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Naska live Milano

Il cantore pop punk della Generazione Z infiamma e emoziona il Fabrique nella seconda data sold-out

Prima di introdurvi la recensione del live di Naska al Fabrique di Milano devo sbloccarvi Naska. Sapete chi è? No, perché siete boomer e Gen X, e non siete su TikTok. Ma io ho un figlio, e lo ascolto, e un giorno mi ha fatto cercare su Spotify un suo brano e da allora non l’ho più lasciato. Sì, è una recensione di parte, sono un fan, ma vi spiego perché dovreste esserlo anche voi.

Chi è della nostra generazione di solito reagisce a Naska, al secolo Diego Caterbetti, con il “solito” (vedi Maneskin) niente di nuovo, roba già sentita, spudoratamente copiato, già il Pop Punk non era Punk, questo è tutto riciclo. È la condanna ai ragazzi di queste generazioni, che come tutte le band prima di loro hanno attinto al repertorio di riferimento, ma questa è la prima generazione che ha dei vecchi a giudicarli che sanno di cosa parlano. I genitori dei Led Zeppelin non avevano idea delle fonti da cui i Led Zeppelin hanno copiato. Noi invece conosciamo a memoria tutto il vocabolario e stiamo al balcone come i vecchi del Muppet Show, citazione che la loro generazione non coglie, a giocare a trova le differenze. Ma il Rock non è questo: il Rock è buttarsi a testa bassa, sbattersene le palle, copiare, non ricordarsi da dove si è copiato perché si è troppo fatti, tutto in nome di un’attitudine e di un’emozione da far vivere e da trasmettere al tuo pubblico.

Ed è per questo che Naska ha violentemente svegliato l’adolescente che era in me: ha creato un suo immaginario, un suo mondo come Vasco o Ligabue avevano fatto, uno più reale e l’altro no; e il mondo che ha costruito sta in piedi, miracolosamente, fra autolesionismi Emo e iconoclastia Punk, e quando sei dentro sei Punk anche tu, che tu ti accorga o meno di quanto quel brano somiglia a quell’altro. Insomma, Naska in salotto con un brandy a ricercare le innovazioni armoniche, anche no; Naska live, a una festa, o in auto mentre schiacci in autostrada, invece sì, tutta la vita.

Per i pignoli genre-nazi uso la parola Punk in senso allargato, post anni Duemila, mainstream, di stile o attitudine di vita, a seconda che siate interessati al devasto o solo alla musica, non certo filologico e storico, per quanto anche quello storico fosse alla fine stato trasformato in un grande fake. Il problema di Naska è se le generazioni attuali sono ancora interessate a sentirsi Punk, o vogliono solo nenie cantate da teppistelli che usano la galera come evento promozionale e ispirano chill stordito e non adrenalina da pogo. Ma a giudicare dall’età del pubblico e dall’odore di ormoni abbiamo qualche speranza. Ho letto nelle recensioni del concerto precedente che c’erano diverse generazioni; io da qui nel parterre ne vedo e ne sento solo una, la generazione Z, e quindi sospendete il giudizio perché Naska non è per noi, ma per loro. Probabilmente, escluso Wando, sono il più vecchio in sala. Non sapete chi è Wando? Fatevi una Naska-cultura! Entrate con me nella stanza di Naska.

Una divertente introduzione video sul maxischermo, aperta da una grafica Naska – Century Fox, ci presenta immediatamente il personaggio che si sveglia in hangover cinque minuti prima del concerto nel suo letto, circondato da più o meno improbabili compagnie femminili per arrivare correndo in accappatoio per strada come un Blink 182 fino al backstage, e apparire poi live sul palco fra esplosioni di luce con la sua “Pronto Soccorso”. Dovete sapere che dal primo Non dormo quando penso a te all’ultimo Se mi lasci da solo bevo tutto e finisco / Al Pronto Soccorso sbronzo coi dottori / A parlare di te questo pubblico canta tutte le canzoni, come d’uso ormai, e in questo caso accompagna in questo inno il Naska sottone che è una delle sue incarnazioni più emotivamente esposte. Se questo artista ha qualcosa, è il senso dei ritornelli cantabili perché praticamente in ogni canzone Diego ha il supporto del coro che aiuta la sua voce messa a dura prova già da subito forse anche dalla data del giorno precedente. Ciao Milano e Porca troia sono le prime 4 parole rivolte a questo fedele pubblico ed è chiaro quanta sia la felicità dell’artista marchigiano per il secondo sold-out al Fabrique che è uno spazio da più di tremila persone, il più grande a Milano prima del Forum.

