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Modena City Ramblers intervista

La musica popolare è viva e lotta insieme a chi ci crede

Un bella chiacchierata con Dudu in occasione del tour estivo dei Modena City Ramblers, in particolare sulla loro partecipazione ai festival di musica popolare, tra cui l’importante “Kaulonia Tarantella festival”, che si terrà in Calabria, a Caulonia, dal 23 al 26 agosto.

Il vostro ultimo album “Altomare” è da poco uscito, un progetto molto particolare perché le registrazioni scaturiscono da un progetto di crowdfunding, perché è stato presentato non in una conferenza stampa ma con una cena insieme ai fan, e perché esplora nuovi territori soprattutto per quanto riguarda i testi. Come riuscite a essere fedeli alle vostre tradizioni e allo stesso tempo sempre ad andare sempre oltre?

Beh, tutto si può dire dei Modena City Ramblers ma la parola che ci descrive meglio è “coerenza”. Noi siamo sempre stati coerenti al nostro modo di essere, sia come musicisti che come persone; facciamo musica dal 1991 e la fiamma è ancora viva, non ci sediamo a tavolino per decidere cosa fare, non facciamo fatica a rimanere fedeli alla nostra carriera trentennale. Ovviamente poi ci piace esplorare sempre il mondo che ci circonda, che è cambiato e cambia, così come noi, siamo maturati e così la nostra musica, anche se la base resta il Folk di matrice irlandese. Dopo la pandemia abbiamo ricominciato a viaggiare, attività che per noi è alla base di tutto, perché incontriamo gente e condividiamo esperienze, e quindi a comporre nuova musica; noi se non siamo fisicamente insieme non riusciamo a fare niente, altro che inviare file a distanza! Quindi appena siamo tornati in tour sono arrivate nuove idee, nuovo materiale e quindi il nuovo disco (la nostra recensione), la summa di quello che abbiamo vissuto insieme negli ultimi due anni, in giro non solo in Italia ma anche all’estero, in Sud Africa e in Cile, dove abbiamo preso nuovi spunti.

La dimensione live è per voi fondamentale…

Da sempre i Modena City Ramblers sono un gruppo live, noi facciamo dischi come scusa per poi andare in giro a suonare! Di solito gli artisti fanno i concerti per promuovere dischi, noi facciamo il contrario, non abbiamo mai avuto dischi in vetta alle classifiche, i dischi ci servono a presentare chi siamo e cosa facciamo a chi ci ascolta. Nel tour di questa estate facciamo qualcosa mai fatta prima: suoniamo “Altomare” per intero, tanto crediamo in queste canzoni, magari una sera una, una sera un’altra, le abbiamo tutte in scaletta. Crediamo che questo album valga la pensa essere ascoltato, e il riscontro per ora è stato ottimo!

In questo disco cambiano i temi trattati, ma non il taglio con il quale li affrontate. Voi figli dell’Appennino vi spostate al mare, ma la sostanza non cambia…

Sì, di questi argomenti abbiamo comunque spesso già parlato, magari non in maniera così massiccia, così esaustiva. Ci sono tante storie che arrivano o portano al mare, il cuore è il problema dei migranti. E del fatto che nel 2023 non si sia fatto ancora un fronte comune per aiutarli e risolvere la questione delle migrazioni. È un problema che a noi sta molto a cuore, noi viaggiamo molto, la commistione culturale per noi è fondamentale, è ricchezza. Il disco va contro i muri, fisici e mentali. Noi italiani abbiamo perso la memoria? Siamo sempre stati un popolo di migranti, di navigatori, siamo una nazione nata da incontro di tanti popoli diversi. Il mare poi è anche una metafora del cambiamento, il nostro in particolare.

Alla fine di agosto parteciperete al Kaulonia Tarantella Festival, uno dei più grandi festival di musica popolare del Sud.

La ricchezza culturale che c’è nel Sud della Penisola è immensa, e noi siamo felici di partecipare a questo festival, dove culture diverse si incontrano, e scambiano esperienze e soprattutto opinioni diverse. Siamo certi che troveremo spunti e ispirazioni che ci faranno crescere e che saranno travasati nei nostri lavori. Per noi la contaminazione è vitale, gli incontri sul palco sono qualcosa di importante.

Questo è un vero festival, ovvero con una direzione artistica, con degli obiettivi, con dei valori, e non si fa uso improprio del termine “festival”.

Esatto, hanno idee chiare. I veri festival sono sempre meno, ma per fortuna quelli storici, come nel caso del Kaulonia, resistono e riescono anzi ad andare avanti. Per arrivare fin laggiù dobbiamo crederci anche noi come artisti, e per noi è scontato farlo, anzi è qualcosa a cui teniamo tanto. E al Sud suoniamo molto, proprio perché c’è questo spirito culturale e artistico. Per noi il Sud è un punto di arrivo metaforico del nostro viaggio, e sicuramente molte cose fermenteranno in noi e porterà nuove cose!

La musica popolare in Italia come la vedi, nel presente e nel futuro?

La musica popolare è viva e lotta insieme a noi. Ci sono tanti ragazzi giovani che ci si avvicinano alla musica popolare e cercano di portare avanti la propria tradizione, perché in Italia da nord a sud ci sono tante e diverse tradizioni che si incontrano. La musica popolare è immediata, unisce le persone, soprattutto dal vivo. Il problema è solo uno: gli spazi. Soprattutto d’inverno, i locali dove suonare musica popolare, di derivazione tradizionale, sono come riserve indiane; d’estate va un po’ meglio, grazie ai festival e alle feste di piazza, che hanno ripreso bene dopo la pandemia per fortuna. Ma non è facile, né a livello logistico né burocratico, in Italia vengono messi talmente tanti paletti e tante regole che poi organizzare è davvero complicato. Fuori dall’Italia invece ci sono tantissimi festival, molto partecipati, senza tutte le trafile burocratiche che davvero fanno mancare la voglia di fare. Poi per i giovani che non sono conosciuti, pur bravissimi, è ancora più difficile, è davvero una questione culturale, all’estero la gente paga i biglietti per vedere anche nuove proposte, qui la prima domanda che fa un organizzatore a una band è: quanta gente portate?  In cambio di un panino e una birra, poi. In Italia si investe soltanto nella musica cosiddetta colta, mentre la musica popolare non riceve alcun aiuto dallo Stato. Tutto il movimento che si è creato dal basso durante la pandemia non ha portato a nulla, è stata una lotta che poteva portare a un cambiamento, ma è stato tutto abbuiato. All’estero è tutta un’altra storia, davvero.

Articolo di Francesca Cecconi

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