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Giorgio Cordini e Dori Ghezzi live Chiari

Prima dell’omaggio a Faber, Massimo Cotto e Omar Pedrini hanno presentato il volume “Il Rock di padre in figlio”

La Microeditoria di Chiari (BS), una tre giorni dedicata ai piccoli e medi editori, ha visto sabato 4 novembre due eventi davvero particolari. Sul palco della tenda che ospitava le presentazioni dei libri, c’erano Dori Ghezzi con Giorgio Cordini, chitarrista di Fabrizio De André. I due hanno ricordato la figura del grande cantautore, con un mini concerto, suonato da Cordini, chitarrista dell’ultima tournée di Faber, e alcuni aneddoti contenuti anche nel volume “Lui, Io, Noi” (Einaudi), scritto dalla Ghezzi con Giordano Meacci e Francesca Serafini.

Prima di questo evento, però, Massimo Cotto con Omar Pedrini hanno presentato il volume “Il Rock di padre in figlio” (Ediz. Gallucci), testo uscito il giorno prima, ultima fatica del noto giornalista e scrittore. Un libro molto interessante, come hanno saputo spiegare Cotto e Pedrini, perché nasce dall’esigenza di rispondere ad alcune domande che, entrambi, in quanto padri, si trovano ad affrontare con i propri figli. In primis – come spiega Cotto nella prefazione Che tipo di lavoro faccio. Mio figlio a scuola ha detto questa frase, molto interessante: mio padre parla alla radio. Trovo che sia una bella definizione.

Da qui parte la discussione fra i due amici, il racconto di come è nato il saggio, e il viaggio che si affronta nel libro. Ciò di cui si parla è, oggi, davvero la questione delle questioni: il Rock ha ancora senso? Resta una musica capace di fare la differenza? La risposta, da quanto spiegato da Cotto e Pedrini, non è facile e immediata. Il Rock per la nostra generazione ha rappresentato la libertà. Non tanto la contestazione, perché quella è sempre contro qualcosa. Il Rock era la libertà. Oggi è difficile far capire questo alle nuove generazioni, hanno spiegato, in sintesi, Cotto e Pedrini. Una verità scomoda, che anche altri hanno affrontato, in modo incisivo, come nel volume di Daniele Funaro dal titolo “But we’re not the same” (la nostra recensione).

Così, fra aneddoti legati ai grandi nomi intervistati da Cotto, e storie di Rock ’n Roll – molto bello il racconto che il giornalista ha condiviso, con il pubblico, con protagonisti Jim Morrison e Robert Plant – i due hanno anche sottolineato che le canzoni hanno bisogno sempre della musica. È una forma d’arte, come ricorda Springsteen, che in tre minuti ti cambia la vita. Oggi le cose funzionano in modo diverso, sotto tanti aspetti. Gli artisti durano poco; spesso non producono neppure un supporto fisico della loro arte. Tutto questo ha profondamente cambiato il modo di fruire la musica. Ciò che però non è mutato, hanno ricordato alla fine Pedrini e Cotto, è la forza dirompente che una canzone riesce ad avere. Per questo il Rock ti sorregge quando hai bisogno, è complice, compagno di viaggio, scrive Cotto nella presentazione del volume.

Finito l’incontro, questa è la sensazione: essere fra i sopravvissuti di un grande naufragio. Le macerie sono evidenti, tutti le riconoscono, anche Cotto, che afferma senza mezzi termini che ci sono dei concorsi di colpa, come ad esempio quelli delle radio, dimensione dove passa solo certa musica. Sempre il giornalista ricorda, in chiusura, che la musica va cercata – e noi lo sosteniamo da tempo, quindi siamo in piena sintonia, ed è per questo che, in un piovoso pomeriggio di novembre, siamo venuti fin qui – perché si muove e vive sempre in altri circuiti.

Non possiamo che essere in pieno accordo con lui, è proprio da questi fiumi sotterranei che la speranza è l’ultima a morire. È chiaro, infine, il messaggio che i due hanno lanciato, e che viene declinato nei 25 capitoli che formano questo volume: il Rock oggi non è morto, ma non rappresenta più quella libertà che, per alcune generazioni, è stato capace di interpretare e incarnare. Ne deriva, e questa conseguenza la tiriamo noi che abbiamo ascoltato con attenzione tutto l’incontro, che il Rock sia oggi un linguaggio minoritario. Senza dubbio questa è la sua forza, perché tutto ciò che è minoritario, a un certo punto sbuca, emerge, esplode. Serve tempo. Cotto ipotizza 25 anni, come lasso temporale necessario per capire se e come un artista sia tale. Non resta che credergli, e attendere, muovendoci, di questi tempi, nei fiumi sotterranei, anche leggendo storie come quella raccontata da Cotto: un figlio al quale narrare non le classiche favole, ma la storia del Rock, e di quello che ha rappresentato.

