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Lou Marini live Verona

Il Blues nell’anima

Gli eroi sono tutti giovani e belli, è cosa nota. I miti, invece, invecchiano e portano con se un’aurea magica. Sempre e comunque. Quando Lou Marini, sax dei Blues Brothers, e non va dimenticato che ha suonato con Frank Zappa, Rolling Stones, Stevie Wonder, Eric Clapton, Bill Evans, e tanti altri – ma c’è da fermarsi perché arriva la vertigine solo a leggere il lungo elenco di collaborazioni, nelle schede dedicate al Nostro – esce sul palco del Giardino di Lugagnano di Sona (VR) per il live del 20 febbraio 2024, non per suonare, ma solo per appoggiare un foglio sul leggio, tutto appare di colpo trasfigurato. La sua presenza è reale, così reale che vederlo in tutta la sua tranquillità di persona semplice, che sistema il suo palco, e saluta con un sorriso il pubblico, cattura subito l’immaginario.

La scena del film, dove suona e danza sulle lavatrici; le presentazioni nei dischi live, quando viene annunciato come “Blue Lou”, e tutto il resto che porta addosso questo 78enne magro, capello lungo, baffo non vistoso, con un abito anonimo, sono proprio lì davanti a tutti noi, a pochi centimetri. Non so se le parole possano spiegare l’emozione, quella di veder da vicino un autentico mito d’Oltreoceano; un uomo che ha fatto parte della storia della musica, quella vera, quella con la maiuscola.

Al Giardino succede anche questo, grazie ad una serata imbastita all’improvviso, complice uno show saltato in Romagna. Il locale è gremito in ogni ordine di posto. Così la prima fila è davvero addosso, letteralmente, al leggìo di Marini. Ed ecco perché ce lo troviamo a pochi centimetri da noi, mentre traffica con la sua attrezzatura: due sax, un flauto traverso, un leggìo con qualche foglio, fra i quali la scaletta, scritta con una grafia sottile, filiforme.

Il clima speciale lo percepisce anche lui e, in una pausa, ci confessa che mi piace suonare nei grandi teatri, ma queste serate sono quelle che noi musicisti preferiamo. E indica con la mano sospesa noi, quelli delle prime file, e poi tutto il locale, che esplode in un lungo applauso. Siamo tutti increduli, ma “Blue Lou” è davvero qui, in carne ed ossa, e con tutto il fiato che i suoi polmoni sanno ancora produrre e spingere nei suoi sax. Uno spettacolo fatto di standard, di pezzi originali e di omaggi. Il tutto senza cercare il pelo nell’uovo; senza rincorrere il virtuosismo fine a se stesso, e senza cercare di essere il contrario di ciò che si è. In altre parole, non fugge il mito, senza però diventarne schiavo, ed esserne macchietta.

Lou Marini si è presentato semplicemente in tutta la sua grandezza, che ha saputo fra coincidere però con tuta la sua semplicità. Questa la magica alchimia che ha regalato il concerto di Lugagnano. Da quando esce a sistemare un foglio sul leggio, e saluta come fosse un qualsiasi tecnico che osserva se il palco sia pronto per lo spettacolo, alla fine, quando, ad ognuno dei presenti, si concederà per foto, autografi e saluti, Marini non ha mai smesso per un secondo di essere sereno, tranquillo in pace con il mondo, e con i suoi fans. Gigante fra i grandi; umano fra il pubblico.

A prima vista ricorda Nino Manfredi, con lo stesso sorriso, leggermente spostato a sinistra. Quando torna sul palco per dare il via alla serata, lo fa con una semplice giacca nera, e una t-shirt con la scritta SPQR. Entra con i suoi musicisti, alla pari. Nessuna passerella. Nessun divismo. La differenza non la fa il vestito, ma quello che si suona.

Prende in mano il sax, saluta senza tanti orpelli. Condivide gli applausi con i compagni di palco, e via a spingere aria nel suo ottone. Si capisce subito che è un professionista, anche se non serviva la conferma, ma è stato bello averla in diretta. Allo stesso tempo, fa capire subito di avere il Blues nell’anima. Questo il prezzo da pagare per essere adepti del grande genere musicale fondativo. Serve lasciarsi possedere; diventare il suono che si produce e che si crea. Anche il corpo deve adattarsi. Gli anni devono sparire; al voce, il fiato e il fisico devono reggere il tributo che si deve pagare al Blues. Marini lo farà, senza spendere una goccia di sudore. Unico gesto molto umano della serata: si toglie la giacca, quando, forse, comincia ad avere caldo. Per il resto, sarà musica, musica, senza tante soste e chiacchiere.

