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AC/DC live Reggio Emilia

Lunga ed eterna vita, e per sempre, sull’autostrada dell’Inferno. We salute you

Il “Power Up Tour” degli AC/DC è arrivato in Italia per un’unica sola tappa, a Reggio Emilia, nella rinnovata RFC Arena – Campovolo, sabato 25 maggio. Bagno di folla annunciato per quello che rischia di essere l’ultimo passaggio della band nel Belpaese e, in generale, in Europa. Non si può dire e affermare con certezza, dato che il palco dona vita eterna e sfida il passare del tempo, ma una volta visto lo spettacolo, in zona rossa, in ottima posizione, lo possiamo comunque auspicare. Vediamo insieme di capire il perché di questa affermazione che, forse, può aver già infastidito i fan. Non si preoccupino, eravamo lì anche noi, in quanto storici supporter della band.

Onestà impone che si sia chiari: lo spettacolo è stato magnifico. Una piana di oltre 100 mila persone con corna rosse accese. Location quasi perfetta, pur se qualche critica c’è stata, ma di sedi come il Campovolo (ed era la prima volta che ci entravo) non ce ne sono in Italia (e sono stato in tutte), soprattutto che permettano di vedere bene il palco quasi ovunque. Poi la questione parcheggi e strade è altra faccenda, che deve tener conto del fatto che ognuno di noi vorrebbe avere in tasca il teletrasporto di Star Trek. Solo ed esclusivamente in quel caso, forse, non ci sarebbero polemiche. E pensare che di questioni per le quali aver da ridire ce ne sono, e sono oggettive: i prezzi, i token, i tappi, le bottiglie di acqua, gli zaini.

Passiamo però alla musica e allo spettacolo. Partiamo dal cappello. Il perché è presto detto. Ricordate l’ultimo Indiana Jones? Quando il vecchio – e quanto è vecchio! – Harrison Ford mette il cappello? Ecco, in quel momento quell’anziano signore (ri)diventa Indiana Jones. Cosa voglio dire? Che l’uomo anagrafico è invecchiato, ma il personaggio no. Però serve il cappello per farlo vivere.

Brian Johnson non è Mick Jagger, come la musica degli AC/DC non è quella dei Rolling Stones. Questa ovvietà deve essere però ben chiara. Un altro tipo di metabolismo, e un altro tipo di musica, avrebbero messo meno in evidenza i limiti di un artista che è sempre stato definito, fin dagli albori con i Geordie, uno che urla. Ora, a 77 anni suonati, con quello che gli è successo, che lo ha tenuto lontano dai palchi per quasi 10 anni, ha del miracoloso vederlo ancora lì, davanti a 100 mila persone. I limiti, però, ci sono, e sono evidenti. Anche i fan storici, quelli più oggettivi, che gestiscono blog e pagine social accreditate, se la cavano con un commento moderato del tipo band in crescita, come Brian d’altronde. Vero. Può darsi. Dato che molti hanno già visto tre date di questo tour. Eppure i limiti sono stati tutti evidenti.

“Thunderstruck” è da dimenticare; “Back in Black” grazie a dio è stata cantata da tutti gli oltre 100 mila del Campovolo; “Whole Lotta Rosie” serve far finta che non sia mai stata cantata. Diversa, invece, la situazione su altri pezzi meno tirati, diciamola così. Tecnicamente, canzoni dove c’è meno da correre con la voce, dove ci sono delle pause, dove si può prendere fiato e, in alcuni casi, dove ci sono anche tonalità leggermente più basse. L’inizio, per esempio, con “If You Want Blood (You’ve Got It)” fa subito ben sperare che i problemi di udito che avevano allontanato Johnson dalla band siano sepolti. Allo stesso tempo fanno sperare che i suoi anni non ci siano sotto quel cappello che, una volta indossato, trasformano l’uomo 77enne nel cantante di una delle più grandi rock band del pianeta. Siamo tutti lì per quei due, lui e Angus Young, e poco importa degli altri. Ci sono gruppi che hanno molto meno sul palco.

