati a farne anche trecento. Però alla fine ero contento lo stesso, è servito lo stesso perché abbiamo venduto dischi, abbiamo parlato con persone nuove, persone che non conoscevano l’etichetta erano venute apposta. Alla fine vedersi, incontrarsi, fa parte dell’indipendente, dell’underground. È il nostro mestiere che dobbiamo fare, è inutile dire faccio i dischi e rimanere a casa sperando che qualcuno li compri. Non li compra nessuno.

È anche un punto di aggregazione, di conoscenza e anche un modo di fare cultura, secondo me, vero Max?

Sì, infatti, questa è la nostra missione. Assolutamente!

Come si approcciano le nuove leve che vogliono farsi conoscere da voi?

Arrivano due o tre mail al giorno, ma si fa fatica ad ascoltare tutto. Mi capita ogni tanto, ma raramente. A volte mi arriva una segnalazione, magari da amici, giornalisti, da altri musicisti, da gente che viene ai concerti e magari ti porta un cd, bevi una birra e ne parli. Altre volte sono io che vado a vedere altri gruppi che mi piacciono e mi accorgo che il suono del gruppo prima mi piace e magari li contatto. È difficile che un gruppo mi mandi un file e da lì nasca una collaborazione. Può succedere, però è difficile. Siamo in cinque a gestire le cose. Non è possibile, lo vorrei fare anch’io. Non abbiamo il budget per avere una persona dedicata a questo. Tante volte, se una band mi piace o mi è stata segnalata, cerco di farla suonare, magari in spalla a un gruppo che ho già, magari in un festival, così li vedo dal vivo, ne parlo insieme e capisco un po’ anche la mentalità della band. Noi abbiamo una filosofia, ovvero non produciamo rockstar, non vogliamo persone che pensano di diventare famose con Go Down Records. Vogliamo persone che hanno un minimo di esperienza nel capire che l’artista deve dare così come l’etichetta dà, insieme. Sempre un cinquanta e un cinquanta per creare una collaborazione. Perché se l’artista spera che Go Down faccia diventare famosi, non è l’etichetta giusta. A volte si cerca anche di capire chi c’è davanti, perché magari un gruppo è bravissimo, è fantastico, però alla fine se la band non ha possibilità di suonare live, non è dentro al progetto.

A noi interessa che ci sia voglia di fare, di credere al proprio progetto al 100%, perché se non ci credi non arriviamo al risultato di fare un buon disco e un buon tour, affinché le persone possano conoscere la band. Quindi c’è una sorta di sinergia artista-etichetta, commistione di intenti. Alla fine è meglio spiegarlo subito, perché se la band viene da noi e spera che, dalla firma del contratto, loro suonano in sala prove e tutto viene fatto, chiariamo subito che proprio da quel momento inizia il bello.

Il vostro 20th Anniversary, che addirittura tocca venti date, anche tra Germania e Austria.

Noi siamo distribuiti in tutto il mondo, abbiamo vari distributori, da Cargo, Cargo Germania, che è un distributore che poi rivende agli altri distributori, Cargo UK, a dei magazzini negli Stati Uniti. In vent’anni abbiamo una buona distribuzione. Dal punto di vista live, noi facciamo molto in Germania, anche perché abbiamo un pubblico che ci vuole bene, che compra molta merce e non ha problemi a pagare un biglietto di quindici, venti euro. Logicamente, a volte dici: preferisco farmi cinquecento km verso il nord che magari andare a Roma. Facciamo anche Roma così come altre città, al sud Italia l’abbiamo sempre fatto. Però alla fine fare dieci date in Germania e come farne venti in Italia.

C’è una mentalità differente del pubblico tra Italia e Germania o comunque all’estero?

Sì! Anche qui in Italia funziona, però sono meno persone. Se in Italia un concerto chiama cento persone in Germania ne fai trecento che hanno la stessa mentalità delle cento italiane. Cambia che invece di fare duecento euro di merce ne fai seicento. Magari ti danno una percentuale in più sull’incasso. Cioè, è tutto una questione di soldi, però alla fine se non hai un rientro a volte anche la band fa fatica.

Vale anche per l’organizzazione tecnica degli eventi? Gli approcci organizzativi italiani o tedeschi sono differenti?

L’approccio è che in Germania lavorano avanti di sei mesi. Se tu chiami un promotore tedesco e gli chiedi se serve un concerto a gennaio o febbraio per una band, risponde che è troppo tardi, che stanno lavorando su maggio o giugno. In Italia stanno ancora lavorando su dicembre. Forse qualche locale ha qualche serata libera ancora a novembre. Questo è un po’ l’approccio. Nel circuito italiano, i venti locali che lavorano bene a volte sono meglio di quelli tedeschi, perché hanno più passione e più tenacia. I tedeschi sono quadrati, hanno il loro sistema, che funziona. Però a volte vai in locali dove non ci sono i poster, non c’è una storia come ho visto qui in Italia, in Spagna o in Francia. A volte loro sono molto razionali, funziona tutto, però manca un po’ l’atmosfera rock. Se fanno un festival, ci sono duemila persone, c’è un’impalcatura, un palco gigante, un impianto mega, il baracchino delle birre con la tavola e via. Invece da noi è diverso, magari vedi un palco più raffinato, buon cibo e sappiamo che non si mangia benissimo in Germania. Poi piove sempre. Io starei in Italia se potessi e farei venire i tedeschi in Italia a vedere i nostri concerti, però dobbiamo andare lì.

Chiedo sempre alla fine della nostra chiacchierata di dirmi, se c’è, una parola, un aggettivo che possa un po’ racchiudere quella che è la Go Down. Se tu dovessi definirla con una sola parola, come la definiresti?

Difficile questo. Possiamo dire duratura? Che non chiuderà mai. Forse è un patto di sangue. Ecco, un patto di sangue. È più Rock.

Articolo di Silvia Ravenda

Sito web della Go Down Records https://www.godownrecords.com/

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