Prima delle due tappe italiane degli Swans di Michael Gira, arrivati per promuovere il disco “Birthing”, uscito il 30 maggio del 2025. Il Teatro Nuovo di Ferrara è stata la giusta location per lo spettacolo del 3 novembre. Spazio piccolo, ma non troppo per essere qualificato come sede underground; allo stesso tempo spazio ideale per questa esperienza musicale. Credo, infatti, che non si possa parlare di concerto, sarebbe riduttivo. Definire questo momento uno show o una performance rischia di far immaginare a chi legge la realtà di qualcosa che sul palco non c’è stata.

Per capirci, Carmelo Bene parlava di teatro senza spettacolo, per dire, in sintesi, che non c’era nulla di votato all’intrattenimento nel suo far teatro. Stessa cosa la possiamo dire degli Swans, di questa loro ultima incarnazione e dello spettacolo che ne è derivato. Un concerto che è stato un momento musicale di quasi due ore, con esperienze sonore sparate ad alto volume, ma non come stratagemma per nascondere. Anzi, l’esatto contrario. Il volume era necessario per svelare e per dare corpo a quella dimensione magica che ha permeato tutto il momento. I volumi sono stati la quarta dimensione, con il compito di spezzare il razionale, e spingere verso l’istintivo.

Credo poi che un altro parallelismo preso dal mondo dell’arte contemporanea ci possa aiutare. Dal 23 al 25 maggio 1974 alla galleria di René Block a New York, una cinepresa riprese l’artista tedesco Joseph Beuys chiuso per tre giorni in una gabbia con un coyote. Un’esperienza dove il limite fra natura ed essere umano, fra rito e spettacolo, fra istinto e ragione, era stata capace di fondersi e confondersi. A Ferrara la musica degli Swans ha fatto vivere un’esperienza molto simile a chi era presente in sala. In quelle quasi due ore di esibizione, per un totale di sei tracce, i confini fra reale e magico, fra coscienza ed estasi, si sono fusi, aperti e mescolati. Un’esperienza alla David Lynch, come nell’iconica scena dedicata a Dick Laurent.

Un rito, ecco. Difficile da descrivere, ma anche da assimilare. Confesso che sono giorni che non riesco ad ascoltare altro. Qualsiasi altro suono mi appare banale, inutile, superficiale. E pensare che sono uscito dal teatro frastornato, confuso e dubbioso, anche perché per alcuni passaggi sono stati necessari i tappi (che all’ingresso venivano consigliati). La notte ferrarese ha poi fatto il resto. La città deserta, senza suoni, molte luci, ha fatto vivere gli spettri che il canto del cigno ha evocato (pare che questa serie di live chiuda dieci anni di sperimentazione, e che il progetto potrebbe essere messo da parte o trasformarsi di nuovo… lo sapremo dopo il 28 novembre).

Il rito è diventato evidente già dall’esordio, prima ancora di intonare le prime note di “The End of Forgetting”. Michael Gira ha chiamato il pubblico a raccolta. Fate quello che volete, mettetevi dove volete, ha dichiarato al microfono poco dopo essere entrato sul palco, senza alcuna presentazione. Terminato il set di Jessica Moss – violista canadese che ha aperto la serata con dell’ottimo minimalismo, illudendo tutti sui suoni che avrebbero seguito la sua performance – Gira era apparso in scena a provare la sua postazione. Con lui gli Swans, quasi tecnici in cerca d’autore. Luci accese, strumenti da sistemare. Sembrava una scena del teatro di Pirandello.

Il gesto di Gira è stato pregevole e innocente, perché il chitarrista e cantante sa bene che questa sua musica comporta un coinvolgimento fisico e corporale. Quindi ha chiamato a sé il pubblico. Solo che in Italia, quando si invita a fregarsene delle regole, arrivano per primi i prepotenti e i furbi. Così dalle retrovie c’è chi si piazza davanti a chi, seduto, ha il sacrosanto diritto di seguire il rito come meglio crede. Battibecchi a parte, ma che comunque rovinano l’incipit cavernoso di “The End of Forgetting”, il rito può partire.

