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W.A.S.P.  live Zurigo

Tour per celebrare il quarantesimo anniversario dell’uscita dell’album di debutto

Oggi vi porto a fare un viaggio nel tempo: vi porto a fare un salto nei mitici anni ‘80, decennio fondamentale per il Metal, un periodo in cui questo genere è esploso in una miriade di sottogeneri, guadagnando enorme popolarità e lasciando un marchio indelebile nella storia della musica. L’energia grezza e la ribellione degli anni ‘70 si sono trasformate in qualcosa di molto più sfaccettato e, per certi versi, più estremo. La mia macchina del tempo fa tappa il 30 luglio al Komplex 457 di Zurigo, dove come da tradizione mi accoglie il cielo grigio e pioggia battente, ma il sole ce l’hanno dentro i fan mentre entrano nella sala concerti: sorrisi da un orecchio all’altro, bandane, toppe, borchie, abbigliamento di pelle. Tutto mi riporta alla nascita del Glam Metal, quello che ha dominato le classifiche e MTV, fatto di capelli cotonati, trucco e inni da stadio che parlavano di feste, amore e ribellione giovanile. I fan che vedo entrare nel locale mi confermano che l’influenza del Metal anni ‘80 va ben oltre la musica: ha creato una cultura con un proprio codice d’abbigliamento, un proprio linguaggio e una propria identità.

Black Diamonds

Al mio ingresso, la sala del Komplex 457 era gremito da fan carichi d’energia già verso le 19.30, e noto che il pubblico è tutto bello adulto e tirato su a pane e Metal dagli anni dell’adolescenza, se non prima. Scopro esserci una band d’apertura prima degli attesissimi headliner: io faccio festa per avere un solo opener da fotografare, gli altri si stupiscono ci sia.

Black Diamonds
Black Diamonds

Il palco è decorato magnificamente, con teli in stile vintage e fili di lampadine colorate; puntuali, giù le luci, e nel buio entrano i Black Diamonds, band hard rock svizzera originaria della Valle del Reno, nota per la loro musica che evoca le sonorità, l’atmosfera e l’impatto visivo dell’Hair e Glam Metal anni ‘80. Li conoscevano tutti in sala tranne me, ovviamente: evidentissime le influenze di band come Mötley Crüe e Def Leppard, ma nonostante questo richiamo al passato la band è sempre in grado di rielaborare il genere con un tocco distintivo e moderno.

Black Diamonds
Black Diamonds

Sospira un po’ tutto il pubblico femminile quando il vocalist e chitarrista Mich Kehl attacca con “Through Hell And Back”, brano tratto dall’ultimo album “Destination Paradise” , il loro quinto in studio, che ha raggiunto il terzo posto nelle classifiche svizzere, uscito il 31 maggio 2024: traccia fragorosa ed energica, dove voci ringhianti e aggressive si contrappongono a vigorose linee di chitarra, generando ritornelli fatti apposta da urlare a squarciagola insieme alla band. Punto forte è proprio la maestria alle sei corde di Kehl, con l’aggiunta del bel Chris “Blade” Johnson alla chitarra solista a completare il lavoro del cantante: la sua ESP Tiger Print, giustamente, ringhia e si lamenta in assoli in stile Vai che liberano tutto lo spirito interiore dei Black Diamonds.

Black Diamonds
Black Diamonds

Vengono a ragione descritti come “party band” che sa coinvolgere i fan con un’atmosfera divertente e celebrativa, con la loro teatralità scenica glam rock ottantino, mentre la loro musica è decisamente pensata per essere suonata dal vivo, cantata col pubblico: un Rock d’altri tempi. Sullo stage, la band è ben affiatata: la voce carismatica del frontman, chitarre fragorose, un basso pulsante (che avrei voluto rubare al bassista, per le corde rosa, insieme alla sua maglietta di Hello Kitty) e una ritmica che non ha mai perso un colpo, grazie all’air drumming selvaggio di Manu Peng.