Subito dopo si lancia in “Mai come gli altri”, saltando per il palco senza risparmiarsi, un brano Rock che dietro l’energia delle chitarre e della batteria nasconde un’armonia cantautoriale e uno dei testi più toccanti dell’ultimo album “La mia stanza”:  il cavaliere Punk arrabbiato che ti porta via con lui da quel coglione che non ti ha mai detto quanto sei bella, che si fotta, nasconde abbastanza sensibilità da sapere quanto fa bene saper dire a una ragazza che con le calze rotte, spettinata / per me eri già perfetta per arrivare al ritornello i cui maglioni bucati da mettere in valigia sono metonimia di un amore che è cura dalla malattia dell’immagine di sé, di cui questa generazione soffre pesantemente. Capisco per empatia le ragazze che ti seguono, Diego. Segue uno dei brani simbolo di questo artista, “Fare schifo (con me)”, che è il manifesto programmatico di Naska e di chi pensa che allo schifo non c’è soluzione, e meglio fare schifo che essere ipocriti e non essere ricordati neanche per questo. Vieni a fare schifo con Naska!

Un appunto che prima o poi va fatto, e facciamolo in questo contesto autodenigratorio, è che Diego non è sempre precisissimo con la voce, ma glie lo si perdona perché ha buttato via l’autotune della prima ora, e sopperisce con l’autenticità alla precisione cristallina che del resto nessun cantante veramente Punk ha mai avuto. La voce sembra già quasi andata ma come una silhouette su un muro di luci rettangolari bianche Naska si lancia letteralmente in un altro brano iconico del repertorio diventato virale su TikTok: “7 su 7”. Ancora più ideologico del precedente, questo irresistibile inno Pop Punk cantabile come una nenia infantile, nella migliore tradizione di questo genere, è la dichiarazione di intenti dei giovani di oggi che di fronte a un futuro che non vedono vogliono fare del sesso quello che vogliono, e soprattutto quanto vogliono, sette su sette, appunto. Scopiamo e non facciamo l’amore.

Volano reggiseni e Diego ci chiede se siamo presi bene, perché sa che per tutta la sera come dichiarerà più tardi ci farà altalenare fra il presobenismo e il presomalismo estraendo, dopo pogabili stomper, liriche intime o emozionali come la seguente “Polly”, storia simbolica di chi perde la strada inseguendo i valori sbagliati come la fama facile nell’era social, ed è singolare che a raccontarlo ai nostri figli sia un cantante che dovrebbe essere maledetto per definizione ma che paradossalmente rivela quanto invece è Punk oggi essere un ragazzo cresciuto fuori dalla metropoli e saper vedere certi eccessi con distacco.

Questo brano molto popolare nella fan base del cantante è uno di quelli che mettono in mostra la capacità di raccontare storie e fa capire che siamo davanti a qualcosa di più del revival del Pop Punk. C’è da dire infatti che classificare Naska come uno dei protagonisti del recente revival Pop Punk è riduttivo, perché altri artisti di questa wave sono a mio giudizio più monotematici e non hanno creato un immaginario così variegato che va dall’ironia allo humour, dal tagliavenismo allo spaccamondismo, dalla trasgressione ai sani valori degli affetti. Per questo Naska trova un posto nella musica d’autore italiana senza avere ancora il peso di un Rino Gaetano Punk dei nostri tempi, ma con il potenziale per diventarlo.

