Queen + Adam Lambert live Bologna

Un greatest hits di pezzi che ripercorrono tutta la carriera della band

Queen foto_MorisDallini

Davvero siamo convinti che si possa lasciare un’eredità come quella dei Queen nelle mani di cover band e – scusatemi – di cosplay di Freddie Mercury? Perché se davvero siamo convinti di questo allora ci si può fermare qua e non proseguire nella lettura di questo racconto che, va detto subito, tratta di un show ben costruito e di un concerto ben fatto che onora la storia di una delle rock band più importanti del pianeta. Certo, l’operazione post-Mercury voluta da May e Taylor divide i fan. Non poteva che essere così. La personalità in questione era forte e difficile da sostituire e, allo stesso tempo, si è lavorato molto su questo concetto e assioma: la voce di Mercury è unica. Vero. Come quella di ogni essere umano. Ci sono molti studi su questo fatto.  La narrazione tossica dell’unicità e, dunque, dell’insostituibilità non vale solo per Mercury, ma per tutti. Eppure Bon Scott è stato sostituito e, oggi tutti sostengono che la voce vera degli AC/DC sia Brian Johnson. John Frusciante è entrato e uscito dal gruppo, più volte. E si potrebbe andare avanti… Certo, però gli Zeppelin. Altra storia dai, la sappiamo tutti.

Allo stesso tempo, però, per mantenere vivo il mito dei Queen, al netto di questa narrazione su un’impossibilità di sostituire un elemento, si è deciso che si poteva tollerare di tutto e di più e cioè i cloni, le cover band e i fake dei vari Tale e Quale che imperversano sul piccolo schermo e che puntano sempre più alla similitudine di abiti e mosse. Si sono tollerate, senza ritegno, le macchiette e, mi si passi il termine, i cosplay. Non sono mancati neppure a Bologna, l’11 giugno 2022, seconda data (era la prima in teoria, ma se ne è aggiunta un’altra…) del nuovo tour dei Queen + Adam Lambert. Quindi, in sintesi, questa operazione – fatta con due dei protagonisti – non manca di rispetto a nulla e a nessuno. Anzi, semmai mette i puntini sulle i, ed è un bene.

In origine questo era il tour nato a riporto del film Bohemian Rhapsody che, al momento dell’uscita, aveva decretato una nuova Queenmania. Ora, invece, dopo lo stop della pandemia, il tour è ripreso ed è di fatto un greatest hits di 30 pezzi che ripercorrono tutta la carriera della band. Ripeto, davvero si pensa che la storia, e questa eredità musicale, sia da mettere solo ed esclusivamente nelle mani delle cover band con gente che scimmiotta Mercury, o con personaggi, per capirci, che si mettono pure i denti finti per essere fedeli alla sua dentatura? Vale la pena pensarci, e per bene. E per davvero. Anche perché, per esempio, la sera di Bologna (ma la scaletta del giorno precedente era uguale) ha visto su 30 canzoni in scaletta 20 singoli. Una band che può permettersi questo ben di Dio merita molto di più di bravi cantanti mascherati. Questo va tenuto presente.

Il progetto con Adam Lambert – che, nel mentre, è lievitato di parecchi kili rispetto al precedente passaggio nel nostro Paese – è davvero interessante. In primis perché si limita a riproporre quello che già c’è. Non si cercano nuove strade; non si producono album nuovi e la musica dei Queen è rispettata in tutto e per tutto. Poi, in secondo luogo, perché sul palco – come ricorda lo stesso Lambert ci sono questa sera due leggende della rock music: Brian May e Roger Taylor. Due quarti della band è lì a tenere la barra dritta e, per di più, è cosa risaputa fra i fan accaniti che questa è sempre e comunque stata saldamente nelle mani di May, anche nei tempi gloriosi del regno di Mercury.  Lambert, insomma, non è un nuovo re e neppure una nuova regina e tanto meno una gender-fluid-queen. È semplicemente un ottimo cantante che, negli anni, ha dimostrato di trovarsi a suo agio con questo repertorio. Lo ha fatto suo. Lo interpreta in modo eccellente e non tende a essere il clone di nessuno. E poi, la timbrica è quella, la tonalità pure, nell’estensione – privilegio dell’età – è anche qualcosa in più di Mercury.