Black Diamonds
Black Diamonds

Uno show che fila via liscio tutto d’un fiato, tra momenti di pura adrenalina e interazioni leggere col pubblico. Non c’è niente che non sia già stato sentito, insomma, questi ragazzi non hanno certo inventato la ruota, ma quando tutto è così divertente e coinvolgente, e il pubblico salta e canta finché ha fiato, che importanza ha?

Black Diamonds

Si lanciano a capofitto nel riff ad alto ritmo di “Evil Twin”, con il bassista Andi Barrels che subentra a Mich Kehl come voce solista: tanto è il loro talento che le voci si alternano con consumata facilità e professionalità. A fine concerto parte il rituale lancio di plettri e bacchette e foto col pubblico alle spalle, con appuntamento in zona merch per due chiacchiere e tanti sorrisi contagiosissimi: il futuro del Rock svizzero è in buone mani e i Black Diamonds ne sono la prova.

W.A.S.P.

Assisto ora alla preparazione del palco per gli headliner, un rituale che ha del sacro stasera, curato nei minimi particolari con pazienza e attenzione certosina: i fan esultano all’apparire delle aste dei microfoni che sembrano grandi catene, nonché della struttura a forma di scheletro, imponente e magnifica, che serve al frontman per appoggiarvisi e dondolare, oltre che a reggere il suo microfono. Da una porta aperta alle mie spalle noto che il fluire delle persone continua pressoché ininterrotto sotto la pioggia: il Komplex 457 è ormai quasi a pieno carico.

W.A.S.P.

La macchina del tempo sta per partire, l’operazione nostalgia anni ‘80 è cominciata, ma un annuncio fatto dallo staff sullo stage fa borbottare e brontolare i fan: la band richiede un tassativo NO al crowdsurfing. Chiunque venga acciuffato a surfare verrà messo fuori senza se e senza ma, e non potrà assistere al resto del concerto. Quindi, con energia controllata, tanto che alcuni possono assistere allo spettacolo seduti su seggioline da picnic, e sulle note di “The End” dei Doors, attendiamo l’ingresso dei W.A.S.P., che si fanno sospirare come delle veri divi.

W.A.S.P.

I W.A.S.P. sono una storica formazione metal originaria di Los Angeles, in attività dal 1982, e di andare a guardare i cantieri non ne hanno assolutamente intenzione. Celebri per i loro concerti caratteristici, quasi sempre arricchiti da performance scabrose, cruente, ricche di allusioni sessuali, sangue finto (ma non sarà il caso di stasera), fortemente ispirati alle esibizioni di Alice Cooper, pioniere di questo tipo di spettacoli, hanno all’attivo 20 album di cui 14 in studio; le loro vendite sono stimate attorno ai 40 milioni di album in tutto il mondo.

W.A.S.P.

Frequentemente classificati come band hair metal, a causa di un look che ricordava parecchio quello esibito dai musicisti glam, furono in realtà un’evoluzione di questo genere, andando a coniugare sonorità di puro stile glam statunitense con la potenza della scuola heavy metal britannica, le linee melodiche tipiche del Rock’n’Roll americano, oltre che dell’Hard Rock anni 70 stile KISS. L’acronimo “W.A.S.P.”, generalmente inteso come ” White Anglo Saxon Protestant” fu invece reinterpretato dalla band perché significasse “We Are Sexual Perverts”.

W.A.S.P.

All’ingresso degli artisti, seguiti per ultimo dal frontman Blackie Lawless, il Komplex 457 è stato scosso da una vera e propria esplosione di urla, applausi, energia tonante e nostalgia, un tributo al loro tour “Album ONE Alive”, col quale si celebra il quarantesimo anniversario dell’uscita del loro omonimo album di debutto “W.A.S.P.”, che ha visto la luce il 17 agosto 1984 per Capitol Records.

W.A.S.P.