Lo spettacolo è ben rodato dopo un’estate in tour e va avanti liscio come uno stream di Spotify anche se lo spettacolo di luci e pirotecnico e la vitalità del protagonista e della band trasmettono le vibrazioni del live, e ci porta attraverso “Fine Settembre”, hit post-estiva della versione De Luxe de “La mia stanza” alla presentazione dei primi ospiti, per la gioia dei Millennial presenti in sala: i Finley che dopo aver eseguito la scatenata “Porno” si fermano con Naska preoccupato per una ragazza che pare stare male. In modo molto responsabile viene chiesto al pubblico di fare spazio prima di rendersi conto che Ah, ma ha sboccato! Che non è piacevole, specie per i vicini, ma non è neanche drammatico come qualcosa di peggio, e la collaborazione può continuare con “Diventerai una star”. 

Ringraziati i Finley, che forse dovrebbero ringraziare Naska per essere stati esposti dal dimenticatoio in cui erano alla nuova generazione, fra cambi d’abito si cambia anche set up degli strumenti, perché spuntano le chitarre acustiche e un violoncello per un set acustico che va da “Rebel”, dedicata alla sorella, dal ritornello che strappa lacrime come un finale di Michael Bay a chiunque abbia mai avuto un legame parentale, a “California”, brano della produzione precedente e depressa presa di coscienza di un momento urbano post trauma emotivo ed escapista.

L’amata e ormai classica “Cattiva” a seguito di un sondaggio social che ha preceduto il concerto viene proposta nella versione originale acustica. Tutto il pubblico canta senza fermarsi e forse anche senza sapere tutte le parole per tutta la durata del concerto e non fa eccezione per un’altra dichiarazione di amore disfunzionale, “O mi uccidi”, dalla De Luxe dell’album “Rebel”, una ballata Emo in tempo ternario da cantare in coro nel la definitiva denuncia emotiva contro il concetto di friendzone. Il pubblico sembra una grande famiglia e pochi sembrano appassionati di musica venuti a sentire uno spettacolo che non conoscono. Il numero seguente è una cover di “Baby One More Time” di Britney Spears, in cui Naska sfoggia un kilt e si mostra consapevole, indugiando nel paragone, di quello che rappresenta per una parte di questa famiglia, soprattutto quella femminile o orientata, cioè un sex symbol come si diceva in passato. Non si può negare che l’apparenza faccia il suo lavoro nel carisma di questo cantautore.

Malgrado i cambi di outfit, atti anche a promuovere il merchandising di proprietà, fonte di guadagni necessaria nella situazione attuale del mercato musicale, il ragazzo sembra più interessato a fare una buona esecuzione che a esagerare, e “Mi spezzerai il cuore” fa riemergere la personalità sottona in un canto corale in cui coinvolge il pubblico come componente integrante dello spettacolo. Succede anche quando fa alzare il dito medio a tutti per introdurre un altro classico Naskiano, “Vaffanculo per sempre”, che malgrado il titolo non è una dichiarazione iconoclasta, ma la cronaca amara di una relazione finita pescando ancora una volta nel variegato intimo di questo artista che mette a nudo senza paura veicolandole come spavalderia Punk le emozioni spesso delicate di una personalità fragile.

Un altro livello interiore di questo Punkabbestia prodigo, il solido senso della famiglia, viene fuori nella musicalmente non originalissima “Non ditelo ai miei”, dai Diego “Scotty Doesn’t Know”, che è peraltro un altro standard del repertorio, quando sposta dal brano citato la narrazione su un tema tutto italiano di legame con i genitori, che nel Pop Punk americano e originale sono tutt’al più MILF di cui innamorarsi come la mamma di Stacy, mentre sono qua figure che fanno parte e infine danno la loro benedizione sulla condotta del giovane Punk, perché i genitori a cui non deve essere detto che ha venduto l’oro a casa per le droghe e i festini sono in realtà presenti e orgogliosi sul palchetto-balconcino del locale.

