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PFM live Firenze

Si conclude un nuovo tour che ha portato sui palchi la loro musica da “Storia di un minuto” a “Ho sognato pecore elettriche”

Nel novembre del 1996 quando Franz Di Cioccio pubblicava la sua autobiografia “Due Volte Nella Vita”. Il titolo era emblematico perché questo libro anticipò di poco l’uscita di “Ulisse”, uno dei migliori album concept della Premiata Forneria Marconi che si era appena ricostituita in quel periodo dopo dieci anni di inattività. Era quindi la seconda opportunità per il gruppo, una stimolante riunione, la nuova chance di tornare a splendere grazie alla loro musica. Gli sforzi principali per organizzare quella ripartenza furono fatti proprio dal batterista e vocalist, che volle richiamare i leggendari compagni di mille avventure.

Di quella autobiografia mi colpirono molto alcune affermazioni che a mio parere mettono in luce la personalità di Di Cioccio. Il frontman del gruppo diceva per esempio di trarre ispirazione artistica da Rembrandt, accostando dunque la sua idea di band a quella di un pittore che crea piccoli affreschi musicali. Significative anche le sue parole: Vivi il tuo tempo, non posso vivere a cinquanta anni facendo finta di averne venti e neanche a pensare a cosa succederà quando ne avrò sessanta, altrimenti mi perdo i cinquanta. Non era retorica, ma l’espressione di un carattere spigliato che è sempre rimasto un ragazzo dentro, un artista dotato di una forza di volontà e un’energia uniche. Anche adesso che di anni ne ha 76 è ancora infatti un talentuoso musicista capace di dividersi instancabilmente fra la potente ritmica della batteria e la dolcezza e armonia del canto.

Da quella storica rifondazione del 1996 ne è passata di acqua sotto i ponti per la Premiata. Eppure, nonostante i cambiamenti nella line up, lo spirito trainante della band è rimasto vivido negli anni continuando a tramandare il suo messaggio senza preoccuparsi dell’incedere del tempo. Ne potete leggere nella nostra recente intervista esclusiva. Ecco perché il 25 novembre sono come travolto da tante emozioni quando varco la soglia del Tuscany Hall per l’evento che festeggia i cinquant’anni di vita del gruppo e che sancisce la chiusura del loro interminabile tour celebrativo che ha attraversato la penisola in lungo e in largo presentando anche due tappe internazionali (La Valletta e Loreley). Il concerto si svolge davanti a una sala gremita e un pubblico maturo e affezionato, ma questa mi pare una ovvietà, dato che la PFM costituisce una vera e propria istituzione della musica italiana.

Barock Project

Poco prima delle 21, buio in sala, il palco si illumina una prima volta, ma non è ancora tempo per la star della serata. L’attesa dovrà proseguire ancora per un po’ perché la Premiata viene introdotta da un assaggio di ottimo Prog nostrano con i Barock Project, opening act di assoluto livello, che eseguono quattro brani tratti dal loro recente repertorio.  Un gruppo giovane ma veramente interessante, che con la sua verve contribuisce ancora di più a creare il clima ideale, grazie alle sonorità rock/neoclassiche e gli intarsi di tastiere del bravo Luca Zabbini che non risulterà una presenza secondaria in quanto lo vedremo protagonista al canto insieme alla PFM in alcuni pezzi importanti come la “Carrozza di Hans” e “Mr 9 Till 5”.

Il tempo del cambio palco, controllare un’ultima volta gli impianti fonici e tecnici poi finalmente arriva per la PFM il momento del Luci, si va in scena come recita il testo del loro celebre “Quartiere Otto”, brano famoso anche per quel Vai, Djivas con cui il frontman introduce l’assolo di basso di Patrick Djivas. Sono le 21.30 circa, d’ora in poi, a parte gli interventi dei protagonisti, parlerà solo la musica della band e lo farà egregiamente per più di due ore.

Il gruppo sceglie di iniziare proprio dalle ultime produzioni, quelle dell’album “Ho sognato pecore elettriche”, uscito esattamente un anno fa e del quale vengono eseguiti quattro brani. In realtà sarà lo stesso Di Cioccio a spiegare questa scelta singolare di aprire il concerto con i pezzi più recenti. L’intento della band è quello di presentarsi inizialmente per come sono oggi e compiere nel corso della serata un viaggio a ritroso nel tempo andando a rievocare le proprie origini.

Ed è un inizio al fulmicotone, perché evidenzia ancora maggiormente la travolgente forza interpretativa della band, composta da sei elementi più il sopra menzionato Zabbini come special guest. Di Cioccio siede inizialmente allo scranno della batteria e pesta duro. “Mondi paralleli” e “Umani alieni” uniti a “Transumanza jam” sono ad alta gradazione elettrica e mettono subito in risalto la perizia degli strumentisti. La prima traccia, pur attualizzata notevolmente nelle sonorità, ricorda vagamente quelle trame che avevano contraddistinto opere rock della band, come quel “Dracula” realizzato nel 2005, che trovò la sua consacrazione nella commedia omonima recitata in teatro.

