In occasione dell’uscita del nuovo singolo “Il cielo senza stelle”, facciamo la conoscenza approfondita degli Stornavanti, duo romano composto da Pierfrancesco Ceccanei (voce, autore e attore-doppiatore) e Stefano Carinci (chitarrista e produttore). Con “Il cielo senza stelle” la band definisce con più decisione la propria direzione pop, puntando sull’energia del formato canzone. Il brano rappresenta un tassello fondamentale verso il futuro album, che racchiuderà il singolo in uscita insieme ai brani già pubblicati, con i quali gli Stornavanti si sono ritagliati uno spazio importante sulle piattaforme di streaming, inserendosi in playlist editoriali di riferimento come Rock Italia su Spotify e Rock Italiano su Apple Music. Ne parliamo con Ceccanei.
Raccontaci il percorso verso l’album in via di pubblicazione e come si è sviluppato il progetto in duo
Il duo in realtà è la matrice originale degli Stornavanti. È nato da me e da Stefano, il chitarrista che cura ogni lato musicale di questo progetto, sviluppandosi a livello primordiale da chitarra e voce. Nel 2019, in modo molto semplice, abbiamo preso la chitarra, abbiamo scritto canzoni e, senza registrare nulla, abbiamo iniziato a suonare tantissimo in giro per Roma. All’epoca c’era molta più apertura ai progetti nuovi ed effettivamente abbiamo avuto la possibilità di esibirci in tutti quei locali che poi sono diventati un punto di riferimento nell’ambito musicale romano. Era l’inizio di una fase di consolidamento per molti di questi spazi, che poi hanno preso un posto fondamentale all’interno del panorama musicale. Da lì è nata l’esigenza di portare il progetto a un altro livello, oltre a chitarra e voce, e di inserire un batterista, un bassista e probabilmente un’altra chitarra. In realtà poi abbiamo trovato solo il bassista, quindi il progetto è diventato a tre e si è consolidato così. Dal vivo la batteria era sostituita solo dalla cassa, tenuta a tempo dal bassista: chitarra, voce, basso e cassa dritta.
Successivamente ci è stata data l’occasione di suonare in posti sempre più grandi, ed è emersa la necessità di formare una band vera e propria. Abbiamo integrato un batterista e un secondo chitarrista. Da lì il progetto si è ampliato ancora di più c’è stato un cambio di direzione: abbiamo seguito un consiglio che per noi era giusto, perché sul palco eravamo molto aggressivi pur portando canzoni leggere. Abbiamo quindi calcato la mano, iniziando a fare crossover e a mischiare vari generi. Abbiamo fatto il provino a porte chiuse per X Factor – ci ha contattati direttamente la redazione -, ma alla fine non siamo entrati e abbiamo deciso di cambiare di nuovo formazione, inserendo un nuovo bassista.
Per un po’ di tempo siamo rimasti così e funzionava, ma a un certo punto io e Stefano abbiamo sentito di nuovo la necessità di fare un passo indietro, staccandoci dalla dimensione crossover per tornare a fare qualcosa di più pop. Ed è quello che è successo con questo ultimo brano. Non lo abbiamo fatto per calcolo: noi siamo tipi che ascoltano gli Slipknot o i System of a Down, ma che poi cantano a squarciagola “Cambiare” di Alex Baroni o “L’elefante e la farfalla” di Michele Zarrillo mentre tornano a casa in macchina. Ci piace tutta la musica e abbiamo la necessità di esprimerci in ogni sua sfaccettatura: a volte emerge il lato più romantico, a volte quello più arrabbiato. Anche perché la cultura del crossover in Italia non è mai esistita veramente a livello popolare. Per questo motivo il nuovo lavoro è nuovamente pop, pur mantenendo un sapore rock. L’album dovrebbe uscire a inizio 2027; siamo abbastanza avanti con la lavorazione e siamo autonomi sotto ogni punto di vista, avendo uno studio nostro.
Rock around the Pop…
Assolutamente sì. Uniamo un po’ le cose: la nostra anima ha senza dubbio le sonorità e il grip del Rock, ma si sposa con testi melodici e catchy, capaci di arrivare a molti e di rimanere impressi. Attenzione, però: i testi non sono studiati a tavolino, nascono in modo estemporaneo, anche se ultimamente facciamo più attenzione alla forma. Avendo una formazione classica, ho sempre scritto in modo non didascalico né descrittivo: per me la poesia permette di dire cose importanti e profonde anche in modo leggero e diretto. Odiamo tutto ciò che è un cliché.
Credi che la musica pop debba veicolare anche messaggi costruttivi o di riflessione?
La musica pop, secondo me, veicola messaggi molto più costruttivi di quanto si creda. Lo fa con un linguaggio melodico diretto e poco impegnato, capace di abbattere le barriere dell’intelletto e della stratificazione culturale, arrivando dritta al punto con frasi semplici. Non mi sento affatto di demonizzare il pop, anzi. Odio l’artista che fa l’impegnato a tutti i costi: l’impegno politico nel 2026 lo trovo anacronistico, è un voler forzare un ruolo che appartiene alla società e non alla singola persona. Mi chiedo: in tutto questo, la persona dove sta? Preferisco che si trasmetta un messaggio dal punto di vista di chi lo sta vivendo vissuto in prima persona, piuttosto che attraverso un concetto astratto. Che la guerra faccia schifo lo sappiamo tutti, non serve fare una canzone didascalica che dica quanto sia brutta o quanti morti ci siano. Preferisco raccontare la guerra dal punto di vista di un fiore che non può muoversi ed è alla mercé del mondo. Penso che il pop faccia proprio questo: abbatte le barriere fittizie dell’intellettualismo, perché spesso c’è molta più profondità nella forma pop di quanto si pensi.
Presenterete l’album anche dal vivo?
Certo, è un punto essenziale, noi non esistiamo senza la dimensione dal vivo. Speriamo di trovare qualcuno che creda nel progetto e ci inserisca nei circuiti dei locali o dei festival: noi siamo pronti. Abbiamo un set ben strutturato con almeno 20 brani, potremmo coprire due ore di concerto. Tuttavia, due ore di esibizione davanti a un pubblico che non ci conosce non hanno senso: basta un’apertura con pochi brani per farsi sentire e trasmettere la propria energia. Vorremmo suonare nel contesto giusto, con la consapevolezza che lo facciamo per esprimerci. Non siamo nessuno, ma come diceva Jim Morrison: Io non sarò mai nessuno, ma nessuno sarà mai come me.
Articolo di Francesca Cecconi
