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Gaube “Kulbars”

Sorprendente, psichedelico e impegnato album d’esordio

Il 10 marzo esce l’album d’esordio di Lorenzo Cantini, in arte Gaube, che ne ha curato testi e musica. “Kulbars”, prodotto da Francesco Cerasi, sarà disponibile in CD/LP e su tutte le piattaforme digitali per Bonimba / Santeria. Gaube, il nome è un omaggio al cognome della nonna (che in tedesco significa “abbaino”) di origini germaniche, proviene da Roccastrada in provincia di Grosseto. Ha 27 anni, età feconda e delicata per un musicista. Si è trasferito a Bologna città impegnata politicamente e terra tradizionalmente “di sinistra”, e forse anche per questo Gaube affronta il suo percorso artistico in modo del tutto peculiare. Con riferimenti a De André, Area e Rock Progressive classico, si presenta da subito con un impegno politico che non è comune, dove con “politico” non intendo necessariamente l’appartenenza a un partito ma il prendere con decisione una prospettiva e una linea d’azione chiara.

I novi brani dell’album non rispecchiano quasi mai la classica struttura strofa-ritornello ma procedono in modo lineare fornendo una sequenza d’immagini ed emozioni dove la freccia del tempo si percepisce ben presente. Fanno eccezione gli ultimi due brani “Arriverà” e “La Crepa e il Declino” dove s’intravede un impianto più tradizionale. L’orchestrazione di strumenti elettronici come mellotron, omnichord, sintetizzatori e acustici tra cui piano a coda, percussioni e chitarra acustica è particolarmente gradevole e ricorda la tradizione dei nostri migliori cantautori.

Il brano d’apertura, che dà il titolo all’album, è “Kulbars”. I kulbar sono portatori che trasportano merci a spalla, aggirando le dogane, attraverso i confini dell’Iran e su lunghe distanze, soprattutto nelle zone curde impoverite e montuose adiacenti all’Iraq. Braccati e spesso uccisi a sangue freddo dalle guardie di frontiera, rischiano la vita per pochi sporchi dollari nelle tre province dell’Azerbaigian occidentale, del Kurdistan e di Kermanshah, tutte confinanti con il Kurdistan iracheno. Si è introdotti in un’atmosfera nebbiosa tra effetti e pianoforte e ci vengono nominati molti personaggi: marinai, kulbar, operai, impiegati, NEED (acronimo inglese che sta per Not in Education, Employment or Training). Popoli di gente perduta che “aspettano qualcuno o qualcosa che faccia cose che tu ti aspetteresti soltanto da te”. Non è una sorpresa scoprire che il dio a cui pregano (un “cristo digitale”) è inefficace e la lotta è solamente virtuale. Il cambiamento spetta a ciascuno di noi secondo il famoso motto “Sii il cambiamento che vuoi vedere”.

“Verme” viene introdotto dalla voce di Gaube e un arpeggio di chitarra. Verme di nascita e di condizione permanente perché non c’è modo di elevarsi. Certo “’c’è chi può volare” ma il verme non può che strisciare: esistono genti fortunate, che hanno i mezzi per sollevarsi da terra. Verme rimani “se la fame non muore” e qualcuno fa in modo che ci sia solamente abbastanza per sopravvivere. Ma cambiare la propria condizione, quello no. Il protagonista ne prende coscienza. È in qualche modo un risveglio anche se particolarmente duro (ricordate il risveglio di Keanu Reeves in Matrix?). La parola “terra” ripetuta anche in altri brani ci ricorda sia la condizione dell’uomo (memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris) che quella del contadino che vi è legato, verrebbe da dire schiacciato. Legato alla terra e alla povertà, una condizione che ricorda le figure “eterne” dei contadini del film “I sette samurai” capolavoro di Akira Kurosawa.

“Spettro” inizia con ritmo scuro ed incalzante. L’effetto della voce la rende lontana e spettrale, appunto. Perché lo spettro “si aggira dentro di me” non è uno spettro esterno come quello di Amleto. E affrontarlo è perciò ancora più difficile. Ma è forse il “Verme” che riflette ancora su sé stesso?
Si canta “un desiderio di ribalta” e non di rivolta. Quindi, un desiderio di essere visto, di contare qualcosa per qualcuno. Se però la “visibilità” è negata, cos’altro ci si può aspettare se non un confronto violento (“E non lamentarti se impugna le armi, Tra botte e ingranaggi da troppi anni, …, chinato sui campi da troppi anni”).

