Andrea Tirone è la mente creativa dietro al duo Mind Enterprises, che con i suoi groove trascinanti venati di nostalgia sta riportando in auge l’Italo Disco da un capo all’altro del globo. Reduce dal palco del Coachella e pronto a far ballare il pubblico di Jazz:Re:Found a fine agosto, Andrea si racconta in questa chiacchierata, tra sonorità vintage, cultura pop anni ‘80 e insospettabili influenze musicali.
Come si è sviluppato ed evoluto il progetto Mind Enterprises nel corso degli anni?
È una storia densa, lunga, cominciata tra il 2010 e il 2011, quando mi trovavo ancora nella mia città di origine, Torino. Suonavo come chitarrista in un gruppo su cui avevo investito tantissimo, sia a livello emotivo che di aspettative, ma a un certo punto la band si è sfasciata. Lì ho avuto una specie di illuminazione: dovevo prendere in mano le redini del mio percorso, muovermi da solo. Ero io quello che ci credeva di più e, in quel momento specifico, non avevo nessuna voglia di condividere la mia visione con altri, così ho comprato un computer e ho dato vita a Mind Enterprises. L’anno successivo mi sono trasferito a Londra e, nel giro di poco tempo, ho firmato con Because, un’etichetta discografica francese. In quel periodo ho conosciuto Roberto (Conigliaro, il “baffone” del duo, ndr), sono usciti i primi lavori, ma il sound è cambiato in modo radicale nel tempo. All’inizio, infatti, ero una sorta di “bedroom pop producer”: la mia idea di partenza era prendere sample e suoni insoliti per ricostruire elementi tradizionali come bassi e batterie, utilizzando cose che non c’entravano nulla con quegli strumenti. Poi c’è stato un momento intermedio, sempre a Londra, caratterizzato da forti influenze Afrobeat, declinate ovviamente in chiave elettronica, fino ad arrivare all’approdo finale, quello attuale, ovvero l’Italo Disco, all’incirca nel 2017. Siamo passati attraverso una metamorfosi continua. A quel punto l’intesa con Roberto era solida, eravamo assestati, e abbiamo capito che la strada corretta era esattamente questa, anche se, a dire il vero, ci è voluto un bel po’ di tempo. Nel 2017 è uscito l’ep “Panorama”, che conteneva già “Idol”: forse quella che è la nostra traccia più celebre, eppure all’epoca passò quasi inosservata. Poi, dopo il Covid, è arrivata questa enorme ondata di interesse. Inaspettata, lo ammetto.
A proposito del periodo d’oro: immagino che un ruolo cruciale in questo successo lo abbiano avuto i video che pubblicate sui social. Come è nata l’idea e come si è sviluppato questo aspetto?
I video sono stati la chiave di volta, al cento per cento. Abbiamo iniziato a fare questi contenuti quando io vivevo a Gran Canaria e Roberto stava a Londra, quindi lavorando a distanza. Dopodiché ci siamo ritrovati a Barcellona: stavamo scrivendo il nuovo disco, “Negroni Love”, e abbiamo pensato che, visto che eravamo finalmente nello stesso posto, potevamo registrare dei video in cui testavamo i brani nuovi direttamente nella mia cucina. Prima mettevamo insieme i pezzi da remoto e le cose andavano già bene, ma l’impatto era diverso, così ci siamo detti, proviamo a fare la stessa cosa stando nella stessa stanza e vediamo che succede. Volevamo solo darci un po’ di disciplina, pubblicare con costanza, ma il risultato esponenziale ci ha travolti. Considera che per raggiungere ventimila follower ci avevamo messo cinque anni, e nel giro di due mesi siamo passati a settecentomila! Merito del fatto che fossimo insieme, probabilmente. E poi è una roba molto spontanea, poco prodotta, genuina. Alla fine dei conti la gente riesce a identificarsi meglio in qualcosa di vero. Non c’è una spiegazione scientifica, se esistesse una formula magica per capire l’algoritmo dei social ci si divertirebbe di meno, probabilmente.
Ho letto che rifiutate quasi categoricamente l’uso dei VST, preferendo affidarvi a macchine fisiche per ottenere quella pasta sonora sporca e analogica tipica degli anni Ottanta. Ci racconti come funziona la vostra catena strumentale?