Il risultato, insomma, è importante perché cambiare voce – cosa fatta in prima istanza – non era corretto e tanto meno – come fecero i due Doors sopravvissuti (andate a vedere i filmati su YouTube) – mettere sul palco attori e cosplay. Serviva continuità, stile, umiltà e passione, elementi che Lambert ha saputo portare sul palco. I risultati si vedono e quella che è un’operazione di mantenimento in vita di una storia è riuscita, ed è apprezzata prima di tutto proprio dai fan storici. Poi, e giuro che non lo dico più per il resto del pezzo, scusate, ma nessuno legge di storia perché non era presente ai tempi di Odoacre? Oppure ci facciamo trasportare dal modo di raccontare e di spiegare la storia di Barbero? Eh dai, su…

Il palco di Bologna è di fatto quello della passata tournée. Certo, si poteva fare uno sforzo e far di meglio, ma questi spettacoli si preparano con mesi di lavorazione. Se l’incertezza regna tutt’ora, figuriamoci mesi fa, quando cioè si è deciso di ripartire. Quindi si tira fuori quello che è stato messo nell’armadio e si parte in tour ugualmente. Tanto quello che serve c’è … e cioè le due leggende del rock. Roger Taylor è in splendida forma. Davvero. Non è ironico. Qualche anno fa a Milano era apparso vecchio e stanco. A Bologna, invece, è davvero in forma, con splendida scarpette bianche e un’ottima carica. La si sente e si vede nei suoni della sua batteria e nei pezzi che canta (“I’m in Love With My Car” e la seconda voce in “Under Pressure”). Davvero ottima forma (peccato solo che si faccia sostenere in “We Will Rock You” dalle percussioni…).

Diversa invece la forma fisica di May. Nessuna sbavatura alla chitarra, e ci mancherebbe. Anzi. Nel guitar solo è davvero un piacere ascoltarlo e vedere cosa gli hanno costruito attorno. Una scenografia spaziale, nel senso che è immerso in immagini che ricordano lo spazio profondo, con un meteorite che lo sorregge mentre si erge, più in alto di Angus Young, con la sua Red Special. Dal soffitto calano i pianeti e May è immerso nel cosmo rock che è sempre stata una buona declinazione della sua musica. Tuttavia è lento, si muove a fatica e si commuove spesso. Certo, l’età avanza. Per tutti. Ma lui è uomo di spettacolo, un business man ed è l’artefice di questa carriera 30ennale post-Mercury. Ce lo si aspetta più cinico e granito e invece denota una certa fragilità. Farà uno scatto – oddio, ci prova – dal centro della pedana al palco (in totale, forse, 10 metri) e appare subito tutta la fragilità della rockstar attempata (ricordiamo che a San Siro Mick Jagger, dopo 12 canzoni, ha corso da centro campo fino sul palco, in scioltezza…).

Lambert invece, pur se resta in disparte e lascia la scena ai due Queen, sa tenere il palco. Sa essere trasgressivo in chiave contemporanea: quel giusto che serve senza eccedere e turbare. Non ruba la scena a nessuno, tanto meno a Mercury. Amate Freddie? Io amo Freddie… e quindi cantiamo insieme. Non fa il verso e neppure la mossa. Canta e interpreta con le sue capacità brani immortali come “Somebody to Love”, “Don’t Stop Me Now” e “Fat Bottomed Girls” con grande personalità. Si concede anche un passaggio sul “Nessun dorma” con pronuncia classica (la “z” dura su stanza, ad esempio) per far capire ai detrattori – se ce ne fossero in un pubblico che lo adora – che lui la voce, di suo, ce l’ha. Eccome. Non manca di nulla Lambert, e tanto meno dell’umiltà che serve per calcare quel palco e cantare accanto a May e Taylor.