Sono tornati, quindi, per celebrare un’opera che ha definito un genere, e lo hanno fatto con uno spettacolo che ha lasciato tutti a bocca aperta, me per prima: il tour sta toccando festival estivi e club in tutta Europa (Italia esclusa), dimostrando che la fiamma dei W.A.S.P. bruci ancora vivace. Con Blackie saldamente al timone della sua ciurma e con la sua inconfondibile presenza, la band ha riproposto l’intero album, e non solo, con una potenza e una precisione impressionanti, non lasciando dubbio alcuno sul fatto che, nonostante il passare del tempo, la loro musica non ha perso nulla della sua rabbia e attitudine originale.

W.A.S.P.

I fan che si sono chiesti delle condizioni vocali di Blackie, a volte accusato di cantare in playback, hanno ricevuto una risposta schiacciante: la sua voce è forte, chiara, graffiante come un tempo, un vero e proprio trionfo. L’esibizione non si è limitata alla sola musica: la produzione visiva, con video storici e immagini della band proiettate sullo sfondo, ha creato un’esperienza a 360 gradi, unendo il presente con il loro glorioso passato.

W.A.S.P.

Quando finalmente le luci rosso sangue del palco si accendono, gli artisti che prima ci davano le spalle ora si girano verso la sala, con Lawless che ci trapassa uno per uno col suo sguardo magnetico e il suo sorriso inquietante, ancora maestoso, ancora divino, ancora avvolto in pelle nera. Alla sua destra Mike Duda tuona al basso con quasi tre decenni di esperienza alle spalle, mentre Doug Blair alla chitarra è un pianeta a parte, un mostro delle sei corde che manda in estasi il pubblico davanti a lui, palesemente formato da chitarristi che lo osservano con adorazione quasi mistica; alla batteria, Aquiles Priester sferra assalti su assalti che fanno tremare ossa, cuori, muri e probabilmente anche la frontiera.

W.A.S.P.

Hanno dato il via con “I Wanna Be Somebody”, la canzone che ha fatto sì che MTV esplodesse di ascolti, e anche stasera l’accordo di apertura colpisce come il fulmine di Prometeo: ecco tutti i ribelli tra il pubblico tornare indietro di colpo al 1984. Quando Blackie ringhia I wanna be somebody, il pubblico risponde non tanto come spettatori, ma più come convertiti, ogni voce si fonde in un unico ritornello esplosivo: I wanna be somebody! I wanna be somebody soon! urlato da ogni gola presente nel locale. Non è stato un semplice momento nostalgico, sembrava più una chiamata alle armi.

W.A.S.P.

“Love Machine” viene eseguita con gioia velenosa, con un Blair che sprigiona fuoco e fiamme delle sue sei corde, sfiorando le teste della security a bordo palco quel tanto che basterebbe a garantire un acufene cronico se non indossassero le protezioni; nel frattempo Blackie si aggira sul retro del palco lanciando smorfie alla sala. Ogni nota è serrata, persino chirurgica: questa, signori miei, non è una band da karaoke, è una band che si sta riappropriando della propria eredità, dimostrando di essere tutt’ora, e alla grande, una force majeure.

W.A.S.P.

“The Flame” si leva poi dall’oscurità: a mio parere è uno di quei brani che non sempre ottengono ciò che meritano. Più un lamento d’amore che un grido di guerra, stasera è particolarmente carico di dramma e disperazione, che lo elevano oltre la sua forma originale in studio. La voce di Blackie, rauca ma potente, brucia ogni parola e raschia ogni sillaba con tenera brutalità, mentre lo spettacolo di luci proietta la sua ombra sulla folla come un fantasma eterno.

W.A.S.P.

A “Sleeping (In The Fire)” spetta il compito di rallentare il ritmo per un attimo, ma anche di elevare l’emozione a mille. Una ballata nata dagli incubi: probabilmente tutt’ora uno dei brani più belli e iconici degli anni ‘80, si è sempre distinto sopra le altre. Stasera viene eseguita con una gravità così struggente che la sala sembrava ripiegarsi su sé stessa. Lawless riversa dolore su ogni verso: Taste the love / the Lucifer’s magic that makes you numb / the passion and the pain are one / you’re sleeping in the fire…

W.A.S.P.

