Molte cose si potrebbero dire su “Precarious”, prima prova di Fathom The Abyss approdata sulle principali piattaforme digitali il 1 agosto. Dietro il moniker si cela una personalità musicale di sicuro rilievo, che al secolo porta il nome di Simone Roberto Rovetta, ma si fa chiamare SemonD. Qualcuno forse ricorderà il suo primo progetto autoprodotto, intitolato “Distance”, che esplorava territori affini all’Indie Rock e si articolava in canzoni che analizzavano le dinamiche di una relazione sentimentale difficoltosa.
“Precarious” si spinge oltre, allontanandosi dal genere precedente e avvicinandosi a lidi più vicini al Rock progressivo e alla sperimentazione, senza disdegnare qualche incursione metallica. Questa scelta è già di per sé motivo di curiosità, perché tutto il lavoro è stato realizzato da una sola persona che oltre a scrivere i brani, arrangiarli e suonarli come polistrumentista, li ha cantati, mixati e in sostanza ha autoprodotto il disco dall’inizio alla fine. A ventuno anni di età, non è poca cosa. Esiste un legame con il lavoro precedente, ma è tematico più che musicale: laddove “Distance” sondava i meandri psicologici di una storia complessa, “Precarious” ne descrive e per certi versi ne celebra la fine, attraversando quella che l’autore definisce una “costellazione emotiva”. Il risultato è una collezione di suite, quattro in totale, ciascuna suddivisa in tre brani. Non è difficile ravvisare una continuità che passa persino per i titoli, che possono essere letti tutti insieme come un riassunto del messaggio veicolato dall’album.
I temi sono profondi, e i testi non fanno sconti: sono di certo terapeutici per chi li ha scritti, ma permettono anche a chi ascolta di immedesimarsi – se lo desidera – in un groviglio di sentimenti non facile da districare. Il tema dell’elaborazione del lutto e della perdita finisce per plasmare la forma finale delle composizioni. I brani svelano un susseguirsi di strutture che si spingono oltre la forma-canzone più canonica, dilatandone la durata e correndo diversi rischi sia ritmici che armonici. In alcuni momenti, come nella title-track, emergono ancora le coordinate del cantautorato che orientavano il lavoro precedente, ma le aperture strumentali – spesso sorprendenti – portano la musica su un altro piano, naturalmente più alto.
Forse la considerazione più importante è proprio questa: constatare come nel 2026 un artista di indubbio talento possa concepire e produrre in completa solitudine un lavoro che un tempo avrebbe richiesto una squadra ben più ampia. Non solo: lo può pubblicare e promuovere in proprio. Certo, SemonD non è l’unico a farlo, ma un album “Precarious” è atipico nella scena delle autoproduzioni. Il modello dilagante del fai-da-te, supportato al massimo da “producer” che si fregiano di questo titolo senza esserlo davvero, non è forse il più adatto a questo genere di musica, che rimane peraltro minoritario e che non ha possibilità di inserirsi in un mercato popolato da quelle che Battiato definiva senza mezzi termini “immondizie musicali”. Un plauso quindi al coraggio dell’artista, che però suscita anche una riflessione: se a questo disco manca qualcosa, è proprio l’apporto di esseri umani veri, in grado di fungere da muri sui quali fare rimbalzare le idee per vedere dove vanno a finire. In mezzo a traiettorie sghembe e potenzialmente dispersive, certi brani avrebbero probabilmente beneficiato di una visione esterna. Per fare un esempio, un mostro sacro come Steven Wilson, potenzialmente in grado di produrre qualsiasi cosa in solitudine, si circonda di musicisti esterni scelti con molta cura. Mike Oldfield, negli anni d’oro, riuscì a compiere un miracolo intitolato “Tubular Bells”, ma i suoi lavori successivi non riuscirono a raggiungerne il livello, né a bissarne il successo – fino a che, naturalmente, l’autore non strizzò l’occhio al mainstream con “Moonlight Shadow”.
Il vero problema di chi lavora in proprio è l’inevitabile appiattimento della prospettiva che chiunque sperimenta quando si dedica a un progetto complesso e impegnativo per lungo tempo. Ciò che è bello, dopo un po’ non pare più così bello; e ciò che non funziona pare invece funzionare. È un vero peccato che i mutamenti del mercato stiano spingendo inesorabilmente in una direzione che tende a isolare i talenti, indipendentemente da quanto siano elevati. Ciò non significa che i progetti solisti siano negativi, anzi, ma sono difficili da fare andare in porto quando si appoggiano sulle spalle di un’unica persona.
Il paradosso finale è che questo rispettabilissimo progetto solista suona come quello di una band composta da un solo uomo. È difficile percepirlo per chi non è addentro ai meccanismi della produzione, ma l’album di un gruppo è diverso da quello di un solista, a causa dei compromessi necessari per portarlo a termine. Nel primo caso, più personalità si incontrano e si scontrano; la musica nasce da un equilibrio dinamico che può risultare distruttivo o stellare, talvolta sublime. Nel secondo, una sola personalità deve scendere a compromessi con sé stessa, e i ruoli possono essere vagamente schizofrenici. È difficile fare colloquiare l’io-chitarrista con l’io-bassista sotto gli occhi dell’io-cantante quando le tre entità occupano lo stesso corpo. Senza contare che, in un album solista, la canzone detta legge: gli arrangiamenti, le scelte sonore, la produzione sono funzionali a costruire la casa che ospiterà il brano che deve, naturalmente, valorizzare il solista: uno, non trino o addirittura multiplo. La critica è, naturalmente, costruttiva, perché è anche troppo facile notare la perizia strumentale, la verve compositiva e la passione divorante di SemonD, che è ancora giovanissimo e ha enormi margini di sviluppo. Qualcuno annoti il suo nome, perché in un mondo ideale dovremmo sentirne parlare. Il punto è che non sono affatto certo che questo sia un mondo ideale.
Chi mi conosce sa bene che non amo fare recensioni traccia per traccia, perché sono convinto che chi ascolta abbia il diritto di farsi sorprendere da ciò che scopre. Devo però menzionare ciò che ha sorpreso me: la formidabile cavalcata di “(Of) Swelling Love”, forse il brano strutturalmente più semplice del disco, che però regge un crescendo di sette minuti abbondanti e, soprattutto, non si affida a una singola parola. Come una suite psichedelica, parte dal nulla e finisce in un delirio di percussioni e cori che nella parte finale si stempera in un’oasi di staticità. Forse perché la verità ultima non prevede parole, forse perché una pennata nervosa sulla chitarra che poi si interrompe implica più di una costruzione sinfonica. Questo brano potrebbe indicare la direzione del prossimo album, che certamente ci sarà. In questo caso, sarebbe una direzione da non trascurare, perché suona quanto mai sincera e libera da sovrastrutture.
Articolo di Marco Olivotto
Track list “Precarious”
Act 1: Loss
1. (Will) Sorrow
2. (And) Resentment
3. (Be) Perpetual?
Act 2: Solitude
4. (We Don’t) Dream
5. (Of) Loneliness (For)
6. (It’s) Uncontrolled
Act 3: Resonance
7. Fathom The Abyss
8. (Of) Swelling Love (And)
9. (You’ll) Find Resonance.
Act 4: Rebirth
10. My Pace (Is)
11. Precarious
12. But, Once More, We’ll Rise!
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