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Nickelback intervista

Sta per uscire nelle sale il docu-film sulla storia della band, che sarà il 2 giugno dal vivo in Italia

I Nickelback sono in arrivo live in Italia, il 2 giugno alla Unipol Arena di Bologna con il loro “Get Rollin’ World Tour”, e sono preceduti da una fantastica opportunità: il 27 e il 30 marzo in cinema selezionati ci sarà la proiezione del lungometraggio in anteprima mondiale “Hate to Love: Nickelback”. Il documentario racconta la storia autentica della band, dagli esordi al successo planetario, con tutti gli alti ma anche i bassi. Di questo e del tour abbiamo avuto modo di parlarne con Mike Kroeger, bassista e co-fondatore dei Nickelback. Di solito, quando si trascrivono interviste telefoniche, nel passare dalla lingua parlata a quella scritta si modificano frasi, si tagliano espressioni colloquiali, si rende il tutto pulito e il più strutturato possibile. La mezz’ora passata con Mike Kroeger ha stravolto questo mio solito approccio. Mike era genuinamente rilassato ma soprattutto aperto e spontaneo, non aveva risposte pre-confezionate (come purtroppo spesso accade), non ha alzato alcuna barriera, la conversazione è scorsa in modo così fluido e colloquiale, che ho deciso di lasciarla proprio così, senza ri-confezionarla. Una persona “umana” come ci siamo più volte permessi di scherzare. Ci tiene, ci tengono molto, a sottolineare che nonostante la carriera, il successo, hanno sempre i piedi per terra, anzi, i piedi tra noi.

Caro Mike, fondamentalmente voglio chiederti due cose: riguardo al tour – verrete anche in Italia – e al docu-film presto nelle sale. Riguarda la vera storia della band, non solo la storia di rockstar che hanno camminato sull’oro, ma anche le numerose e gravi difficoltà che avete avuto.
Il clickbait dell’odio dei Nickelback è stato usato così tanto… Sento che ora è il nostro turno di usare il nostro clickbait per i nostri scopi; è una parte del documentario, non una parte fondamentale, ma ne parliamo e volevamo affrontarlo. Abbiamo ricevuto tanta negatività online, ci sono molte persone che non hanno idea di quanta. Quindi volevamo spiegare la nostra versione della questione, ma senza soffermarci troppo, e passare alle altre cose che i fan avrebbero voluto sapere. E ci sono molte cose in questo documentario che i fan non hanno mai saputo prima! Ci siamo noi e la narrazione che si sta creando sulla band. Le inesattezze in quella narrazione sono colpa nostra perché non abbiamo mai raccontato la nostra storia prima, quindi ora è quello che stiamo facendo. Stiamo prendendo il controllo e raccontando la nostra storia dalla nostra prospettiva, ed è la prima volta per noi.

Non si tratta solo del solito vecchio documentario autocelebrativo. È stato qualcosa che abbiamo deciso di evitare molto presto durante la realizzazione. All’inizio doveva essere un formato di intervista di lunga durata per la promozione dell’album “Feed the Machine”. Abbiamo ingaggiato una troupe televisiva venuta da Londra in Canada, si sono seduti con noi durante le riprese video e abbiamo fatto alcune interviste. E quando abbiamo visto quei filmati più tardi, abbiamo trovato che fossero un po’ troppo belli per utilizzarli semplicemente per la promo di un album, abbiamo pensato che forse avremmo dovuto tenerli e vedere se potevamo farne qualcosa di più grande. Ed è quello che abbiamo fatto! Abbiamo girato riprese video fino a poco tempo fa, ci abbiamo lavorato tanto il tempo. Devono esserci migliaia e migliaia di ore di riprese che abbiamo analizzato. Poi abbiamo deciso se avremmo realizzato un documentario e non volevamo che fosse solo quello. Volevamo che fosse un racconto in cui mettiamo a nudo noi stessi e mostriamo alcune cose che forse non sono tutte felici e buone. È solo la realtà, i momenti difficili, i problemi fisici che abbiamo vissuto e molte storie che le persone non conoscono su di noi, e questo risponderà a molte domande che le persone probabilmente non penserebbero nemmeno di porre.