La prima parte è caratterizzata da due esecuzioni, per un totale di circa un’ora complessiva. Dai suoni cadenzati di una sola corda di chitarra fino all’amalgama sonora della parte centrale di “The End of Forgetting”, con un crescendo che il pubblico, catturato dalla prima fase di estasi, accompagna con un movimento ritmato del corpo. La voce di Gira giunge dal profondo, e non ha eguali, se non nei reading dell’epoca di Warhol, dove anima e corpo erano messi alla prova. Il teatro è già diventato una tenda nativa, dove gli spiriti si aggirano, e anche i prepotenti sono stati catturati (e se ne sono tornati ai loro posti). Serve saper guardare nell’abisso, e questa musica non solo disturba, ma crea disagio. Non sonoro ovviamente, ma interiore: c’è da provare a capire a cosa si sta assistendo, e non è facile nell’immediato dell’accadere. La dilatazione del tempo è necessaria, e i brani lunghi hanno senza dubbio questo scopo, ma è comunque un’esperienza che necessita di essere assorbita.

“The Merge”, secondo momento musicale della prima parte, arriva direttamente da “Birthing”, ed è un momento tribale meraviglioso. L’incipit è tutto percussioni, più da momento metropolitano, ma che presto diventa puro tribalismo, grazie al corpo di Gira che detta il ritmo alla batteria, ai piatti e alle slide guitar che si innestano nel suono. Servono i tappi, ma è tutto il corpo che è chiamato in causa dal volume, e i colpi, i suoni, le frequenze le viviamo dentro di noi. Sarà uno dei momenti più intensi di questa esperienza. Gira chiama la band a uno sforzo non di poco conto, che trasfigura gli stessi musicisti. La musica fluisce libera, come vero flusso sonoro che avvolge tutte le persone presenti in sala. Porto dentro quelle percussioni per tutta la notte, perché la versione in studio non è così pura e intensa.

A questo punto non resta che concedere un po’ di normalità al pubblico, se così si può dire. Perché di normale non c’è stato nulla in questo momento. All’ora intensa della prima parte, fa seguito una sezione più “classica”, meno travolgente, ma non distante dal mood del progetto. “Paradise Is Mine”, “Little Mind” ed “A Little God in My Hands” sono composizioni più brevi, dove però i suoni non convenzionali di un basso battente e martellante, vanno a fondersi con slide, piatti e la voce sempre più cupa di Gira. Il risultato è un assestamento del rito, dove c’è spazio per guardarsi attorno, notare i corpi attenti, gli sguardi catturati e i tanti tappi nelle orecchie. Il suono ha avvolto tutti, e anche chi cercava il coinvolgimento fisico si è ritrovato, in questa fase, catturato e senza alcun movimento capace di tenere il passo.

Il finale chiude il cerchio. “Newly Sentient Being” è il mantra che manda tutti a casa, riportando drasticamente nella realtà. I suoni sono meno ritmati, il tribale è rimasto nella prima parte dello spettacolo. Qui c’è il gran finale di un progetto, di un’esibizione e di una fase dove tutto quello che c’era da sperimentare, quanto meno in questa forma, è stato dato. Nella piena consapevolezza che serve tempo per qualificare ciò che si è sentito e vissuto. Ci sono però alcune certezze, che diventano chiare all’uscita.

La musica vive negli anfratti lontani dal mondo commerciale. Il Blues non è l’unica via, anzi. Ha ragione Brian Eno che, quando lavorò con gli U2 per “Achtung Baby”, impose alla band di abbandonare il Blues e muoversi su altre vie. Gli Swans lo hanno ampiamente dimostrato nei lavori di questi ultimi dieci anni, e anche in questo “Birthing”, disco dove tutti gli schemi sono saltati. Nulla di quel lavoro è riconducibile a qualcosa di già noto, e tanto meno a qualcosa di loro. Brani fuori dagli schemi, musicalità lasciata accadere solo dall’insieme, strumenti liberi e selvaggi. E il finale dell’esibizione di Ferrara è così, con momenti in cui batteria e basso, oltre alle varie chitarre e alla voce, dialogano, e altri passaggi dove gli strumenti sono lasciati liberi di amalgamarsi. La fine è semplice. Gli strumenti, in calando, si spengono, e il suono scompare, così come era apparso, all’inizio, nelle poche note che uscivano dalla corda pizzicata da Gira. Non resta che applaudire, perché purtroppo il momento è passato.

Una riflessione a margine di questa esperienza musicale. Dal caos, non casuale, ma generato e voluto, nasce sempre la vita. Che questa sia per forza bella e armoniosa, non è scritto da nessuna parte. La vita è pura vitalità istintiva, come la musica che gli Swans hanno saputo portare alle orecchie e ai corpi di chi ci si è fatto coinvolgere e si immerso dentro a questo momento. Un’esperienza meravigliosa.
Articolo di Luca Cremonesi, foto di Moris Dallini
Set list Swans Ferrara 3 novembre 2025
- The End of Forgetting
- The Merge
- Paradise Is Mine
- Little Mind
- A Little God in My Hands
- Newly Sentient Being