Lo sbocco più volte citato nelle canzoni sembra essere un tema ricorrente anche nel pubblico e l’artista invita a mandare gli scontrini della lavanderia a Thamsanqa, la casa discografica per la quale vale la pena spendere qualche riga, perché ha un modello industriale innovativo attentissimo ai social, alla reputazione e a tutto quello che oggi va a comporre a 360 gradi il successo di un artista, e soprattutto appare come una vera e propria famiglia senza essere meno seria. Evidentemente la loro strategia funziona per questo artista che è cresciuto malgrado un posizionamento tutt’altro che mainstream. Sempre il senso di colpa latente per non essere il bravo ragazzo che dovrebbe ha ispirato “Mamma non mi parla” perché sono fatto da una settimana e metto storie su Instagram con in mano una canna, che viene eseguita con una voce che ha dato tutto ma malgrado questo non indulge all’autotune presente invece nella registrazione in studio. Comunque, una mamma di Naska poco credibile in parrucca bionda arriva sul palco ad avvertirci di non fare come lui. Sono fan ma non conosco abbastanza bene il Naska world da sapervi dire chi è.

Una intro a basso volume anticipa il riff un po’ Sumfortiuaniano di “Schiena dritta”, che viene poi saltata e cantata da tutto il pubblico nel ritornello anche qui lirico e magnetico. La conta degli sbocchi è ormai il tormentone della serata ma è anche momento di regali, sul palco arriva un pacchetto che se non ho capito male contiene dei calzini anche se Diego sperava in droga, come dichiara. Anche se nessuno si è fatto “Male”, con questa frase Naska introduce il seguente brano che mette in versi il male masochistico di vivere che ogni persona fragile ha provato almeno una volta nel preferire la sofferenza all’assenza di interesse totale da parte di chi amiamo. Carlo, il chitarrista che poi ci verrà presentato, pianta in questo e in altri brani dei sonori assoli, assenti a mia memoria nelle versioni in studio, confermando se era necessario che ci troviamo ad un concerto Rock e non a uno show di basi e autotune a cui ci stanno abituando le leve attuali del Pop.

Infatti dopo aver accoltellato emotivamente l’adolescente che è in noi, Diego affonda e finisce anche il figlio, o il padre, che siamo, con “Wando”, canzone dedicata al padre che per sua stessa ammissione è difficile cantare senza emozione anche per lui, perché attraverso la musica Diego ha trasmesso quello che non riesce a dire a parole. Alla mia età, con figli, e genitori anziani, non so se piango di più come padre o come figlio ma voglio darvi questo dato autobiografico perché è parte dell’effetto Naska. Lui lo sa bene e ci rassicura niente più prese male, ci fa pogare e piangere, ma ora si salta con “La mia stanza”.

Confermo, Diego è un ragazzo contento di cantare le sue canzoni davanti a una platea di tremila persone che le conosce a memoria. Fiammate sul palco! Non siamo ancora come i Kiss ma ci avvicineremo. “Fuori controllo” viene cantata pare da sobrio (fatemi arrivare sobrio fino alla fine) anche se la stage-persona del testo è tutto l’opposto, e l’urlo selvaggio dell’incisione arriva alla fine ma è più controllato, mentre moderatamente fuori controllo è il pubblico, devo dire sempre partecipe e disciplinato fino ai momenti di mosh pit mai preoccupanti, che canta e salta anche su uno dei citati assoli del set.