Avete partecipato tutti e quattro alla scelta del materiale utilizzare?
Sì. Abbiamo deciso fin dall’inizio, quando stavamo apportando modifiche, ritagli, inserendo e togliendo cose, tutti noi abbiamo deciso che se c’era qualcosa che qualcuno di noi non voleva, sarebbe dovuto essere eliminato. Ci rispettavamo in quel modo, non è un… conosci l’espressione inglese “tell-all”? Ebbene, questo film non è un “racconta tutto”. È un “raccontare di più”. Sai cosa voglio dire? Diciamo gran parte della verità.

Posso chiederti quali sono state le vostre reazioni quando vi siete seduti insieme e avete visto il montaggio finale? Hai pianto?
No, non ho pianto, ma ci sono parti profondamente emotive che vedrai anche tu. E alcune si riferiscono a me, quindi sono profondamente colpito da parte del materiale presente nel film. Sono un tipo duro, quindi non posso ammettere di piangere, ovviamente, ma è stato davvero bello vederlo. I nostri ragazzi Ben Jones e Leigh Brooks, il nostro produttore e il nostro regista, hanno fatto davvero un ottimo lavoro nell’orchestrare e organizzare le cose in modo che le storie si presentassero nel modo migliore, nel modo in cui le intendevamo. “Hate to Love” riguarda moltissimo anche i fan. Questa è una cosa che è sempre stata importante per noi, cercare di rimanere fedeli ai nostri fan; sentiamo una grande responsabilità nei loro confronti. Vogliamo dare loro quello che desiderano, che sia la nostra set list o il nostro documentario, e renderli felici. Sono loro che ci hanno messo sul palco ogni sera, e siamo loro profondamente grati.

Ciò che noi – i fan – volevamo era un nuovo album e voi ce lo avete dato dopo una lunga attesa.
Lo sappiamo che avete dovuto aspettare molto, ma era stato difficile realizzare un album durante il Covid. Non ci era permesso riunirci e fare cose insieme. Io vivo a Los Angeles e gli altri ragazzi vivono a Vancouver, e anche a quelli che erano a Vancouver non era permesso di riunirsi per scrivere una canzone o altro. Quindi non faceva molta differenza se io ero a Los Angeles o se ero accanto a loro, non potevamo lavorare. È stato impegnativo. Ma una volta che abbiamo iniziato a vedere il mondo aprirsi, siamo tornati al lavoro, scrivendo un nuovo album e andando in tour.

Hai appena detto una cosa molto importante: che non potevate riunirvi INSIEME per scrivere musica.
Sì. Sai, registrare da remoto è divertente ed è possibile, ma non puoi scambiare adeguatamente le idee. Non puoi proprio, devi essere nella stessa stanza con le persone per scambiare idee.

È fondamentale che tu dica queste cose, soprattutto ai giovani musicisti che lavorano su un progetto musicale semplicemente scambiando file sui telefoni cellulari.
Fare musica e registrarla richiede una vera connessione umana, e il motivo per cui molta della vecchia musica suona così speciale è perché quelle persone erano tutte nella stessa stanza insieme a suonare esattamente nello stesso momento. Se ascolti i Led Zeppelin, i Beatles o i vecchi Rolling Stones, è roba registrata dal vivo in studio. Sai, loro interagivano tra loro nel momento in cui facevano musica. Ok, noi non registriamo più in quel modo, ma stiamo insieme quando lo facciamo, condividiamo idee, semplicemente esserci è molto importante.