La scaletta predilige i Queen pop-rock, pochi anni ’70 e tanti anni ’80. Va bene così. Questo è un concerto per cantare insieme, non per sperimentare. Però, diciamolo, un poco di “Live Killers” non ci starebbe male. Dato che lo show è diviso in tre atti, uno lo si potrebbe dedicare a quel sound secco e duro degli inizi. Invece anche brani come “In the Lap of the Gods…”, “Tie Your Mother Down” e “Killer Queen” suonano come in “Live at Wembley” che, di fatto, è diventato lo standard dal quale partire. Non è un male, è una scelta. In un’epoca dove il Rock è destinato ad essere minoritario c’è da fare una piccola piega al Pop. D’altronde, già i Queen di Mercury lo avevano fatto da “The Game” in poi.

Ancora una volta, poi, si opta per non eccedere nei brani che Mercury non ha cantato dal vivo. E così da “Innuendo” vengono presi solo due pezzi, la hit “The Show Must Go On”, e che è l’unico appunto che si può fare a Lambert. Quella è una canzone d’addio, struggente per lo più. Forse servirebbe entraci dentro di più. Poi si sceglie “These Are the Days of Our Lives” che viene cantata da Taylor e May, con il pubblico. Si, diciamo che è un’ottima scelta. Da “The Miracle” si estrapola solo “I Want It All” che, sull’album, è un pezzo rock che spacca e che dal vivo, invece, perde sempre potenza.

Dispiace non aver pescato altro da questi due ultimi lavori in studio, davvero. Così come, invece, si è scelto di lasciar perdere “Made in Haven”, ed è un bene, soprattutto se, come nel passato, la cosa veniva affidata a May con “Too Much Love Will Kill You”. Insomma. Qualcosa di più si poteva ripescare da quei due ultimi album lavorati da Mercury, ma May ha deciso che il post-Freddie è solo anni ’80 e ’90, da “The Game” a “The Miracle”. Come biasimarlo d’altronde. Gli stadi si sono riempiti in quegli anni e quella stagione, dunque, è stata congelata e viene rimessa ora in circolo. Peccato però non poter recuperare, osando un poco, con l’operazione live (con Lambert o con cofanetti) gli anni ’70 e gli ultimi due lavori.

Il finale è gestito con sapienza. “We Will Rock You” e “We Are the Champions” devono essere lì e non diversamente. “God Save the Queen” serve per i saluti finali, senza mantelli ed entrate in scena alla Mercury. “Heroes” di David Bowie accompagna all’uscita e verso le auto. Diversa invece la questione dell’immagine di Mercury. Deve essere ricordato e diversamente non si può fare. Tuttavia, la cosa non deve diventare stucchevole. Usare tre volte la sua immagine e la sua voce rischia davvero di far scadere l’operazione in un revival che, fino a quel momento, non è mai corso di rischio di essere questo show. Passino le immagini sugli schermi; passi pure il finale su “Love of My Life”, con anche la scena della finta stretta di mano (già di troppo). Aggiungere “Ay‐Oh” dal concerto di Wembley è forse davvero troppo e, di fatto, dà ragione ai coslpay che, con giubbetto giallo, sneakers a stivaletto, baffo e mossa, si muovono tra i seggiolini e i corridoi del pala Malaguti.

Articolo di Luca Cremonesi

Set list Queen + Adam Lambert Bologna 11 luglio 2022

  1. Innuendo
  2. Now I’m Here
  3. Hammer to Fall
  4. Somebody to Love
  5. Killer Queen
  6. Don’t Stop Me Now
  7. In the Lap of the Gods… Revisited
  8. I’m in Love With My Car
  9. Bicycle Race
  10. Fat Bottomed Girls
  11. Another One Bites the Dust
  12. I Want It All
  13. Love of My Life
  14. ’39
  15. These Are the Days of Our Lives
  16. Crazy Little Thing Called Love
  17. Under Pressure
  18. A Kind of Magic
  19. I Want to Break Free
  20. You Take My Breath Away
  21. Who Wants to Live Forever
  22. Guitar Solo
  23. Tie Your Mother Down
  24. The Show Must Go On
  25. Radio Ga Ga
  26. Bohemian Rhapsody
  27. Ay‐Oh
  28. We Will Rock You
  29. We Are the Champions
  30. God Save the Queen
  31. “Heroes” (David Bowie)

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