VST zero, mai usati, ho capito anni fa che quella non è la mia strada. Per me i sintetizzatori devono essere macchine fisiche. Ognuna possiede un carattere ben definito, ha i suoi limiti, può fare pochissime cose, ma quelle poche cose hanno un’epicità che nessun plugin potrà mai replicare. Vedo il mio setup come una specie di orchestra: so che una determinata macchina è perfetta per gli string, un’altra la uso esclusivamente per gli accordi, e via dicendo. C’è un ulteriore dettaglio da non sottovalutare: questi strumenti costano una fucilata. E poi non mi piace accumulare troppi hardware senza conoscerli a fondo, di solito preferisco comprare uno o due sintetizzatori prima di iniziare a scrivere un album per poi spolparli vivi. Per l’ultimo disco ho cercato un Roland Jupiter 6, un dinosauro degli anni Ottanta, raro, fragile, un cofano enorme che non puoi sognarti di portare in tour. L’ho inseguito per mezza Europa finché non ho trovato un produttore di Cagliari che doveva disfarsene per questioni di tasse. Sono volato lì, l’ho testato, l’ho caricato in aereo fino a Barcellona e ci ho scritto praticamente tutto l’album. Ho anche un SH-101 che uso tantissimo, un synth Elka, qualche piccola macchina Yamaha, ma il concetto non cambia, il computer non entra nella fase creativa, lo uso solo come se fosse un registratore multidraccia. Compongo i pezzi partendo da una drum machine che fa da sequencer e coordina tutti i sintetizzatori. Alcuni non hanno nemmeno il MIDI, quindi usiamo solo il clock per restare in sync. Quando la struttura c’è, gli accordi funzionano e capisco che la traccia ha potenziale, allora la registro. Però, sai, nel momento in cui fissi il flusso sul computer si perde un po’ l’afflato creativo: quando è registrata, è registrata. Almeno per il mio metodo di lavoro, la fase di esplorazione finisce lì.
Come gestisci poi il passaggio verso la DAW? Finisce tutto dentro Logic?
Sì, esatto. C’è una prevalenza di analogico, ma uso anche macchine digitali o ibride, sempre rigorosamente vintage. Penso a un sintetizzatore italiano, l’Elka One Man Band, che credo utilizzi una specie di campionamento primordiale, dal quale si ottengono sonorità stranissime, uniche. Tutto questo microcosmo di macchine è sincronizzato tramite una Akai MPC, che fa sia da drum machine che da cervello delle sequenze. Gli strumenti suonano quindi tutti insieme, in tempo reale. Quando il pezzo è solido, apro Logic e registro le singole tracce: basso, accordi, batteria. La produzione vera e propria, il mixaggio e le rifiniture avvengono dentro al computer, lavorando “in the box”, come si dice in gergo.
Restando sul processo creativo, se un’idea non vi convince entro due ore, la scartate immediatamente per passare ad altro. È davvero così rigida come regola?
Assolutamente sì! In passato ho vissuto la fase opposta, quella in cui passavi un mese intero a logorarti su un’unica canzone per cercare di chiuderla, ma mi sono reso conto che, alla fine dei conti, ti friggi le orecchie, perdi la bussola e non capisci più cosa stai facendo. L’esperienza mi ha insegnato che, se un’idea funziona, deve splendere subito, non ha senso incaponirsi. Se ti blocchi significa che c’è un problema strutturale ed è molto meglio cambiare aria.
Questo significa che hai un hard disk che fa da cimitero per migliaia di tracce abbandonate: recuperate qualcosa ogni tanto?
Il cimitero esiste eccome, ci sono migliaia di bozze dimenticate. Il bello è che, quando le riascolti dopo anni, non ricordi minimamente di averle scritte, quindi le approcci da perfetto spettatore, con distacco. Ed è lì che scatta la scintilla: magari ti accorgi che un certo frammento aveva del potenziale. Solo se si azzera la memoria posso riprendere in mano quel materiale. Qualche pezzo forte è nato esattamente così, spulciando tra i fantasmi del passato.
“Negroni Love” è il vostro ultimo lavoro. Oltre all’Italo Disco classica e agli anni Ottanta, ho percepito sfumature diverse, quasi anni Novanta. Penso alla French Touch o a Robert Miles. Vuoi raccontarci qualcosa di più?
Diciamo che l’ottanta per cento del disco si muove nella mia comfort zone. Attinge a piene mani dagli ascolti dell’epoca d’oro dell’Italo Disco, quella dell’82 e dell’83, è l’evoluzione naturale del sound che avevamo proposto nell’EP del 2017. Però hai ragione: in un paio di tracce l’intenzione devia verso la Italo Dance dei Novanta. Il nome di Robert Miles è infatti una referenza azzeccatissima. Sono nato nel 1985, sono cresciuto con le cassette di Gigi D’Agostino alle medie, registravo brani come “Bla Bla Bla”; poi al liceo ho avuto la fase di rigetto totale, il periodo grunge con le chitarre, ma quelle frequenze ti rimangono dentro, diventano parte del tuo DNA. Oggi ne riconosco la forza. Tornando a “Negroni Love”, i suoni restano ancorati agli anni Ottanta, ma le strutture e la spinta ritmica guardano anche a quel mondo lì. È un territorio ibrido che esplorerò sicuramente nei prossimi lavori, anche perché nei live e nei DJ set non puoi restare monotematico, i momenti più Trance in cui i BPM si impennano aiutano a mantenere altissima l’attenzione del pubblico, prima di ritornare ad atmosfere più calme.
