Il 27 febbraio al Santomato Live di Pistoia è tornato Omar Pedrini, legato a questo accogliente e bel locale, uno dei migliori della Toscana. Accompagnato da Marco Montanari alle chitarre e da Davide Apollo alla seconda voce, è stata una data “off” da qualsiasi tour, un regalo al suo affezionato pubblico locale, ma non solo, poiché in sala erano presenti persone da fuori regione, un concerto elettro-acustico che lo vedrà impegnato per ben oltre due ore, cosa inaspettata da lui negli ultimi tempi per le ragioni che ben conosciamo.


La scaletta della serata spazia su tutta la sua carriera, solista e con i Timoria, arricchita da racconti, aneddoti, e vere e proprie conversazioni con il pubblico. Qualcuno subito esordisce Sei la storia del Rock, cazzo! E già Omar sorride, e sorriderà per tutta la serata. Imbraccia la sua Gibson acustica tutto il tempo, senza risparmiarsi: suono senza cinghia, alla gitana come i miei amici Negresse Verte; è stato un grande onore girare in tour con loro in Francia, suonavamo nelle roulotte con Manu Chau alla voce, ci pensate? Eravamo solo cinque ragazzi di provincia negli anni Novanta … Su qualche canzone lascia il posto ad Apollo, che per il resto del tempo supporta Omar solo con lievi cori, mai sovrastanti. Del resto, tutta la serata ha suoni ottimi, ben calibrati, e mi sento sempre grata ai bravi tecnici in consolle, quando ci sono. Apollo canta da 10 anni con Omar, che però precisa che sono 30 che si conoscono e si stimano.


Durante tutto il set, senza pause, non smetterà di improvvisare la scaletta, i suoi compagni sempre pronti ad andargli dietro. Ci tiene a ringraziare il pubblico per l’atmosfera intima e familiare e per il pienone della serata, visto che c’è Sanremo, lo avete sfidato per questo nostro ritrovo annuale! Con un pubblico così cosa cazzo ci vado a fare a Londra? (suona “Londra”)


Ci racconta che quando scrisse “Sacrificio” era solo uno sbarbatello di 21 anni, del perché è per lui imprescindibile suonare “Hey Hey, My My” con tutta la storia del suo testo e del come Kurt Cobain ne abbia lasciato un estratto per salutarci – It’s better to burn out than fade away – rendendo di nuovo famosa la canzone tra i giovani di allora.


Per “Nina”: ho scritto tante canzoni con nomi di donna, a questa sono tanto affezionato: una signora di 90 anni incontrata in un paese sul Lago di Garda, smarrita gli chiede, in lombardo, mi aiuti a cercare il mio papà; la portai nella piazza della chiesa sperando di incontrare qualcuno che la conoscesse, e nel frattempo lei mi raccontò frammenti di memoria, i figli, la guerra, i bombardamenti degli americani – gli è sempre piaciuto bombardare, agli americani – ed è venuto fuori che era una staffetta partigiana. Mi sono tenuto in contatto e quando è morta ho deciso di dare il suo nome a una canzone e a una chitarra (Marco Montanari ha reso il pezzo ancora più emotivo suonando la chitarra elettrica con lo slide).


Altre piccole perle l’attacco di “Shine on You Crazy Diamond”; il racconto di come è nata la sua storia d’amore con Veronica, alla quale ha dedicato la canzone omonima nel giorno in cui ha scoperto, 15 anni fa, di aspettare sua figlia; della Milano noiosa e viziata che lo hanno portato a mischiare “Sweet Home Alabama” con le poesie di Charles Bukowski per “Non è divertente”. E poi e adesso vi ripagherò della vostra rinuncia a Sanremo con la canzone con la quale abbiamo partecipato a Sanremo nel ‘94, ricevendo il premio della critica per il miglior testo, racconta poi della frustrazione di voler fare il musicista come lavoro, soprattutto in una città operosa come Brescia, dove nonostante un disco d’oro continuavano a chiedermi che lavoro facessi! (canta “lavoro inutile”).

Ovviamente non possono mancare “Senza vento”, “Via Padana”, “Sangue impazzito”, “Sacrificio”, ma il concerto prosegue a oltranza con brani a richiesta; Omar soddisfa le richieste della sala, che sembra non volerlo più lasciare andar via. Standing ovation finale, ma non finisce qui: Omar scende dal palco e resta per selfie, autografi, dediche sugli album, ma soprattutto ha tempo per quattro chiacchiere con tutti, ed è ancora lì quando ormai il palco è svuotato, gli strumenti riposti, le sedie spostate in magazzino. Un Omar felice e rilassato, e tanto generoso.
Articolo e foto di Francesca Cecconi