D’altronde tutto è così minimale, che è sempre affascinate pensare che quel suono straordinariamente duro, secco, tagliente, potente, sia prodotto solo da quattro musicisti che, a corredo, hanno solo un muro scenico di Marshall. Eppure da quei quattro, con l’aggiunta della voce strillante di Johnson, nasce una delle declinazioni più potenti della storia del Rock.

Ecco, il problema, però, è che la voce di Johnson non è più strillante, ma gracchiante, e in certi momenti viene sapientemente supplita dall’audio, gestito con sapienza dai tecnici. Succede su “Shot Down in Flames”, che solitamente lo vede danzare con il suo grido; e anche con “Rock ‘n’ Roll Train”, brando recente, ma che è pura potenza, e che qui vede il Nostro trascinare la canzone alla fine. Per arrivare al canto del cigno di “For Those About to Rock (We Salute You)”, dove si prende atto che è finita, e per fortuna. Lo dico perché a Johnson gli si vuole bene. È strana questa cosa, ma il suo infortunio lo ha reso vulnerabile, e oggetto di grande affetto. Rivederlo con la sua coppola sul palco è una gioia. Osservarlo mentre saltella, si tocca più volte il cuore come a dire vi porto tutti qua, mentre si muove accanto al muro degli amplificatori, pur se resta defilato più che può, lasciando la scena ad Angus, è comunque un bene.

Sentirlo cantare così, però, è davvero dura. O meglio, sentirlo cantare così in alcune parti dello show. Ci sono comunque brani dove, invece, sa ancora fare il suo mestiere con grande classe. Sono quelli, si diceva, dove può rifiatare e dare aria alle corde vocali. “Riff Raff” è semplicemente perfetta, e non poteva che essere così, dato che era stata recuperata nell’era di Axl al suo posto. Come anche “Hells Bells”. “Stiff Upper Lip” e “Demon Fire”, gli permettono di modulare un poco la voce, e il risultato è ottimo, ma sono brani secondari nella produzione degli AC/DC, assai criticati quando uscirono (pur se si tratta, in un caso, di un pezzo dell’ultimo lavoro). Il tempo, invece, sembra non è essere passato quando canta i grandi classici, da “You Shook Me All Night Long” a “Dirty Deeds Done Dirt Cheap”, compresa una grande interpretazione di “T.N.T.” e “Highway to Hell”.

A conti fatti, sotto quel cappello c’è ancora un cantante, che non sfigura, ma che è giunto al suo traguardo con gloria. C’è da augurarsi che non lo obblighino a fare di più. Nella speranza che tutti possano godere di questo stato di forma buono, ma non di certo ottimo. Tuttavia, questa è la loro musica, e non si può certo pensare a un tour acustico nei teatri. A tutto c’è un limite insomma…

Angus invece arriva in scena quando il cappello cade dalla sua testa. Nelle prime tre canzoni sul palco c’è un anziano signore, vestito di velluto verde scuro come Angus Young, il chitarrista eclettico degli AC/DC. Artista che ha fatto di tutto, in questi anni, per rimettere in sesto la band, ed essere ancora qua, davanti a oltre 100 mila fan, e a tutti gli altri che si saranno in giro per l’Europa. Ha sepolto il fratello; ha affrontato la crisi del suo cantante; ha saputo aspettare, per far uscire un album che ha raccolto immeritate critiche e, ora, ha rimesso in moto l’auto del rock.

Il cartone iniziale è emblematico: su quell’automobile sfrecciano i due amici, che arrivano sul palco, entrambi con il cappello. Solo che Johnson ne ha bisogno per diventare il cantante degli AC/DC; Angus Young invece lo deve perdere per tornare a essere il famoso scolaretto, e smettere così di sembrare un anziano signore secco di 69 anni.

