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Paolo Benvegnù intervista

In uscita il nuovo album del colto cantautore

Benvegnù torna con il nuovo album “È inutile parlare d’amore”, in uscita il 12 gennaio in digitale e il 19 gennaio in cd e vinile. Sono tante, tantissime, le cose da dire su questo nuovo lavoro…

Questo tuo nuovo progetto veramente ingolosisce di fare domande a qualsiasi giornalista. È già fuori il singolo in arrivo l’album (il 12 gennaio il digitale e il 19 in cd e vinile) e anche un tour…
Certo! La presentazione ufficiale dal vivo avverrà il 20 gennaio a Firenze, al Glue, uno dei pochi locali sopravvissuti in città, pieno di fuorilegge, quelli importanti, quelli belli, sono felice.

Esci subito con dei titoli come “Canzoni brutte”, “È inutile parlare d’amore”: ci vuoi spiazzare?
No, è semplicemente un racconto, è come un romanzo questo disco, racconta una situazione che in questo momento storico fa riflettere … amare, amare l’alterità, fa comunque chiedersi ma come faccio a campare se amo così tanto, disperdo così tanta energia e poi dopo non esisto, non esisto dal punto di vista pragmatico, cioè tipo non ho i soldi per questo e quello … Visto che so scrivere canzoni, scrivo delle canzoni brutte, visto che mi piacciono tanto … “Canzoni brutte” perciò è uno dei capitoli di questo romanzo di formazione, dove nel contesto storico dove si vive per il denaro e per poter campare poi però l’amore verso le cose, verso l’altro, prende di nuovo il sopravvento e tutto va a finire nel brano strumentale finale che è, per certi versi, legato al silenzio e alla contemplazione.

Nelle note di presentazione dici che è un disco per persone “normali”, per persone mediocri nell’accezione della normalità, che cosa intendi con questo?
Gli esseri umani sono un miracolo e questo miracolo, spesse volte, gli esseri umani normali riescono a vederlo di più, semplicemente perché le gioie minime sono più facili da raggiungere. Questo è il lato positivo dell’essere una persona normale. Il lato negativo è che può capitare che ogni giorno, per tutta la vita, non ci sia una cosa in cui stai rischiando di tuo. A questi esseri umani normali, io e i miei compagni, vogliamo dire di voler provare a vivere meglio, a vivere con più profondità, di provare a rischiare qualcosa. Perché la grande frustrazione di questo momento storico, al di là della forbice che c’è la realtà e l’immaginazione soggettiva, sta proprio nel fatto che non succede niente, anche se sembra che tutto intorno succeda tutto. E allora, questo tipo di frustrazione la superi soltanto se rischi qualcosa. Se tu metti qualcosa di tuo, se veramente investi sentimentalmente in qualcosa. Visto che questo è un momento storico in cui nessuno lo fa, abbiamo cercato semplicemente di dire agli altri esseri umani e a noi stessi di farlo. Nient’altro.

Parli al plurale e dici “io e i miei compagni”, quindi i musicisti che ti accompagnano sono parte integrante del nuovo progetto?
Esce come un disco di Paolo Benvegnù, ma non è un disco così autistico, è un disco compartecipato dai musicisti che mi accompagnano. Sono l’autore della maggior parte dei brani, ma per esempio “Libero” è un brano che ha scritto il nostro bassista Luca Baldini, che è un po’ il motore del nostro gruppo, a dire la verità. Io non sono nulla senza una famiglia musicale. I miei compagni sono coloro i quali, per certi versi, mi guidano a perseguire i miei obiettivi con applicazione. È importante il loro giudizio rispetto a quello che scrivo e c’è una compartecipazione in fase di registrazione che non è una cosa normale secondo me, è veramente la compartecipazione di un gruppo di persone. Questo disco insomma è una summa di energie di tante persone (Collettivo Benvegnù: Luca Baldini: basso, pianoforte, chitarra acustica / Paolo Benvegnù: voce, chitarra acustica, sintetizzatori / Daniele Berioli: batteria / Gabriele Berioli: chitarre elettriche ed acustiche / Saverio Zacchei: fiati / Tazio Aprile, pianoforte, Fender Rhodes, dulcimer, Hammond), anche di chi ci ha messo a disposizione spazi per provare e registrare. Sarei presuntuoso se pensassi di averlo scritto io e di averlo fatto tutto io. Assolutamente no. Faccio parte di una schiera di persone che ha investito sentimentalmente su questa squadra E potrebbe passare appunto come un progetto solista, arrivi, piazzi le partiture ai musicisti ed ecco fatto. Ma no, non avrebbe senso. Pensa che sarebbe una noia per loro, e io sono uno degli esseri umani più annoiati d’Europa e sarebbe terribile anche per me.