Con lui, sul palco, Gianluca Di Ienno, alle tastiere e organo; Alessandro Chiappetta, alla chitarra, e il capomastro Enzo Zirilli, alla batteria. Proprio quest’ultimo svelerà come è nata tale collaborazione. Da tempo suono negli Stati Uniti. Qui ho conosciuto e suonato con i miei idoli. Con alcuni di questi ho poi avuto la fortuna di fare tour e concerti. Una sera, in un locale, Lou ci ha sentito. A quel punto terminato lo show, ci ha avvicinato e ci siamo conosciuti. Dopo alcuni anni, e con la pausa imposta dal Covid, siamo qui per alcune date in Italia.

Amicizia, stima e professionismo: il tutto condensato in quattro musicisti che, accompagnati da un tecnico del suono che consente di sentire tutto il concerto in modo perfetto, regalano forti emozioni ad un pubblico esigente, che è giunto lì proprio per provarne.

Alla fine, terminato lo spettacolo, il parere sarà unanime: è stata una serata, e un’esibizione, di splendida grazia. Elevazione, nel senso di capacità di portare l’ascoltatore fuori dal tempo, per un’immersione completa in un mood a matrice blues, dove il sax e il flauto traverso sono stati protagonisti assoluti.

Se sulle qualità di Marini nessuno aveva dubbi, ciò che ha colpito tutti è stata anche la qualità dei tre compagni di palco. Alla vista, infatti, la band sembrava troppo tranquilla e rilassata per essere un motore blues. Prima dello spettacolo, lo confesso, ero convinto che avrebbero fatto da sottofondo, con l’esibizione del sax in primo piano. Mi sbaglierò, e ne sono stato molto felice. Perché i fatti diranno il contrario, dimostrando come l’abito non faccia mai il monaco, e l’apparenza inganni, sempre. I tre musicisti italiani sono stati i complici ideali per dare risalto a Marini. In sintesi: abbiamo ascoltato una band, non di certo un solista.

I tre non esondano, restano al loro posto, ma costruiscono trame sonore di grande impatto. Soprattutto la batteria, il motore vero di questo team. La chitarra di Chiappetta, poi, sa sfruttare al meglio gli spazi che gli vengono lasciati. Non si pensi ad un gesto caritatevole. Marini si mette alla pari dei suoi compagni di palco. Quando non suona, apre spazi per i suoi musicisti che sanno dare corpo ad una scaletta che darà soddisfazioni, e metterà in risalto tutti i componenti della band.

Il risultato è una amalgama in perfetto equilibrio. Nessuno strumento, come nessuna personalità, emergeranno in modo dirompente. I suoni si sono fusi insieme, in modo armonico, e se non fosse per le interruzioni dettate dalla scaletta, composta da 11 pezzi, l’esperienza sarebbe quella di una totale immersione; un suono unico che, con sapienza, parte dal blues, e arriva ad un lento finale che chiude il cerchio, e riporta tutti nella realtà.

L’apertura non può che essere legata ai Blues Brothers, poi il resto della serata sarà un giro fra varie sonorità, passando anche per Madrid, città di mia moglie, che ha ispirato “El Pelélé”, fino alla chiusura affidata a “Sweet Home Chicago”, ancora parte del repertorio dei Blues Brothers. Il bis è “The Last Shade of Blue Before Black”, che diventa per l’occasione un brano delicato, eseguito con flauto e tappeto di piatti, con un leggere sottofondo di organo e chitarra. Una giusta chiusura per un concerto che ha saputo emozionare a 360°.

Articolo di Luca Cremonesi, foto di Roberto Fontana

Set list Lou Marini Verona 20 febbraio 2024

  1. I Can’t Turn You Loose
  2. Cat’s Paws
  3. Ma perché
  4. El Pelélé
  5. Blue Dreams
  6. Whirl Why Blues
  7. Starmarker
  8. On the verge
  9. Blu Halloween
  10. Sweet Home Chicago
  11. The Last Shade of Blue Before Black
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