“L’Ultimo concerto?” – Intervista The Cage

Il video che è uscito per “L’Ultimo Concerto?” è stato, come molti altri, di una violenza dolorosa

Toto Barbato The Cage

“L’Ultimo Concerto?” è un evento che ci ha riguardati e che continua a riguardarci tutti. È stato un primo passo, un urlo silenzioso che 130 locali, 130 situazioni musicali, hanno rivolto al fine di farsi ascoltare. Bisogna far sentire la presenza della musica, come forma elevata di arte, che permette all’essere umano di levarsi da una condizione quotidiana e aspirare a qualcosa di più.

“L’ultimo Concerto?” il 27 febbraio 2021, dalle ore 21:00 ha presentato centotrenta situazioni di stasi, di silenzio, di immobilità, di dolore. Ed è questo che rappresenta: una quiete da lockdown in cui anche le emozioni vengono sigillate e ibernate.

Ne parliamo con Toto Barbato, Direttore Artistico del The Cage di Livorno, che può aiutarci a capire veramente cosa è successo e cosa sta succedendo. Il video che è uscito per “L’Ultimo Concerto?” è stato, come molti altri, di una violenza dolorosa, una violenza silenziosa che ha ferito con ogni rumore ascoltato. Vede il palco allestito per la serata col nome “The Zen Circus” proiettato. Il nome nei 10 minuti del video cambierà lentamente in un punto interrogativo, simbolo de “L’Ultimo Concerto?”. I tre musicisti si siedono su tre poltrone e lo staff del locale smonta pezzo per pezzo il loro palco, fino a un lento spegnersi di luci molto evocativo. Gli unici rumori sono quelli dei passi e dello smontaggio palco. Potente. Lento e inesorabile. Se volete vederlo, è qui: https://youtu.be/39C7ak0GT_U

Qual è la cosa che più vi è pesata in questo lungo anno di silenzio?

Vedere il The Cage vuoto, immobile ma pronto a ripartire in qualsiasi momento, confermando l’atroce, ma reale sensazione che le forme non biologiche, che contribuiscono alla formazione del nostro locale, siano immuni al virus e al distanziamento. Sono rimaste ferme in attesa degli umani, basta far scattare con un click il power box, che alimenta le machine, e tutto si illumina in 2 minuti. Un virus che infetta i software lo risolveremmo in pochi giorni, qui dopo un anno siamo sempre al punto di partenza.

La scena musicale è cambiata in questi ultimi anni, secondo voi questo anno (che ancora non termina) darà uno strappo? Cosa vi aspettate dopo?

Ci aspettiamo un ritorno degli “artisti grossi” (quelli che fanno più numeri per intenderci) in tutti i live club, anche quelli di provincia. Purtroppo, dopo il periodo d’oro 2015/2018, nell’anno che ha preceduto questa pandemia, iniziavamo a faticare a mettere su un programma decente, un programma che comprendesse ricerca e qualità con la non meno importante quantità. Una volta gonfiata la bolla dell’indie italiano c’è stata la rincorsa da parte delle major del settore, all’accaparramento di tutti gli “artisti spacca Spotify”, facendo in seguito salire insensatamente i cachet degli artisti, ma non solo, allontanandoli dall’idea che i tour nei club devono toccare più posti possibili.

Le major hanno tutto l’interesse a convincere gli artisti a fare tour in soli 4/5 grandi live club della penisola, nelle 4/5 città più importanti, riempiendo grossi spazi, facendo facilmente sold out e contenendo i costi. Hanno rivenduto agli artisti l’idea che questo giovi al loro percorso di crescita quando è vero l’opposto: girare in lungo e in largo la penisola serve a far conoscere l’artista ovunque, i live club italiani da 30 anni, fanno un lavoro importantissimo di promozione capillare sul territorio. La ricerca dell’hype facile, le 3 date a Milano, Bologna, Roma non costituiscono un tour e non fanno crescere l’artista, anche se, capisco, possano essere utili per condividere belle foto su Instagram, della serie “grazie ragazzi, ieri eravate più di 2000 a cantare sotto il palco a Milano, è stato bellissimo” … seguono foto e stories con band sul palco a fine concerto e il pubblico in posa.

Penso che tutto l’ambiente stia capendo che quella non è la linea da seguire, perché poi basta una tragedia, come quella che stiamo vivendo, per far crollare tutto il giochino virtuale.

“L’ Ultimo Concerto?” rappresenta un inizio, un fine o è solo una tappa di un cammino?

“L’Ultimo Concerto?”, a mio avviso, rappresenta una tappa nello splendido cammino comune che stiamo facendo. Finalmente, dopo anni segnati da divisioni, diffidenza, ma soprattutto ignoranza (nel senso che ognuno di noi ignorava cosa facesse quello accanto) ci siamo uniti tutti insieme, concentrati su pochi, ma ben precisi punti. Noi chiediamo RICONOSCIMENTO e non ci basta che finalmente la parola “live club” sia entrata nel cervello dell’italiano medio e nel mainstream, che sia arrivata sul palco di Sanremo e nei documenti del Ministero della cultura, noi vogliamo riaprire con una legge nuova che ci rappresenti e ci identifichi, vogliamo protocolli scritti ad hoc sui nostri spazi, che non sono discoteche e non sono nemmeno palestre e/o palasport.

Noi, uniti alle agenzie di booking indipendenti, siamo sempre stati uno strumento importante in mano alla migliore avanguardia musicale italiana: senza di noi le playlist delle radio, di Spotify e di tutte le altre piattaforme di streaming, starebbero sempre a trasmettere l’ultimo singolo reggaeton o la canzoncina strappalacrime del cantante dinosauro. Noi siamo sana aggregazione giovanile, nei nostri spazi non esiste “dress code” all’ingresso, non ci sono “vip list” e tavolini prenotati dove si sciabola il Don Perignon, noi siamo LIVE CLUB e ne andiamo fieri. Fondamentalmente, chiediamo di essere equiparati ai luoghi in cui si fa cultura, perché è ciò che produciamo e diffondiamo, esattamente come già accade nel resto d’Europa. Al pari dei nostri colleghi europei, infatti, chiediamo che sia legittimato e riconosciuto il ruolo essenziale che svolgiamo, sia a livello sociale, ma soprattutto in termini di crescita culturale di un intero paese.

Quali sono le tre cose (attuabili, avere un live di Elvis non si può dire) che più vorreste ora per la musica?

  1. vaccini
  2. fine della pandemia
  3. baci e abbracci

Ringraziamo Toto Barbato per le sue parole, facendo tesoro della testimonianza di un intero staff che aspetta da una parte aiuti, dall’altra supporto, dall’altra ancora una ripresa.

Articolo di Marco Oreggia

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