La band viene presentata, il più bello Carlo Capobianco alla chitarra, l’instancabile motore Travis de noantri Giovanni Cattaneo alla batteria, Michele “Cigno” Fantoni al basso e il cupo Andrea Evangelista alla chitarra, e si lancia in “Fottuto sabato”, party-song la cui esecuzione sarà da ricordare fino al prossimo coma etilico, dice Diego. Il prossimo ospite, dice lui, io faccio solo cronaca, è il cazzo che me ne frega di tutti gli accolli che arrivano dalla bimba di turno che vive di problemi superficiali e banali. Non riceve le attenzioni della sensibilità esistenziale del poeta maledetto che chiosa quindi nel titolo e nel ritornello il suo interesse: “Non me ne frega un cazzo”. Personalmente ritengo questo il brano chiave del repertorio party Naskiano. L’energia sprigionata viene celebrata con un gin tonic che finalmente arriva a intaccare? Rabboccare? Il tasso alcolico prima di introdurre l’unico featuring ufficiale dell’album ed eseguire “Tranquillo mai” con Madman.

Si torna a piangere con “A nessuno”, sempre a giudizio mio la hit presomalista del repertorio, anche se questa esecuzione è più arrabbiata che Emo. Il pubblico non è qua per applaudire ma per fare parte della musica, questo è chiaro. “Horror”, altra canzone il cui tema risuona nei cuori di molte persone della sala, è un piccolo capolavoro autoriale di rappresentazione di vita, quel momento della relazione in cui sai che andare avanti farà finire male la storia anche se tutto quello che vorresti è che non fosse così. Altra informazione autobiografica, Naska ci assicura che a puttane non è mai andato, buono a sapersi che questo bravo ragazzo non incentivi quel mercato irregolare e l’evasione fiscale, dopo di che c’è lo spoiler direi di un inedito, uno shuffle anni Cinquanta che potrebbe essere il retro di un 45 giri ideale con “A testa in giù” come traccia principale.

Altro inno della Naska people è “Punkabbestia”, che contiene il resto del manifesto programmatico di chi non è Punk nei comportamenti a-sociali (io non c’ho la cresta) ma lo è nell’anima. No future grida il pubblico citando i Sex Pistols citati da Naska che porta tatuata sul corpo questa lezione di vita nichilista ma anche quasi buddista, nell’invito a concentrare l’attenzione sul presente. La canzone è eseguita per fortuna con un abbigliamento consono e non nudo in mezzo a un gregge di pecore come nel video ufficiale, anche se nel gregge di persone stavolta Naska scende e si fa pure male, completando la quintessenza del concerto Rock e Punk, ma niente di abbastanza grave da fermarlo in un momento a cui tiene molto: il ringraziamento al suo pubblico per averlo portato fin qua, e oltre, perché sui megaschermi appare la grafica della prossima data, che finalmente celebra questo artista e la sua band al Forum il 7 dicembre.

Il bis già incluso in scaletta è una seconda esecuzione più libera di “Mai come gli altri”, e dopo due ore di musica, con il saluto che coincide con quello iniziale, un elegante porca troia e ci vediamo al Forum, Naska ci lascia alle nostre vite che anche con differenze di età ed esperienze si intrecciano a volte fin troppo profondamente con gli scenari da lui cantati, e dico troppo per non essere colti alla sprovvista da una locomotiva emotiva, ma non troppo per quello che un artista deve e dovrebbe comunicare. E Naska è un artista.

Articolo di Nicola Rovetta, foto di Michele Arduini

Set list Naska Milano 30 novembre 2023

  1. Pronto soccorso
  2. Mai come gli altri
  3. Schifo con me
  4. 7 su 7
  5. Polly
  6. Fine settembre
  7. Porno con Finley
  8. Diventerai una star con Finley
  9. Rebel
  10. California
  11. Cattiva
  12. O mi ami o mi uccidi
  13. Mi spezzerai il cuore
  14. Vaffanculo per sempre
  15. Non ditelo ai miei
  16. Mamma non mi parla
  17. Schiena dritta
  18. Male
  19. Wando
  20. La mia stanza
  21. Fuori controllo
  22. Fottuto sabato
  23. Non me ne frega un cazzo
  24. Tranquillo mai con Madman
  25. A nessuno
  26. Horror
  27. Inedito
  28. Punkabbestia
  29. Mai come gli altri bis
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