Dici anche il disco è stato scritto qua e là. Ecco, dimmi un po’ di tutto il processo.
Probabilmente ogni canzone ha una sua storia. Non solo è un romanzo fatto appunto di canzoni che sono i capitoli, ma probabilmente poi ogni canzone diventa una storia assieme alla composizione. Ogni frase sottende una considerazione colta non soltanto da me, ma anche dai miei compagni. E sì, è scritto qua e là, in un anno e due mesi, in cui non ho fatto niente altro che essere collegato con la parte migliore di me, ovvero quella che non bada all’affitto, non bada alla frustrazione, ma bada semplicemente all’altrove creativo, alla materia che bisogna creare. E ho avuto questa fortuna. Perciò io insieme ai miei compagni abbiamo cercato di scrivere un libro, abbiamo cercato di scrivere materie, che non è semplice. La musica è talmente aleatoria, è talmente leggera, impalpabile, immateriale. Abbiamo cercato di fare insieme questo processo alchemico, di fare in modo che sia la scrittura, che è un’idea, che è un’intuizione, che è un’emozione, un sentimento, diventasse materia. Non so se ci siamo riusciti, ma insomma io penso di avere ancora un paio d’anni per provare a riuscirci.

E dimmi dei featuring, con Dario Brunori e Neri Marcorè
Con Dario Brunori ci conosciamo da tanti anni, ed è una persona magnifica. L’idea era di riuscire a incuriosirlo con un brano, gliene abbiamo proposti più di uno, e con “L’oceano” evidentemente abbiamo intercettato la sua sensibilità. Era presissimo, penso sia ancora presissimo, con il lavoro del suo disco, però ha trovato il tempo non soltanto di cantare il brano, ma di interpretarlo, secondo me, in maniera perfetta. Quello che ha fatto è stato anche un gesto di grande generosità umana, non soltanto ha cantato, ma anche ha prodotto per certi versi il disco, perché ha proposto dei tagli. Il brano è bello anche perché ci ha veramente lavorato lui, in maniera specifica. Sono così felice di aver avuto a che fare con Dario. Invece con Neri Marcorè è andata che Luca, il nostro bassista, è anche un organizzatore di spettacoli teatrali e ha organizzato alcuni suoi spettacoli, e in quelle occasioni gli ha fatto sentire i brani. Neri ha voluto cantare 27/12, è stato gentilissimo, è un gesto che ho apprezzato tantissimo dal punto di vista proprio sentimentale, perché per certi versi ha colto più lui il senso di quel pezzo rispetto a me.
I due featuring sono doni che mi hanno e ci hanno gratificato in maniera estrema. E non so come ringraziarli questi artisti immensi. Che cosa bellissima, sono veramente felice.

Senti, ma il disco è un po’ una prosecuzione dell’ep “Solo fiori”, uscito solo pochi mesi fa?
Sì, secondo me i due lavori sono legati, ovvero nella mia testa sono legati, però in realtà “Solo fiori” era composto da episodi raccolti insieme, Shakespeare li chiamerebbe sketches, guarda l’ep mi fa pensare a racconti raccolti in un Reader’s Digest, una selezione di intuizioni, mentre questo nuovo disco per me è invece un racconto più organico, continuo, e mi piacerebbe tanto far uscire la postfazione, spero che ci sia questa possibilità più avanti insomma.

Oltre al formato digitale, “È inutile parlare d’amore” esce anche in cd e in vinile, però hanno diverse track list questi formati, giusto?
Sì, esatto. Io sono uno a cui piace ascoltare i cd in auto – visto che poi il panorama delle radio italiane non è così brillante, se posso permettermi di dirlo – perché ho una continuità di ascolto, posso prendermi tutto il tempo per farlo soprattutto se viaggio di notte, come a me piace, su lunghi percorsi, e la dimensione notturna fa in modo che veramente il tempo possa anche dilatarsi, ecco. Invece l’ascolto su vinile ha un altro tipo di attenzione, devi metterti lì, girare il lato, prestare un’attenzione diversa, insomma è un ascolto più in purezza, e necessariamente deve essere un po’ più corto e un po’ più compatto. E per quello l’idea era di fare il formato del vinile un po’ più “magro”, mentre, appunto, nelle dimensioni del viaggio, della notte, e quindi del cd siamo andati un po’ più lunghi.