Dopo le prime scariche di energia arriva un momento di requie con la voce pacata di Di Cioccio a illustrare la nuova dimensione suggerita dall’ultimo album con quell’insolito ed enigmatico titolo, dove due mondi paralleli (richiamati da uno dei pezzi), quello dei social e il reale si contrappongono. Sognare pecore elettriche non è affatto una cosa positiva, ma è in effetti una fulgida rappresentazione dell’alienazione dell’uomo contemporaneo. È il racconto di una parte di umanità stretta in un’inquietante connessione perpetua, che ha finito per assimilarsi ai dispositivi che ha creato dimenticando la bellezza degli scampoli di natura reale che ancora la circonda.  La vita virtuale può generare umani alieni che persi in un universo fittizio, divengono preda di pecore elettriche nei loro sogni. Il tutto a discapito della vita normale, dove potremmo ancora scoprire, cito il batterista, tante cose belle.

È il preludio a “Il respiro del Tempo”, brano caratterizzato da una bellissima melodia interpretata magistralmente da Di Cioccio e con un ritornello accattivante dove vengono coinvolti tutti gli strumenti, ma sono la chitarra ammaliante e il synth che conferiscono al motivo un sapore ancora più affascinante. Il pezzo richiama a gran voce quel contatto con la vita reale che l’uomo ha ormai dimenticato. Un invito appassionato a vivere appieno la bellezza del creato.

A questo punto è il turno di Patrick Djivas, che interviene presentando, sempre dal nuovo lavoro, “Transumanza Jam”, che con il suo arrangiamento policromo rappresenta a pieno lo spirito propositivo e mai sopito della band. Il bassista racconta il complesso e al contempo affascinante mestiere del musicista, cinquantanni di palcoscenico, 6000 concerti, ma soprattutto mette in evidenza ciò che sta alla fonte di questa splendida passione: suonare per dare felicità a sé stessi e soddisfare chi ascolta la tua musica. Anni di entusiasmo, intense emozioni, sacrifici, ripagati da immense gioie. Da questo momento, prosegue Djivas, il concerto prenderà la direzione storica, con la riproposizione dei brani del passato, ma dando molto spazio a quella che per la PFM è un po’ l’emblema del suo modo di fare musica, l’improvvisazione e la libertà, molle ideali per preservare nel tempo quell’adrenalina motivante ai fini del sound. Quindi, senza trascurare i pezzi cantati, gran risalto sarà dato in questo percorso storico ai brani strumentali.

Sembra essere proprio così a giudicare dall’arpeggio delicato di chitarra che segue, quando, all’improvviso, il vocalist scandisce le parole Quante gocce di rugiada intorno a me. L’ovazione spontanea che accoglie questo incipit leggendario è emblematica di uno dei momenti cruciali del live. Le note di “Impressioni di Settembre” scatenano toccanti le corde del cuore, brividi sulla pelle. Superfluo dire che da parte mia il coinvolgimento emotivo è tale che forse ci scappa anche un po’ di commozione. Il pubblico è in piedi a cantare la melodia disegnata dal sintetizzatore, quella che Di Cioccio definì la prima canzone italiana che non aveva il classico ritornello e l’inciso della quale era costruito sulla forza evocativa del moog.

Ma non possono mancare in questo strepitoso live altri pezzi tratti da quel mitico “Storia Di Un Minuto”, l’album che aprì con grande fragore la carriera del complesso nel 1972. Ecco quindi una versione struggente di “Dove… e… quando…parte I” e la girandola sonora de “La carrozza di Hans”, che fu in realtà il primo vero successo del gruppo. In quel contesto storico i musicisti della Premiata ebbero il coraggio di proporre i testi delle loro canzoni tradotti anche nella lingua della terra di Albione, come nel brano “Photos of ghosts” eseguito perfettamente poco prima. Ne “Il Banchetto”, tratto sempre dal medesimo album, dà sfoggio delle sue capacità il tastierista Alessandro Scaglione, altra forza propulsiva della band.

Di Cioccio si alterna fra la batteria e il canto, supportato dal fondamentale contributo di Eugenio Mori con cui divide la sezione ritmica. Funambolico e carico di vitalità, con la sua famosa bandana in testa e le bacchette conficcate nella cintura, la maglia con la scritta “randagio” a sottolinearne l’estro; personaggio poliedrico e carismatico, incita il pubblico, lo invita a cantare e partecipare raccogliendo l’acclamazione dei fan; gli anni sembrano davvero solo un dettaglio per lui. Ma Djivas, forse meno appariscente, è ugualmente essenziale con la sua presenza scenica, continuando a tessere con grande veemenza e bravura le linee ritmiche della band, mentre Lucio Fabbri da sfoggio di tutto il suo scibile musicale, che dimostra in tanti pezzi del live con il suo violino, nonostante un piccolo inconveniente tecnico ai cavi elettrici dello strumento, per fortuna prontamente risolto.