Per promuovere il nuovo album avete iniziato il “Get Rollin’ World Tour” l’anno scorso in Nord America, e ora state per iniziare le tappe europee, con 12 concerti in 8 paesi, e uno è per noi, il 2 giugno a Bologna. Avete in serbo qualcosa di speciale per l’Europa?
Beh, sarà effettivamente il tour che abbiamo fatto attraverso il Nord America, ma ci saranno alcuni piccoli cambiamenti e potremmo fare alcune piccole cose speciali per ogni città. Il bello di suonare dal vivo in questa band ed essere in tour è che non importa dove sei perché sei tra i fan dei Nickelback. Quindi ci sentiamo sempre a nostro agio e al sicuro, e dovrebbe essere così anche per i fan. Ci saranno alcune canzoni da “Get Rollin'”, ma soprattutto suoneremo una selezione delle canzoni preferite da tutti. Ci sono artisti che vanno sul palco a suonare per quattro o cinque ore, ma ne abbiamo parlato, sappiamo cosa vuol dire essere esausti a un concerto, e quindi non vogliamo fare una cosa del genere a nessuno. Pensiamo che sia importante lasciare il pubblico con la voglia di saperne di più, quindi è quello che faremo. Non vogliamo che le persone desiderino che finisca, ma che desiderino che torniamo presto.

Vuol dire che se ci lasciate con la voglia di saperne di più, dovrete tornare presto. Promesso?
Beh, se dipende da me, torno volentieri in Italia. Se i Nickelback torneranno non lo so, ma io posso dirvi che sarò spesso in Italia. Su questo non c’è dubbio, ma non per le stesse vecchie ragioni di tutte le altre band: il cibo, la cultura, l’arte, l’architettura. Queste cose sono tutte davvero fantastiche, ma la maggior parte posso trovarle negli Stati Uniti. Posso comprare il cibo ovunque e posso andare in Italia e comprare semplicemente il cibo se voglio, ma sai quello che non posso trovare da nessun’altra parte sono le persone. Questo è quello che ottengo quando sono in Italia. Questo è il tesoro. Questo è il tesoro dell’Italia. Non dirlo a nessuno. Il tesoro dell’Italia sono le persone.

È una cosa bellissima, ti ringrazio tantissimo Mike.
È stato un piacere parlare con te, Francesca. Grazie mille e ci vediamo tutti a Bologna!

Nickleback interview

Dear Mike, I’m a bit embarrassed because my English is not that good…
I understand you completely.  It’s no problem, I get to do the job of of talking to the Italians is because I can understand the Italian accent, but your English is fine!

Basically, I want to ask you about two things: about the tour – you’re also coming to Italy – and the forthcoming  docu-film soon in cinemas. I don’t know what you call it, a documentary or a docu-film, whatever.
We can call it all those things!

It’s about the real story of the band, not just the story of rock stars who walked on gold, but also about the several and severe difficulties you’ve had; how did you decide to name it “Hate to love”?
The clickbait of Nickelback hate has been used so much by other people. I feel like it’s now our turn to use our own clickbait for our own purposes; it is a part of the documentary, not a big part, but we do address it, and we wanted to address it. You know, we were getting all that online negativity, there are many people who have no idea how much. So we wanted to explain our side of it, but not dwell on it too much, and move on to the other things that the fans would want to know. And there is a lot in this documentary, that  people will not know! There’s us and the narrative that’s being created about this band.  The inaccuracies in that narrative it’s our own fault because we’ve never told our own story before, so now that’s what we’re doing. We’re taking over and telling our story from our perspective, which is a first for us.

It’s not just about the same old self-celebrating documentary. It was something that we decided very,early on in the making of. In the beginning it had to be a long-form interview format for the promotion of the album “Feed the machine”. So we had a camera crew coming from London over to Canada, they sat down with us at a video shoot and we did some interviews. And as we viewed that footage later, we found it a little bit too good to just throw it for an album promo, we thought that maybe we should keep it and see if we could make something bigger with it. And that is what we have done. And we did shoot video footage until very recently, we’ve been working on this the whole time. There must be thousands and thousands of hours of footage that we’ve gone through. Then we decided if we were going to make a documentary that we didn’t want it to just be that. We wanted it to be more of a human interest piece where we humanize ourselves and show some things that maybe aren’t all happy and good. It’s just reality, hard times, physical issues that we’ve experienced and a lot of stories that people don’t know about us and and this will answer many questions, that people probably wouldn’t even think to ask. 

Did all the four of you participate in choosing which pieces of all this material to use? 
Yeah, very much so. We decided early on when we were doing edits, cuttings, bringing things in and taking things out, all of us decided that if there’s anything in it that any one of us didn’t want, it would have to come out. We respected each other in that way, it’s not a … you know the English expression a “tell-all”? Well, this film is not a “tell-all”. It’s a “tell-most”.  You know what I mean?  We tell most of the truth. 