A tal proposito, come insegna anche il buon Clint Eastwood in “Gran Torino”, l’incontro che è venuto dopo ha funzionato come naturale evoluzione di quanto discusso. Giorgio Cordini sceglie di accompagnare Dori Ghezzi, compagna nella vita di Fabrizio De André, con una selezioni particolare di suoi brani. Sette in tutto, e solo due grandi classici, quali “Il pescatore” e “Bocca di rosa”. Il resto sono spaccati che sorreggono il racconto di Dori Ghezzi. A fare da sfondo, poi, non una band, ma la pioggia, che sembra cullare i suoni della chitarra di Cordini.

Oggi tanti conoscono le canzoni di De André forse perché i padri e le madri le ascoltano in casa. Questo è un bene, sotto tutti i punti di vista, commenta la Ghezzi che risponde a una domanda intrigante, tanto quanto vera. I giovani, oggi, sanno le canzoni di Faber, ma non riconoscono idoli che, un tempo, erano universali, spiega l’intervistatore nel lanciare la domanda alla Ghezzi. Viene così normale collegare la riflessione di Cotto e quella di Dori Ghezzi. Il testimone è fondamentale, ma serve anche saperlo passare in modo corretto. Ed è necessario anche riuscire a metterlo nella mani giuste.

Il taglio netto rappresentato dalla musica commerciale, di flusso e di consumo prodotta in questi anni, ha portato alla creazione di un mondo dove non c’è più nessun legame con il passato. Se fino a qualche anno fa si poteva parlare di canzoni universali, del tipo, vado a braccio, “La cura”, “Albachiara”, “29 Settembre”, “Dio è morto”, “4 Marzo 1943”, “Generale”, “Diamante”, “Azzurro”, e tante altre, e allo stesso tempo di canzoni generazionali, e anche qui l’elenco sarebbe lungo, da “Un figlio dei fiori non pensa al domani” fino a “Siamo solo noi”, per arrivare a “Senza vento”, oggi tutto questo appare senza senso, decontestualizzato, privo di valore. Se queste canzoni non sono solo conosciute, ma neppure riconosciute, allora sono destinate a essere prive di ogni valore. Così il passaggio di testimone è ciò che è necessario, ma che oggi è venuto meno, prima ancora delle belle canzoni o, come affermava Cotto, della forma di libertà espressa dal Rock.

Dori Ghezzi, con il suo lavoro, ha portato avanti un’eredità importante, tenendo ben saldo il testimone, come in una staffetta. Oggi può affermare serenamente, e ne sono rimasto stupito, che l’anno prossimo saranno 25 anni senza Fabrizio, ma io dico che sono stati 25 anni con Fabrizio, perché lui è ancora ben presente, con le sue parole, la sua musica e le sue canzoni. Questo vuol dire che il testimone è stato passato, messo in mani valide, e fatto circolare. La Fondazione De André, ma anche i suoi musicisti, come Cordini, che fanno rivivere le sue canzoni, e non solo quelle più famose. Credo che “Il suonatore Jones” sia il brano che più lo rappresenta, afferma Cordini. Per Ghezzi, invece, c’è una canzone che non si può spezzare, ed è “Preghiera in gennaio”, io voglio sempre che venga eseguita tutta, non tagliata. Due brani non troppo noti, ma che contengono l’essenza della spiritualità e della ricerca per dare voce alle anime salve, e cioè quelli che, banalmente, tutti definiamo gli ultimi. Fabrizio amava parlare con le persone. Era l’ultimo ad andare via dai concerti, si fermava con tutti quelli che lo volevano salutare. Sapeva ascoltare, e faceva i concerti anche per poter incontrare tutti voi, dialogare e ascoltare.

In queste parole c’è il senso dei due incontri ai quali abbiamo assistito. Ascoltare, ma anche saper passare un testimone, e cioè non stare dalla parte dei vincitori, di chi detta le regole di un mondo ormai votato al consumo, ma saper raccontare, con libri o con le semplici canzoni, quello che la musica, un tempo, era ed è stata: un’arte, e cioè un modo di spiegare, capire, interpretare e guardare il mondo. E anche ciò con cui sognare di cambiarlo…

Articolo di Luca Cremonesi, foto di Roberto Fontana

Setlist Giorgio Cordini e Dori Ghezzi 4 novembre 2023 Chiari (BS)

  1. La canzone dell’amore perduto
  2. Ho visto Nina volare
  3. La città vecchia
  4. Preghiera in gennaio
  5. Il suonatore Jones
  6. Il pescatore
  7. Bocca di rosa
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