Nostalgia, nostalgia canaglia che ti prende proprio quando non vuoi. No, che avete capito: non sto andando a un concerto di Al Bano. Però questo brano introduce bene la serata del 5 dicembre che profuma di passato remoto, direzione Kill Joy, per una serata che è tutto un programma: “Grunge Night”. Un progetto portato avanti da uno dei batteristi più potenti e talentuosi in circolazione: Mr. Will Hunt.

Gli anni ’90 per me sono stati un decennio folle e bellissimo, una sorta di Summer of Love lunga con i suoi immancabili drammi giovanili wertheriani da manuale. Beata gioventù, quella che crede di essere immortale. E la colonna sonora era una sola: il Grunge. Sì, i semi di Seattle sbocciavano negli animi dei giovani di quei tempi e, ancora oggi, sono vivi nei cuori di chi ormai ha iniziato a superare gli anta.

Basta sentimentalismi. Si entra nel locale, stasera mettetevi la camicia di flanella o magari un cardigan oversize, perché si ascolterà il miglior Grunge mai prodotto nella storia della musica. Sul palco, oltre al macina-bacchette della Florida, ci sarà al basso un altro americano, Steve Armeli – partner in crime per ammissione dello stesso Will – e alla voce e chitarra Alfredo Veltri, che stasera ha il non facile compito di cantare pezzi capaci di mettere a ferro e fuoco le sue corde vocali.

Il trio parte come una macchina da guerra: macina riff storici, fa cantare il pubblico. D’altronde, come non urlare brani come “Come as You Are” dei Nirvana, “Jeremy” dei Pearl Jam, “Rooster” degli Alice in Chains – ogni volta che parte questa canzone sento un brivido che mi attraversa la schiena – o magari “Everlong” dei Foo Fighters. Insomma, avete capito: la storia del Grunge straborda dal palco.


Will Hunt è lì con il suo stile pirotecnico e selvaggio, i capelli sempre al vento e le bacchette che vorticano senza sosta su piatti e tom… Insomma, un vero spettacolo. Ma i suoi soldati sul palco non sono da meno: Alfredo Veltri canta tutto in modo naturale e convincente, e soprattutto interpretare la complessità di Layne Staley senza sembrare una caricatura non è davvero cosa semplice. Steve Armeli, dal canto suo, riesce a incantare con il suo basso e che sia un musicista di esperienza si vede a occhio nudo.


Il pubblico si scalda insieme alla band. Nel locale echeggiano le vibrazioni degli anni ’90 – e sì, di camicie di flanella se ne vedono girare parecchie – e tutto è pronto a esplodere, manca solo l’innesco. Che ovviamente arriva con lei, la madre di tutte le bombe: “Smells Like Teen Spirit”. E non importa se l’avete sentita un milione di volte: quando parte dal vivo è come una granata lanciata nel petto.

Scendono dal palco, la musica è finita. Ho visto giovani urlare canzoni nate quando loro non erano nemmeno un progetto, e mi torna sempre la stessa certezza: la buona musica non invecchia, fermenta. Diventa più viva col tempo. Esco dal Kill Joy senza nostalgia addosso, ma con l’orgoglio di chi quell’epoca l’ha vissuta sulla pelle e la gioia di averla risentita stanotte suonare nel modo migliore possibile.
Articolo e foto di Daniele Bianchini


