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VREC Music Label intervista

Scopriamo l’etichetta insieme al fondatore e proprietario David Bonato

La VREC Music Label è una casa discografica, marchio di davverocomunicazione, fondata nel 2008 da David Bonato, un talentuoso produttore musicale e imprenditore. Con sede in Veneto, la label si è affermata per la scoperta e la promozione di talenti nel panorama della musica indipendente. David Bonato, figura di spicco nel settore, ha dimostrato una passione duratura per la creazione e la condivisione di musica di alta qualità, portando avanti la sua missione di sostenere artisti promettenti. Con un impegno costante per l’innovazione e la creatività, la sua label continua a lasciare un’impronta significativa nel panorama musicale indipendente.

La prima domanda vuole ripercorrere un po’ la storia dell’etichetta: come è nata Vrec?
La VREC è un’etichetta discografica nata nel 2008 ed è un marchio dell’agenzia davverocomunicazione, ovvero la mia agenzia di comunicazione, che dal 2005 si occupa dell’ambito musicale. È nata dalla voglia di chiudere il cerchio con la pubblicazione, la promozione e la diffusione di alcuni artisti. Per loro valeva la pena impegnarsi di più, affinché si potesse entrare assieme, in quelle che sono le dinamiche di successo che può avere un progetto. In quest’ottica si è, quindi, un po’ più legati rispetto ad una semplice consulenza, dove si ha un tempo limitato di pochi mesi e poi basta. Mi piaceva il discorso di coltivare e pubblicare gli artisti per portarli a raggiungere alcuni traguardi.

I vostri artisti sono molto selezionati infatti …
Si, all’inizio, ovvero quindici anni fa, VREC, avendo sede a Verona, era nata come local label per la sola zona veronese (VREC era infatti partita come “Verona record”) dopo un po’ hanno cominciato a scriverci artisti da tutto il Veneto e poi da tutta Italia, e ha perso, quindi, il connotato prettamente campanilistico degli esordi. La svolta è iniziata quando hanno cominciato a proporci i loro lavori artisti del calibro di Giulio Casale o Andrea Chimenti, che non trovavano spazio all’interno delle altre case discografiche, in quanto considerati troppo difficili o troppo di nicchia. In quel momento mi sono detto: la struttura c’è, sia per dare uno sviluppo digitale che fisico ai progetti, quindi perché no? Pian piano si sono avvicinati artisti sempre più grandi, forse perché sanno che lavoriamo bene.

La VREC ha un booking interno, questo sicuramente è un valore aggiunto per i vostri artisti
Il booking è importante, ho sempre avuto un collaboratore con cui si pensava di fare girare le band, perché nel momento in cui fai ancora il tradizionale supporto fisico, che sia cd o vinile, se poi non suoni in giro rimani fermo. Anche dischi molto belli, senza un adeguato tour per l’Italia, rimangono in stallo. La pandemia ha bloccato tutto ed avevo pensato di non farlo più, poi è arrivato Bruno Giraldo, che collabora con me, e abbiamo deciso di far ripartire le cose. Si è creata, quindi, una divisione a parte, la VREC Booking, attraverso la quale si sviluppa la parte live principalmente dei nostri artisti, anche se, laddove ci siano artisti validi, possiamo prenderli in considerazione.

La VREC è nel campo da quindici anni, come è cambiato il panorama discografico in questi anni?Ultimamente si fa molta più fatica rispetto prima, perché gli aspetti da seguire sono tantissimi. Occupandomi anche di comunicazione e promozione degli eventi, seguire la VREC è molto dispendioso, sia a livello di tempo che di competenze, in quanto si deve sempre essere aggiornati su tutto.
Il digitale ha cambiato moltissimo il panorama. Su Spotify ho una dashboard VREC dove posso aggiornare immagini, foto, biografie, aggiungere i concerti di tutti gli artisti che pubblico, cosa che fino a qualche anno fa era impensabile dal punto di vista operativo. Quello che nessuno dice è che se vuoi avere visibilità sulle playlist bisogna fare dei piani marketing da inviare ai digital store, dove si indica tutto quello che sarà fatto su un album. I digital store decidono quindi cosa spingere o no. In pochi sanno anche che l’operatività di certe cose va fatta con molti mesi di anticipo.