Can I ask you what were your reactions when you sat down together and saw the final cut?  Did you cry?
No I didn’t cry, but there are deeply emotional parts that you’ll see too. And some of them relate to me, so I am deeply affected by some of the material that’s in the film. I’m a big tough guy, so I can’t admit to crying, of course, but it felt really good to see it. Our guys Ben Jones and Leigh Brooks, our producer and our director,  did a really, really good job in orchestrating and organizing things so that the stories come across in the best way, the way that we intended. “Hate to love” is also about the fans, very much.  This is so important because it’s not just a spot on us.  That’s one thing that has been important always, to try to remain true to our fans; we feel a great deal of responsibility to our fans. We want to give them what they want, whether it’s our song list or our documentary, and make them happy. They’re the ones who, who put us on the stage every night, we’re deeply grateful.

What we – the fans – wanted was a new album and you gave it to us after a long wait.
We know… But it was difficult to make an album during Covid. We weren’t allowed to gather and do things together. I live in Los Angeles and the other boys live in Vancouver, which is, it’s a long way. Even the ones that were in Vancouver weren’t allowed to get together toto write a song or anything. So it didn’t really make a difference whether I was in LA or if I was next door to them, we weren’t able to work. It was challenging. But once we started to see the world open up, we went back to work, writing a new album and going on tour.  

You’ve just said something very important:  that you couldn’t get TOGETHER to write music. So to me, it sounds like to put together an album, you just don’t send files, but you really stay together.
Yes. You know, recording remotely is fun and it is possible, but  you can’t properly exchange ideas. You just can’t, you need to be in the same room with people to exchange ideas.

It’s nice that you say these things, especially to young musicians who think that working on a musical project it’s just exchanging files on mobile phones.
It’s enough to put together music when it’s needed. Making music and recording music need a real human connection, and the reason why a lot of the older music sounds so special is because those people were all in a same room together playing at that exactly the same time. If you listen to Led Zeppelin or Beatles or old Rolling Stones stuff, it’s stuff that was recorded live off the floor. You know, they, they were interacting with each other in the moment that they made music. Ok, we don’t record that way anymore, but we are together when we’re doing it, sharing ideas, just being there is very important.

To promote the new album, you started the “Get Rollin’ World Tour” last year, North America first, and now you’re about to start the European leg, with 12 concerts in 8 countries, and one is for us, June 2nd in Bologna. Have you something special for Europe?
Well it will be effectively the tour that we took through North America, but there will be some little changes and we might do some special little things for each city. The thing about playing live in this band and being on tour is that it doesn’t really matter where you are because you’re among Nickelback fans. So it always feels comfortable and safe to us, and it should to the fans too.  There’s going to be a few “Get Rollin’” songs, but mostly we have to play a selection of everyone’s favorite songs. There are artists that will go and play for four or five hours, but we’ve talked about this, we know what it feels like to be exhausted at a concert, and so we don’t want to do that to anybody. We think it’s important to leave with the audience wanting more, so that’s what we’ll do. We won’t overstay our welcome. We don’t want people wishing for it to be over, but wishing we come back.

It means that if you leave us wanting more, you must come back soon. Right?
Well, if it’s up to me, I’m definitely coming back to Italy.  Whether Nickelback comes, I don’t know, but I’m coming back, I can tell you that I, I will be in Italy often. There’s no question about that, but not for the same old reasons like everybody else: the food, the culture, the arts, the architecture.  These things are all really cool, but most of them I can just get in the United States, I can see on the internet, all the beauty. I can buy the food and I can go to Italy and just buy the food if I want to, but you know what I can’t get anywhere else is the people. That’s what I get when I’m in Italy. That’s the treasure. That’s Italy’s treasure. Don’t tell anybody.  Italy’s treasure is the people. 

That’s huge, thank you very much Mike
My pleasure to speak with you, Francesca. Thank you very much and see you all in Bologna!

Articolo di Francesca Cecconi
Foto di Richard Beland

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