Blair ci regala uno degli assoli più belli ed emozionanti che abbia mai sentito in vita mia, non solo per la tecnica, ma soprattutto per il sentimento, il feeling, mentre i suoi personali fan lo filmano col cellulare asciugandosi gli occhi col dorso della mano: attorno a me, i fan si lasciano trasportare dalla musica a occhi chiusi, di nuovo verso gli anni dell’adolescenza, sentendo nuovamente battere il cuore come a quei tempi. I W.A.S.P. non sono musicisti, vien da dire, ma maghi, altrimenti non saremmo in grado di provare sensazioni così viscerali: perfetti. Mozzafiato.

W.A.S.P.

L’esecuzione dell’album si conclude con “The Torture Never Stops”, puro teatro, puro spettacolo: Blackie non si limita a cantare questo brano, lo evoca, come uno stregone che evoca i nostri impulsi più oscuri.
Le luci diventano di un rosso infernale, non per la prima volta, gli strobo lampeggiano a tempo con la batteria di Priester, e la folla letteralmente ulula chiedendo di più.

W.A.S.P.

La serata, però, non è lontanamente finita; l’album originale dura poco più di 38 minuti, quindi ci sono altre delizie in serbo per noi. Dopo qualche secondo di oscurità, riempita da lamentele e fischi, la band rientra alla luce di una tremolante lampadina ambrata. L’acclamatissimo bis inizia con un medley che ci fa chiedere come i W.A.S.P. fossero riusciti a far convivere così tanti mostri in un unico climax: “Inside The Circus”, title track del loro terzo album del 1986, arriva per prima, tutta sfarzo e grandiosità, come entrare in un carnevale maledetto sotto i riflettori. Blackie sputa versi come una profezia: era, a dire il vero, assolutamente immenso. “Wild Child” da “The Last Command” del 1985 è un momento di perfezione rock: ancora spavaldo, provocatorio. Il vecchio volpone di Blackie sorride: sa benissimo che questo brano fa ancora fracassare teste contro il muro, e i fan la cantano con lo stesso amore con cui si canta un gospel. Non è una canzone vecchia: è una canzone eterna.

W.A.S.P.

Il concerto si chiude con “Blind In Texas”, sempre da “The Last Command”, e ogni battuta sembra capace di scoperchiare il locale da un momento all’altro. Quando il fuoco, inevitabilmente, si spegne, bruscamente, estatico, intriso di sudore, non sembra la fine di un concerto. Sembra la fine di una battaglia storica. I W.A.S.P. si inchinano, lanciano plettri e bacchette, alzano pugni, picchiano cuori, e Blackie Lawless rimane al centro del palco per l’ultima volta a godersi l’ovazione, ancora il bastardo predicatore del lato oscuro del Metal.

W.A.S.P.

Questa band è stata capace di lasciarci un marchio a fuoco, stanotte, intrecciando ogni traccia con la successiva, dall’inno all’incubo, un unico arazzo musicale di vendetta, teatralità e acciaio. Blackie Lawless, a quasi settant’anni, si aggira ancora come un pazzo per lo stage, e dopo quattro decenni i W.A.S.P. non si sono addolciti: si sono affinati. Stanotte non si è trattato solo di rivivere il passato, è stato più un rituale di evocazione: l'”Album One” non solo è vivo, non solo possiede ancora artigli feroci: ha dimostrato di essere immortale. Blackie Lawless non vuole ricordarci tanto il perché; si è assicurato che non lo dimenticassimo mai.

Articolo e foto di Simona Isonni

Set list W.A.S.P. Zurigo 30 luglio 2025

  1. I Wanna Be Somebody
  2. L.O.V.E. Machine
  3. The Flame
  4. B.A.D.
  5. School Daze
  6. Hellion
  7. Sleeping (In The Fire)
  8. On Your Knees
  9. Tormentor
  10. The Torture Never Stops
  11. Inside The Electric Circus / I Don’t Need No Doctor / Scream Until You Like It
  12. The Real Me / Forever Free / The Headless Children
  13. Wild Child
  14. Blind In Texas
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