Hai citato il tuo passato da chitarrista e le tue radici legate al Grunge e al Post Punk. C’è un artista insospettabile, apparentemente lontanissimo dal mondo di Mind Enterprises, che ha influenzato il tuo modo di comporre?
Più che un nome singolo – potrei buttarti lì i Gang of Four, ma messa così sembrerebbe una cazzata – direi che l’influenza risiede nell’approccio mentale alla materia musicale. Sia io che Roberto veniamo dall’esperienza delle band: quando cresci con quell’imprinting, l’idea di musica resterà sempre legata alla combinazione classica di batteria, basso, chitarra e voce. Anche se oggi faccio Elettronica, ragiono ancora come il membro di un gruppo rock: ho una batteria ma è elettronica, ho un basso monofonico, e il sintetizzatore prende il posto della chitarra, occupandosi degli accordi o degli stab. L’Italo Disco originaria dopotutto faceva la stessa cosa, usava le drum machine come fossero batterie reali. Dei Gang of Four mi porto dietro l’attitudine scarna, l’idea di non sovraccaricare le tracce con troppi effetti.
Sentendo la vostra reinterpretazione dell’ “Aria sulla 4a corda” di Bach, oltre all’ovvio rimando a “Superquark” e alla televisione degli anni Ottanta, mi è venuto in mente l’Elettropop mischiato alla Classica di Rondò Veneziano. Come si conciliano due mondi apparentemente così distanti?
Per me esiste un fil rouge sotterraneo tra la musica elettronica e il Barocco, intendo autori come Vivaldi o Bach, appunto. Forse è solo una suggestione, ma il punto d’incontro è, a mio avviso, la centralità assoluta della melodia, che noi italiani abbiamo nel codice genetico. L’ “Aria” di Bach ha una delle melodie più devastanti e perfette della storia dell’umanità. Il passaggio è quindi quasi naturale: se mi dai una melodia di quel livello, qualcosa di buono riesco a tirarlo fuori quasi di sicuro, anche se non significa che funzioni sempre e comunque, perché il rischio di fare degli scempi terrificanti rimane dietro l’angolo. Ma il genere ha bisogno di temi forti per respirare, e la Classica si siede benissimo su questi tappeti ritmici, è come se si prendessero per mano. Una volta un violinista giapponese mi disse che Bach scriveva i pezzi con una struttura simile a quella di una band moderna: c’è una linea di basso, dei violini che fanno un ricamo, altri che rispondono. E poi questa commistione l’hanno tentata in molti, dai Daft Punk fino a Gabry Ponte con la “Danza delle streghe”, che riprende il tema della “Lacrymosa” della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi. È una strada che continuerò a percorrere. Se trovo la melodia giusta, proverò sempre a farla quadrare.
Ad aprile avete suonato al Coachella, un colosso nel mondo dei grandi happening musicali. Il 27 agosto invece sarete headliner al Jazz:Re:Found, un festival caratterizzato, oltre che dall’altissima qualità del roster, da un’attenzione particolare anche per il lato “esperienziale”. Oggi si fa un gran parlare dei disagi dei mega-festival da centinaia di migliaia di persone: ritieni che l’alternativa degli eventi di dimensioni più contenute sia una strada vincente?
Al cento per cento, ma dipende tutto da come vivi la musica. Io, come fruitore, non metterei mai piede in un mega-festival, preferisco le realtà piccole, dove il contatto con l’ambiente è forte, l’atmosfera è intima e non ti perdi in mezzo a duecentomila baracconi. Le medie dimensioni offrono l’esperienza migliore in assoluto. Intendiamoci: suonare davanti a un oceano di gente è pazzesco, ti solleva l’ego e regala emozioni forti, ma quando il pubblico è raccolto puoi guardare le persone in faccia, c’è uno scambio diretto, umano. Direi che sono due dimensioni che possono coesistere, non si escludono a vicenda, attirando spesso pubblici diversi. Nella musica elettronica vedi i top DJ che fanno solo palazzetti o mega eventi a Ibiza da settantamila persone, e poi hai la scena degli artisti di nicchia che si muovono solo in festival curatissimi. Sono due carriere opposte, due mondi paralleli. Per quanto mi riguarda, trovo stimolante potermi destreggiare in entrambi i contesti.
Articolo di Alberto Pani
