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Tori Sparks live Colle Val D’Elsa

Un viaggio nel Blues, Flamenco, con note folk di Jazz gitano

Tori Sparks abbaglia il borgo stordito dalla pioggia. Bottega Roots, Casa del Popolo di Colle Val d’Elsa, un posto con le scale a pioli che pendono dai lampadari assieme alle piante finte, le foto del Che sulle pareti e statue di aironi sul palco. Venerdì 16 maggio suona Tori Sparks, cantautrice americana adottata dalla Catalunya. Riproduce il suo percorso nei generi che suona, una miscellanea di Blues, Flamenco, note folk e di Jazz gitano. Veniva a inaugurare il secondo volume del suo ultimo progetto di studio: Cabinet of Curiosities, una raccolta di brani suddivisa in cinque ep da quattro canzoni ciascuno, un’uscita al mese. Di solito dietro di lei c’è un complesso intero: batteria, basso, un’altra chitarra, ma per questo tour sta girando da sola. Colle Val d’Elsa è una delle tappe. Pochi giorni prima era ancora in Austria, il giorno successivo invece alla volta di Cesenatico. Non è una novità, ha una carriera di vent’anni alle spalle come artista solista e itinerante.

Sul palco porta se stessa, una chitarra classica spagnola e un accordatore, non le serve altro. Una personalità molto più grande dei suoi altissimi tacchi a spillo. Li indossa a ogni concerto, ma non solo per effetto scenico. Pesta i piedi per fare da grancassa e batte sulla cassa di risonanza come un rullante. Sta male, ha avuto un’emorragia tre anni fa che le ha portato via la voce per troppo tempo, ed è un problema che ogni tanto ritorna. Lo ha fatto questa sera, e la voce profonda e rauca che ha quando chiacchiera con il pubblico tradisce il dolore che prova. Lo allevia con del whisky (tre quattro cinque bicchieri, ho perso il conto) e caramelle per la gola: non è molto Rock and Roll, dice, ma non la biasimo per questo. Il pubblico la ascolta, cosa non scontata per il locale. Durante uno degli ultimi spettacoli, racconta uno spettatore, abbiamo sfiorato la rissa, perché il pubblico, in particolar modo uno, parlava sopra al cantante. È finita con uno spintone e noialtri che ci frapponevamo tra i due.

Quando apre, nella sala concerti ci sono poco meno di quaranta persone. Niente di nuovo per lei che ha suonato anche davanti a trentamila spettatori. Lo spazio è intimo e quando canta sembra lo faccia solo per te. Il viso maturato dagli anni spesi in viaggio, dall’esperienza sui palchi del mondo, i ciondoli pendenti dalla chitarra che non si fermano un secondo, quando ogni fibra tendinea e muscolare si flette su accordi aggressivi. Le canzoni sono quasi tutte sue, in ordine casuale. There’s no setlist, I’m improvising the whole through the whole gig, insomma, da soli è più facile, perché può fare un po’ come le pare, tant’è che la performance risulta unica davvero, decide sul momento che cosa suonare.

Trova quindi l’occasione di promuovere “Cabinet of Curiosities vol. II”, così come il volume I, uscito soltanto un mese fa. The next one is about a stupid orange man that lives in a white house. Da una che ha la toppa della bandiera del popolo amazigh sulla custodia della chitarra e ha vissuto l’ultimo decennio e mezzo in una città attiva come Barcellona non ci si possono aspettare canzoni disimpegnate. Infatti fioccano temi antifascisti, femministi, assieme a ballate come “Stand By Me”, la risentita “Creep” dei Radiohead e una cover del super classico gospel “Wade in the Water”. A un certo punto mi rendo conto di aver finito la birra, come fuoriuscito dall’ipnosi. Mi giro, e mi rendo conto che la sala si è svuotata, saremo una dozzina. Mi chiedo dove siano finiti tutti, ma li ritrovo in fretta al bancone del bar e realizzo che forse mi sento come loro, che avrei bisogno di un’altra birra, e di staccare la testa dall’amplificatore. Dall’inizio è passata un’ora e più, Tori ha ancora colpi nel suo fucile, per un concerto che, vista l’offerta limitata dalle condizioni di salute della cantautrice e dalla mancanza della band, risulta lungo. Plettrata, arpeggio, arpeggio, plettrata, giri di accordi che rimangano appiccicati al giro di Do, o a quello minore, i ritmi osano poco, assoli assenti. Quando la carica iniziale si esaurisce, rimaniamo in pochi. Lo ha fatto tutto da sola, un merito, ma forse anche il suo più grande limite. Finisce sdraiandosi per terra sul tappeto polveroso che ha calpestato tutta sera, e il concerto di Tori Sparks iniziato in maniera sfavillante si esaurisce come una brace affievolita in un venerdì di maggio uggioso, che giustifica un pubblico meno acceso del solito. Tori è contenta di aver portato a termine la serata e sono contento anche io. La risentirei forse con tutta la banda, a dar manforte alla sua esibizione. Voi comunque datele una possibilità, in macchina, quando correte sulla tangenziale. 

Articolo di Gabriele Tocchio

Foto di Sara Nencini

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