Sono le due di notte e sto scrollando il telefono per l’ennesima volta senza un vero motivo, quando nelle cuffie parte la voce sussurrata di Paul Banks. Mi accorgo solo dopo qualche secondo che quel ronzio di fondo, quasi elettronico, non arriva dallo schermo ma dal disco stesso. È l’apertura di “This Mirror Weighs a Ton”, ottavo album degli Interpol, uscito il 28 agosto per Partisan Records: la prima volta che la band newyorkese pubblica per un’etichetta diversa da Matador, la prima volta in un decennio che torna a registrare a casa, a New York, città le cui contraddizioni li hanno resi celebri. Uno specchio non crea nulla, riflette soltanto, e il suo peso è quello della consapevolezza: guardarsi significa scoprire quanto siamo fatti di ciò che abbiamo già visto, ascoltato e vissuto. “This Mirror Weighs a Ton” è un disco ossessionato dall’idea che nulla, nel presente, sia davvero nuovo: il passato ritorna nella musica, nei comportamenti, nei ricordi, nelle immagini che consumiamo e persino nell’intelligenza artificiale.
Il futuro è già passato
La copertina segue la stessa logica: si tratta di un’opera già esistente, una scultura del 2013 dell’artista americana Addie Wagenknecht: un lampadario in stile barocco costruito con quattordici telecamere a circuito chiuso al posto di candele o lampadine, un oggetto pensato per illuminare e abbellire che invece ti sta osservando. Anticipa ciò che il disco racconterà, l’ansia di essere costantemente osservati, tracciati, catalogati da telecamere, droni, algoritmi che promettono protezione e restituiscono soltanto l’ansia del controllo.
“This Mirror Weighs a Ton” apre il disco, quasi un flusso di coscienza che attraversa una città e tutto ciò che la circonda, un rimuginare continuo, la percezione di uno schema di vita che si ripete incessantemente. Quando la band torna alle origini lo fa senza nostalgia: “See Out Loud” e “Wings On Fire” riportano in superficie i riff elettrici, ma è dentro “Iron City” che il disco rivela la sua vera ossessione, affidando a piano e sintetizzatori il racconto di un’intelligenza artificiale che promette di proteggere ciò che resta della famiglia umana, una promessa che genera più ansia di quanta ne risolva. Gave our son to the 1 and 0, canta Banks, e il rischio è quello del simulacro: un’opera che sembra nuova ma che, in realtà, è soltanto una rielaborazione infinita di ciò che è già esistito. Se una macchina può produrre all’infinito nuove combinazioni prese dal passato, cosa significa ancora essere originali e se stessi?
Coscienza, guerra e memoria
La stessa distanza meccanica torna in “Wounded Soldier”, che Paul Banks ha dichiarato nascere dalle impressionanti immagini della guerra in Ucraina osservate attraverso i droni. Lo sguardo dall’alto rende la violenza ancora più inquietante, e il groove, fortemente influenzato dal dub, sembra circondare e accerchiare continuamente l’ascoltatore, proprio come quei droni che osservano e inseguono, rendendo quasi impossibile trovare un punto da cui intravedere una speranza.
È un’inquietudine che si sposta di registro in “Ever the Actor”, presa di coscienza quotidiana, pirandelliana, di vivere dentro una realtà che chiede continuamente di interpretare un ruolo: crediamo di essere autentici, originali, irripetibili, ma spesso ci ritroviamo a ripetere gli stessi comportamenti e gli stessi ruoli. Il disco si concede anche una tregua onirica. “So Rides the Reindeer” è una cavalcata sognante, senza una destinazione precisa, ci si lascia cullare come in mare, in balìa degli eventi, sostenuti da una chitarra acustica raramente sentita negli album degli Interpol. “Darling Thoughts” le risponde come un monologo interiore, un dialogo con qualcuno che non è più necessariamente presente, chiedendosi se si possa amare il ricordo di qualcosa più di quanto si ami ciò che esiste realmente. Ma la maschera, a un certo punto, smette di bastare e crolla con “Wake Up”, dove la realtà e la coscienza tornano a galla e costringono il protagonista a fare i conti con ciò che aveva cercato di evitare.
L’equilibrio impossibile
È in “Bird and The Serpent” che il disco mette in scena più chiaramente la propria doppiezza, la convivenza di due esseri profondamente diversi, l’uccello e il serpente: l’aria e la terra, la leggerezza e il peso, l’elevazione e l’istinto. Un sintetizzatore grave e martellante sembra incarnare il serpente, qualcosa di terrestre, ripetitivo e fisico, mentre nel finale alle frequenze basse si aggiungono suoni sintetici più acuti, quasi simili al verso di piccoli uccelli, una ricerca di equilibrio difficile da raggiungere che nel finale lascia spazio a un beat di basso incessante. Ad accompagnare l’ascoltatore fuori scena è “Sudden”, un’uscita lenta e morbosa in cui la ripetizione della frase this is not sudden to me dà alla traccia una dimensione quasi circolare: la cosa che spaventa non è il cambiamento, ma la consapevolezza di continuare a ripetere gli stessi movimenti interiori. A guidare questa nuova trasformazione degli Interpol c’è Andrew Wyatt, uno dei produttori e autori più influenti del pop internazionale dell’ultimo decennio: Lady Gaga, Bruno Mars, Dua Lipa per “Barbie”, Rosalía e Charli XCX. Wyatt non smussa gli Interpol, li allarga: porta archi, fiati, sintetizzatori e un uso dello spazio che il gruppo non si era mai concesso, senza tradire quella tensione costante che resta la loro cifra più riconoscibile.
Negli ultimi anni la scena post-punk più giovane ha rimesso al centro una critica esplicita alla società contemporanea, e quella lezione sembra aver contagiato anche il revival dei gruppi rock nati nei primi anni Duemila che inizialmente non erano percepiti come politici. Gli Interpol si inseriscono in questo filone, osservando la società moderna con una tensione fredda e tagliente. Il disco non trova una soluzione alla crisi dell’autenticità, e non potrebbe: anche la ricerca di autenticità rischierebbe di diventare un’altra posa, un’altra maschera. Può soltanto prenderne coscienza. Così “This Mirror Weighs a Ton” diventa un album sul peso della ripetizione: il passato che ritorna nel suono degli Interpol, la memoria che ritorna nei rapporti umani, la guerra che ritorna attraverso la tecnologia, le maschere che tornano nei nostri comportamenti e, infine, la stessa introspezione che torna ancora e ancora. Lo specchio non ci mostra necessariamente chi siamo: ci mostra quanto di noi sia già stato riflesso altrove, in una scultura fatta di telecamere tanto quanto può essere in una canzone. Ed è forse questo il vero peso del titolo.
Articolo di Roberto Vezzoli
Track list “This Mirror Weighs a Ton”
- This Mirror Weighs a Ton
- See Out Loud
- Iron City
- Wounded Soldier
- Wings On Fire
- Ever the Actor
- So Rides the Reindeer
- Darling Thoughts
- Wake Up
- Enemy
- Bird and The Serpent
- Sudden
Line up Interpol: Paul Banks voce, chitarra / Daniel Kessler chitarra / Sam Fogarino batteria / Brandon Curtis tastiere / Brad Truax basso
Interpol online:
Website: https://interpolnyc.com
Instagram: https://www.instagram.com/interpol
Youtube: https://www.youtube.com/@InterpolNYC/featured