Com’è il vostro rapporto con le piattaforme streaming?
Negli anni è stato un rapporto di odio e amore. Quando nacque l’etichetta avevo lavorato moltissimo affinché potessi avere la distribuzione su Itunes, cosa che non aveva quasi nessuno. Ho sempre pensato che il digitale fosse la priorità del futuro. Negli anni, con la sparizione dell’MP3, ovvero dell’acquisto digitale del disco, diventando tutto streaming, il rapporto con le piattaforme si è complicato, perché dall’ascolto in streaming arrivano pochi centesimi. L’etichetta dunque cosa ha fatto? In una prima fase ha digitalizzato il catalogo, dopodiché ha deciso che le novità non sarebbero state messe interamente sul digitale, ma si sarebbero inseriti solo i due, tre singoli contenuti nel formato fisico. Questo compromesso mi piaceva molto, così chi apprezza i singoli, per continuare l’ascolto, compra il formato fisico. Per certi artisti, infatti, il supporto fisico ha ancora senso, specie il vinile che ha ripreso piede nel mercato.

Adesso si è capito che non essere completamente nel digitale può essere controproducente, in quanto limita molto la visibilità verso un pubblico che potrebbe essere interessato ma non ancora lo è, nel senso che i fan, il cd e vinile li comprano lo stesso, esiste però un potenziale pubblico che potrebbe scoprirti ma se non dai il disco in streaming non si avvicina. La soluzione che attualmente si è trovata, che varia ovviamente da progetto a progetto, è far uscire il digitale per ultimo. Con artisti, come ad esempio i Karma, il cui album uscirà il 27 ottobre, la pubblicazione in digitale sarà l’ultimo tassello del piano promozionale. Ho preso ispirazione da ciò che succede nel mondo del cinema: se vuoi vedere il film al cinema lo vedi in tempo di uscita, altrimenti dopo quattro, sei mesi puoi vederlo nelle piattaforme.  Si dilata la promozione in una serie di attività, all’interno delle quali, lo streaming è l’ultima cosa ad uscire.Ovviamente lo puoi fare per certi artisti, se hai un artista di nuova generazione, ad esempio Talea, questo discorso non lo puoi fare, perché le nuove generazioni sono iper-digitalizzate e quindi non si può non essere nelle piattaforme. Per i giovani artisti, infatti, va costruito un piano marketing ad hoc sul loro progetto. In linea generale come label il nostro progetto può anche prevedere per i nuovi artisti un progetto inizialmente legato ai singoli, ma finalizzato nel medio tempo all’uscita di un album.

Leggendo il vostro sito c’è questa definizione nella quale mi ritrovo perfettamente e che cito testualmente: Siamo perennemente fuorimoda ma sempre attuali. Maledettamente anni novanta, quasi evergreen. Ogni tanto sperimentiamo musica fuori dal coro perché i generi sono fatti per essere contaminati. Potrebbe essere tranquillamente la definizione del manifesto dell’orgoglio Nerd, cosa significa per voi essere “fuorimoda e maledettamente anni novanta”?
Ovviamente la mia etichetta rappresenta me, quindi essendo nato con la musica anni Novanta o comunque con un certo tipo di musica, i cui contenuti non sono più contemplati, capisco possa non essere più di moda. Il mondo è cambiato e lo capisco, dico solo che non mi piace il modo in cui è cambiato, siccome so di non essere il solo, in quanto c’è ancora un pubblico che si rispecchia in questo “credo”, non vedo perché questo debba rimanere escluso, così come gli artisti che di fatto sono esclusi dall’attuale discografia, vedasi ad esempio Giulio Casale, artista bravissimo che le major non pubblicano perché non fa numeri di una volta. Le major puntano esclusivamente ai profitti, non possono fare certi discorsi legati alle vendite come noi, che anche se un artista vende solo mille copie va bene comunque.

Così come spiegato sembra quasi un elogio alla lentezza, dove tutto scorre veloce è giusto che trovi posto anche un lavoro se vogliamo più artigianale, dove ci sia una visione di accrescimento del patrimonio musicale e dunque anche culturale, cosa che specie negli ultimi anni è si e un po’ perso.
Infatti non capisco come alcune cose possano venire tacciate di essere fuori contesto e dunque non gestibili. Mi sembra assurdo che non ci siano etichette, che vogliano proporre musica nuova con stile e con classe. Anche per questo abbiamo studiato l’hashtag #musicadiqualità e l’abbiamo proposto sui social, questo ci ha portato ad avere ogni giorno almeno cinque proposte di dischi da ascoltare.

Se dovessi dunque definire la VREC con una sola parola quale sarebbe?
La parola artigianale mi piace, definirei la VREC così.

Articolo di Silvia Ravenda

Web https://www.vrec.it/ e https://www.davverocomunicazione.com/

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