“Shot Down in Flames” segna il suo arrivo vero sul palco. Il cappello cade, e finalmente si lancia nella sua mossa, e nel suo passo, che tutti attendiamo, e che ha decretato il vero via del concerto. Prima c’era stato l’assestamento, il riscaldamento e poi via. Suona senza sosta. Il tempo, nella prima parte dello spettacolo, sembra davvero non essere passato per lui. Detta il ritmo con il salto. Matt Laug, il nuovo batterista, è attento a ogni suo movimento. Il cedimento arriva solo nel finale, sulla lunghissima – forse pure troppo – “Let There Be Rock”, ma c’è da dire che la scaletta è stata tagliata di tre brani, e le due ore di show andavano comunque garantite. Vedremo se si è trattato di un caso, o se diventerà una necessità anche negli altri concerti. C’è da dire che 24 canzoni sono davvero tante. Gli Stones stanno girando con 17, ed è l’ideale, data la situazione della band. Stessa cosa in questo caso: 18 canzoni sarebbero più che sufficienti, anche perché spero che tutti fossero lì con la consapevolezza che questa band non deve dimostrare niente e nulla nessuno.

Il cedimento, si diceva, arriva su “Let There Be Rock”. Chi ha osservato bene ha visto Angus zoppicare mentre scendeva la scala che sovrastava il muro di Marshall e, allo stesso tempo, la seconda volta – tanto di cappello – che si è buttato a terra e rotola, come negli anni gloriosi, con la sua diavoletto, si è rialzato barcollando. Ha dato tanto. Ha dato tutto. Non gli si può chiedere di più, davvero. Ha portato ancora la band in tour, dopo averle ridato vita. Ha sorretto, da solo, tutto lo spettacolo. Il suono degli AC/DC è la sua chitarra. Altre band hanno vari chitarristi che sorreggono e sostengono il leader. Lui no, e da quando il fratello se ne è andato, tutto è nelle sue dita. Per questo ha meritato l’ovazione finale. Eterno, davvero. Anche se va detta per onestà: è molto più statico di anni fa; deve dosare le forze, e muoversi meno sul palco. In ogni caso, io ero stanco di stare in piedi a guardarlo, e ho 47 anni. Lui, con 69 anni sulle spalle, ha suonato per oltre due ore, con una diavoletto al collo, muovendosi comunque avanti e indietro sul palco. Gigante, sempre e comunque.

Un’ultima nota. Credo non sia sfuggito a molti il fatto che Brian e Angus si siano scambiati molti sguardi. Si siano toccati, affiancati; abbiano sorriso e si siano cercati. C’era una vera gioia nell’essere ancora su quel palco insieme, e ci sarà senza dubbio alcuno anche nelle altre date. Questa è una nota che mi ha fatto piacere, al netto di tutto quello che si è detto sopra.

Insomma, si sono divertiti, e ci hanno fatto divertire. Forse per l’ultima volta, e un poco lo spero, pur con rammarico. Non tanto perché sotto qui cappelli ci sono due persone che accusano gli anni, ma perché penso sempre a chi, oggi, possa essere in grado di costruire una storia così, fatta di sintonia, gioia, suono potente, e capace di muovere oltre 100 mila persone dopo 50 anni.
Lunga ed eterna vita, e per sempre, sull’autostrada dell’Inferno. We salute you.

Articolo e foto di Luca Cremonesi

Set list AC DC Reggio Emilia 25 maggio 2024

  1. If You Want Blood (You’ve Got It)
  2. Back in Black
  3. Demon Fire
  4. Shot Down in Flames
  5. Thunderstruck
  6. Have a Drink on Me
  7. Hells Bells
  8. Shot in the Dark
  9. Stiff Upper Lip
  10. Shoot to Thrill
  11. Sin City
  12. Rock ‘n’ Roll Train
  13. Dirty Deeds Done Dirt Cheap
  14. High Voltage
  15. Riff Raff
  16. You Shook Me All Night Long
  17. Highway to Hell
  18. Whole Lotta Rosie
  19. Let There Be Rock
  20. T.N.T.
  21. For Those About to Rock (We Salute You)
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