Caratteristica del gruppo, come ricordava lo stesso Djivas, è sempre stata l’improvvisazione che qui viene riproposta con i pezzi “Mr 9 Till 5” e “Alta Loma 5 Till 9”, che nacquero quasi come jam session durante le famose tournée americane della band a meta anni ’70. Il primo è un esempio sublime di fusione Jazz/Rock con al suo interno la famosa marcetta militare ripresa dal brano “Generale” (da “Per un amico”); il secondo una brillante cavalcata sonora con la splendida interpretazione al violino di Fabbri e una carrellata di puro virtuosismo da parte di tutti gli strumenti. Il finale eclatante del pezzo è “Ouverture” del “Guglielmo Tell” di Gioacchino Rossini e colpisce per la sua effervescente rivisitazione.

Il chitarrista Marco Sfogli, tecnicamente ineccepibile, non per niente a lungo collaboratore nel gruppo di James LaBrie dei Dream Theater, fornisce una performance di altissimo livello nel brano “Cyber Alpha” (da un album strumentale del 2006 “Stati di immaginazione”), dividendosi fra delicati arpeggi, riff incisivi e le acrobazie sonore dell’assolo; “Harlequin” con il suo ritmo prima soft, poi più marcato, è invece tratta dal loro quinto album “Chocolate kings”, il primo con testi originali in inglese, nel quale Di Cioccio moltiplica i suoi sforzi correndo come un ossesso dal microfono alla batteria.

Come per tutti i gruppi nati nei ’70, anche la Premiata non fu insensibile alle seduzioni dei grandi compositori classici e alla proposizione di loro brani. Nel 2013, come spiega ancora Djivas, fu realizzata l’opera “PFM in Classic: Da Mozart a Celebration”, in cui la band si misurò con una selezione di famosissimi brani dalla tradizione classica europea riproponendoli in versione orchestrale ma con suggestioni prog.  In questa serata che rievoca anche quegli anni di barocchismo e sperimentazione, non può mancare l’esecuzione di un classico. Dal “Romeo e Giulietta” del compositore russo Sergej Prokofiev ecco allora “La danza dei cavalieri”: il gruppo la esegue con grande dedizione e partecipazione non facendo rimpiangere l’assenza dell’orchestra che collaborò alla produzione del brano. Chissà cosa sarebbe accaduto se Prokofiev avesse potuto suonare con la PFM, asserisce il bassista.

“Celebration”, altra hit, chiude il concerto con la sua forte carica e il sapore mediterraneo, la prima vera tarantella rock. Al termine del brano l’ennesima piacevole sorpresa: viene ripreso in un finale coinvolgente il tema di sintetizzatore di “Impressioni di settembre”, con tutta la platea in piedi. Gli applausi del pubblico sono scroscianti, la commozione è palpabile.

Nell’encore i musicisti regalano alla serata un altro momento di grande pathos abbracciando idealmente la poesia e il talento di Fabrizio De André, grande amico e compagno di viaggio, protagonisti assieme dell’album “La buona novella” e di mille tour. Un tributo con grande affetto e di forte effetto nelle due canzoni del grande Faber “Volta la carta” e “Il pescatore”, due perle che nobilitano ancora di più questo show, regalando sensazioni indescrivibili. Di Cioccio chiede in maniera sempre più veemente la collaborazione del pubblico riuscendo nel tentativo di far cantare a tutti, ma proprio a tutti, i versi del brano. I fan si riversano in massa sotto il palco, si muovono festosi al ritmo del pezzo, prima della meritata standing ovation che chiude questa magica serata.

Articolo di Carlo Giorgetti, foto di Francesca Cecconi

Set list PFM Firenze 25 novembre 2022

  1. Mondi Paralleli
  2. Umani Alieni
  3. Il Respiro del Tempo
  4. Transumanza Jam
  5. Impressioni di Settembre
  6. Il banchetto
  7. Dove…Quando…parte I
  8. La Carrozza di Hans
  9. Photos of Ghosts
  10. Quartiere Otto
  11. Cyber Alpha
  12. Harlequin
  13. Mr 9 Till 5
  14. Romeo e Giulietta: Danza dei Cavalieri (Sergej Prokofiev cover)
  15. Alta Loma 5 Till 9
  16. Violin Jam / Guglielmo Tell Ouverture (Gioacchino Rossini cover)
  17. Celebration
  18. Volta la Carta
  19. Il Pescatore

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