Il vinile per me è un mezzo di ascolto fisico, ho un rapporto tattile. Quindi mi interessa l’inner sleeve, mi interessa l’odore, mi interessa vedere le foto di accompagnamento, perché magari nel booklet del cd è tutto talmente piccolino che non te lo godi certo come il vinile, che te lo tieni in mano, te lo giri, te lo rigiri, stai attento a non farci le ditate, mentre del cd non ti importa nulla, lo sbatti dove ti pare …
Sì, sono d’accordissimo. E tra l’altro l’idea della copertina era di pensare al rapporto tra possibile e impossibile. In realtà quella in copertina è una fotografia fatta veramente, non è un fotomontaggio, c’è una persona dietro a quello specchio, ed è una chiave di lettura del disco. L’uomo si muove spesso tra possibile e impossibile, oppure tra reale e immaginifico, oppure tra mondo reale e mondo di propria volontà soggettiva. Ecco, l’idea della copertina è stata questa.

Posso chiederti qual è la tua visione del cantautorato italiano attuale, perché cantautore vuol dire anche, spesso, scrittore e quindi si pensa a testi colti. Però questa definizione di cantautore ultimamente si sta un po’ perdendo
Io ritrovo la scrittura colta veramente in pochi progetti, perché di solito prevede un’umiltà, nel senso di saper ascoltare il mondo che ti circonda e non essere soltanto concentrato sul costruire il progetto che funziona. Ma dico nel qui ed ora, eh, poi nel nostro passato abbiamo una bella storia. Purtroppo questa storia è stata ereditata da pochi.

Però, invece, sembra che il cantautorato italiano stia andando alla grande. Come la vedi dal tuo punto di vista questo fiorire di cantautori, anche giovani, che non hanno ancora trovato la buona strada?
In primis, il vero cantautore è un studioso. Non siamo altro. Io mi sveglio la mattina e penso di non sapere ancora l’alfabeto. Cosa, che se ci pensi, non è sbagliata, perché nel momento in cui tu pensi di sapere l’alfabeto, questa cosa fa in modo che tu non possa inventare parole nuove. Questo attuale è un mondo invece che è fatto da dominatori per fruitori, da seduttori per fruitori. In secondo luogo, bisogna saper scrivere canzoni con leggerezza e profondità, come direbbe Calvino. Non è una cosa tanto semplice perché bisogna vivere la vita. Prima devi viverla, bruciarti, bruciarti parecchio anche, e poi dopo ogni frase scritta diventa uno specchio di un tuo aspetto. I ragazzi più giovani che scrivono canzoni adesso si bruceranno di sicuro nella loro maniera e hanno tutto il tempo per continuare a essere studiosi. Quello che penso è che c’è una differenza proprio legata al tempo, al momento storico. Allora parto da questo episodio. Io prima quando non capivo una cosa pensavo che dovevo cercare di capirla. Se adesso non capisco qualcosa vuol dire che sono io in difetto. Capisci che si cercava un’identità, mentre desso si cerca un’eredità. Questo è il primo aspetto. Il secondo aspetto che è quello più tecnico secondo me, ovvero che ora scrivono sugli effetti e non sulle cause dei fenomeni della vita. Perciò in un mondo dove vengono valutati soltanto gli effetti, chi scrive delle cause non interessa a nessuno, ed è normale.

Parliamo infine del tour per il nuovo disco, cosa ci possiamo aspettare?
Io vorrei innanzitutto fare concerti commoventi. Perché le lacrime, anche le lacrime, sono diventate qualcosa di superficie. Se penso all’Odissea… Arriva il quinto capitolo e Ulisse è in lacrime. Un eroe in lacrime. Non è un aspetto bellissimo di un essere umano di genere maschile, vederlo nella totale disperazione, nella debolezza? Ecco, io vorrei che i miei fossero concerti deboli. Con una grande forza di debolezza. Che fossero concerti femminili. Con una grande forza di creazione. Noi cercheremo di creare materia, partendo da un’idea primigenia. Se riusciremo a intercettare le persone che hanno la medesima volontà, beh allora saranno belle serate. Perché come sai i concerti si fanno in due, artisti e pubblico. Anche questo è un altro concetto che normalmente non viene più sottolineato. E il concerto non è soltanto un evento. Non è che i concerti si fanno in due perché è un evento, ma perché ci si emoziona in due. Se si vibra in due.

Articolo di Francesca Cecconi

Le prime date annunciate del tour, biglietti già in prevendita:

  • Sabato 20 gennaio 2024 – Glue, Firenze
  • Giovedì 8 febbraio 2024 – Hiroshima Mon Amour, Torino
  • Venerdì 9 febbraio 2024 – Latteria Molloy, Brescia
  • Giovedì 22 febbraio – Monk, Roma
  • Venerdì 23 febbraio – Arci Kalinka Dude, Soliera (MO)
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