“Sangue” è un brano diviso in due parti. La prima parte ipnotica, piena, ritmata. Inno a non rinnegare le proprie idee e posizioni nonostante si combatta “uno scontro che ormai più non c’è”. Lo scontro sociale che si è spento. Come canta De André in “La Domenica Delle Salme” parlando dell’Utopia scomparsa con la caduta del muro di Berlino “…il cadavere di Utopia, … Il giorno dopo c’erano i segni di una pace terrificante”. In questi mesi siamo testimoni di questa “pace”, che è ed è sempre stata solo di facciata.
La seconda parte, cantata in modo leggero ma con parole forti ci porta a lasciare il vecchio mondo già in fiamme su di una zattera. Soli e forse invisibili a chi procede per la propria strada senza farsi domande. Nondimeno, partecipiamo tutti di un destino limitato e “naturale”: “Carne tua è la soglia definisce i miei confini, carne è della terra come degli alberi le radici”. La distanza della voce lascia immaginare si tratti di una voce tra le voci. Non necessariamente personale; eppure, appartenente ad una persona.

Il quinto pezzo “Confini”, presenta intermezzi strumentali intensi, e parla di migranti che lasciano famiglie e terre. E vedono negli occhi degli altri l’appartenenza ad una casa che a loro è negata.
Migranti di terre e mari per cui il viaggio sembra non finire mai sia perché “un confine immaginario che se guardi è più lontano, ogni volta lo rincorri e si allontana mano a mano”; sia perché il destino è in mano a uomini privi di scrupoli che sfruttano le energie di altri “terre sconfinate modellate dalle menti di chi vince con le mani di chi perde”. Il brano “Muro”, uscito come singolo, tratta dello stesso tema del precedente “Confini” ma dalla prospettiva del migrante “bloccato”. Bloccato da un muro, inchiodato in un campo profughi. Ora è chiaro che la “triste necessità” sono un pozzo del destino da cui non si vede l’uscita. Tanto che è difficile immaginare la speranza con cui si è messo in viaggio. Davanti si ha l’Europa “Castello di false libertà”. Alle spalle cani e disperazione.

“Arriverà” narra di un’asimmetria. Chi ha troppo e chi troppo poco. Pezzo più rock del disco preconizza la nascita di mostri se le persone sono trattate come bestie. Chi sta in basso vive nella speranza che chi sta in alto faccia un bel volo di sotto e paghi per le proprie colpe. Il ritornello qui, infatti, è un augurio ripetuto più volte “vederti cadere dall’alto come un vaso di fiori”. “La Crepa e il Declino” è l’inno poetico di una generazione che non può più sognare i sogni dei propri genitori. Il mondo va in pezzi e “toccare il fondo è il nostro destino”. Possiamo sperare in una improbabile fuga (citazione da “Extraterrestre” di Eugenio Finardi “alieno portami via”) oppure notare che tra le crepe ci sono delle vie di fuga.

La poetica di Gaube cita spesso fantasmi, corpi, trasparenze ma dal punto di vista di chi ha preso coscienza dei problemi e non vuole voltare lo sguardo. E non sono problemi nuovi, anche se qualcuno ha definito recentemente l’Europa come “un giardino” circondato dalla “giungla”).
Chiediamoci come può un artista nel 2023 porsi di fronte a temi come la crisi della democrazia e della fiducia nei governanti, disuguaglianze sociali, sfruttamento capitalistico, crisi ambientale, migrazioni.
La risposta che mi do è che l’azione nasce dal pensiero, e ancor più dalla capacità di pensare che un’azione ci possa essere, prima ancora di concepirne una direzione e un disegno. In questo senso l’arte di Gaube può offrire ossigeno al nostro cervello e forza al pensiero orientato all’azione. Uscire dall’asfittico, avere la forza di guardare e di parlare: capire che non c’è speranza nello status quo e nel “va bene così”.

Articolo di Mario Molinari

Tracklist “Kulbars”

  1. Kulbars
  2. Verme
  3. Spettro
  4. Sangue (parte I)
  5. Sangue (parte II)
  6. Confini
  7. Muro
  8. Arriverà
  9. La crepa, il declino

Lineup Gaube: Lorenzo Cantini voce, chitarre, pianoforte, mellotron, omnichord / Davide Sorresina batteria e percussioni / Lorenzo Chiarello basso, sintetizzatore, elettronica / Emilio Valentino chitarra elettrica / Francesco Cerasi pianoforte, organo elettrico / Amedeo Monda chitarra classica /Alessandro Citterio Roland TB-303


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