Il 28 agosto, a ridosso della prima delle due date a Montesole dei CSI, è uscito il ponderoso volume di Michele Rossi dal titolo “Ho visto un’alba blu – Un racconto letterario dei CSI” (Baldini e Castoldi, 20 euro). Un testo importante, ricco, dotto, denso, che mancava. Dei CSI, o meglio del Consorzio Suonatori Indipendenti, si è scritto – non molto, in realtà, ma comunque si è scritto – ma l’impressione è che manchi sempre qualcosa. Non che il volume di Rossi completi e chiuda definitivamente il cerchio – vedremo perché affronteremo questo tema – ma è certo che il suo lavoro è e sarà, da qui in poi, imprescindibile.
Meglio ancora, direi che si può tranquillamente mettere dopo i dischi della band, come testo che completa, sorregge e sostiene tutto quanto. Un’opera certosina, monacale e maniacale, ricca di tutto quello che serve per far apprezzare un testo di questa specie nell’epoca di internet. Lo dico perché mi permisi di criticare, dal basso del mio spazio e delle mie conoscenze, un’altra monografia uscita tempo addietro sui CSI. In sintesi, mi permisi di scrivere che, di fatto – tolte le interviste ai protagonisti – di sostanza in quel testo non ce n’era molta. Tutto si poteva trovare in rete, con attente ricerca. Non è così in questo volume. Il saggio di Rossi, infatti, forte delle frequentazioni dirette dei protagonisti, dell’amicizia e della fedeltà alla band e ai vari progetti, fa chiarezza, mette in ordine, ricostruisce vicende e passaggi e, soprattutto, aggiunge materiale che, a oggi, non era presente in nessuna parte del web.
Questo fa capire che il recinto attorno alla band è ben stretto e la riserva apre le porte solo ad alcuni eletti, ma poco importa. Perché, nel lavoro di Rossi, non c’è solo sfoggio di amicizia, ma anche grande passione per il gruppo e per l’arte che questo ha saputo, e sa ancora, esprimere, oltre a una lucida visione d’insieme – necessaria per cogliere questo fenomeno nella sua complessità – che si fonde con uno stile di scrittura denso quanto serve per rendere omaggio alla materia trattata. A conti fatti, dunque, non si tratta di un libro semplice, né di un testo per tutti e per nessuno. Il volume presuppone almeno un’infarinatura della materia, e credo che Rossi abbia fatto bene a non essere troppo didascalico. Allo stesso tempo, non è un testo per fedeli a oltranza, perché l’autore sa essere critico quanto serve e quanto basta per leggere in filigrana ciò che succede e ciò che è successo, dall’inizio alla fine della vicenda.
Nel dettaglio per esempio, per dare qualche indicazione di massima, è interessante la scelta delle canzoni di cui si racconta (in parte) la genesi serve per narrare la storia della band, dalle origini, e cioè dalla fine dei CCCP, fino all’avvento, appena citato, dei PGR. Il secondo piano di lettura – seguendo la tesi di Umberto Eco – è che questa è la storia artistica di Giovanni Lindo Ferretti, leader della band. Anzi, il saggio può essere anche un buon Virgilio nel viaggio/commedia di “Percuotendo, in cadenza”, spettacolo e ora album del cantore di Cerreto d’Alpi. Infine, il volume non tralascia tutto il contorno, e cioè pagine davvero dense, non sempre di facile accesso – sempre che non si fosse presenti, più che ai fatti, quanto meno all’epoca – che spiegano la caduta dell’URSS, l’avvento della Democrazia Liberale e la conseguente idea di Fukuyama della “Fine della Storia”, fino alla tragedia delle guerre jugoslave, crepuscolo degli idoli dell’Europa e dei nostri.
Allora vien da pensare, mentre si legge, a due cose. La prima riguarda tutta quella fetta di pubblico sopravvissuta e sopravvivente che, nei live, sbuffa e grida “canta” a quegli artisti che ancora sanno leggere e interpretare il mondo. La vicenda dei CSI è anche questa, e il carburante di tre dischi splendidi è stata la storia, la politica, la società, il mondo, il divenire degli eventi, tutto scritto, però, con la maiuscola. La seconda riflessione riguarda il fatto che il libro è arrivato poche ore prima del debutto e che ora, dopo la lettura, si comprende il clima particolare che si è respirato nei sette concerti, ben diverso da quello degli show dei CCCP. Terminata la lettura, si capiscono le parole di Ferretti a Montesole: Non è facile stare sul palco dei CSI. Ripercorrendo quella storia, con tutti i suoi rivoli e le sue deviazioni, con l’accadere e il divenire che si sono prodotti, si comprende cosa c’è (e c’era) in gioco. Non solo rapporti fra artisti, non solo contratti, non solo reunion per smuovere cataloghi, ma vite, umanità e sentimenti. Senza dubbio, tutto questo ha sempre fatto la differenza, e il pubblico lo sa.
Ed ecco che le pagine – dense – dedicate alle guerre jugoslave sono preziose, soprattutto nella spiegazione delle vicende etniche, un ginepraio di crudeltà sul quale fare chiarezza è difficile. Lo stesso vale per la fine, per la mai troppo chiara vicenda del ritorno a Berlino, e Rossi svela che parole pesanti sono “eruttate” dalla gola di uno dei due protagonisti (leggere per scoprire di chi si tratta). Senza dimenticare il peso e il valore del ritorno: il ritorno a casa di Ferretti, quello della band sul palco, il rientro dai viaggi e il recupero di momenti di successo. A pag. 307 arriva la sintesi perfetta di tutto ciò che il volume rappresenta. Sono parole dello stesso Ferretti, da “Bella gente d’Appennino”: Occorre accettare ciò che di tragico ci sovrasta e ciò che di meraviglioso ci accade. Il destino, unito alla storia e all’alchimia dell’accadere – ci spiega Rossi – ci ha fatto accettare il tragico, che ci ha sovrastato. La band è implosa e non può che tornare in scena con attenzione, senza trionfalismi, ma con calma apparente. Allo stesso tempo, negli anni ’90 c’è stato un ecosistema che ha permesso un accadere meraviglioso, in cui la tragedia ha saputo ispirare una forma d’espressione artistica alta e nobile. Nel 2026 – e nel prossimo 2027 staremo a vedere – è accaduto ancora qualcosa di meraviglioso, che non era e non è previsto. Nel libro – redatto in 10 anni, come Rossi e Ferretti hanno spiegato a Mantova, al Festivaletteratura – non si fa alcun accenno al presente, alla reunion e al ritorno. Si dà enfasi alla fine, che è stata una mannaia su una diade, una delle più creative che ci siano state nel nostro Paese, come quelle formate da Battisti e Mogol, Gaber e Luporini, Pagani e De André, Bubola e De André, ma del presente non si dice nulla. Rossi rispetta l’accadere e, con esso, dà valore all’accaduto, arricchendolo non di pettegolezzi, ma di sostanza, utile a capire bene come si sia plasmata la forma.
Unico piccolo neo, a volerlo chiamare così, è che Rossi dedica tutto lo spazio alla parola, centrale ovviamente nei CSI. Poco spazio è riservato alla musica, ed è proprio questo il saggio che ancora deve essere scritto. Però una certezza oggi c’è: sulle parole dei CSI, il contributo che serve per capire oggi esiste già, ed è questo testo di Rossi. Il volume è il secondo capitolo, dopo il primo dal titolo “Condotti da fragili desideri – Parole e liturgie dei CCCP – Fedeli alla linea” (la nostra recensione). Ora non resta che mettere in cantiere – o portare a compimento – il terzo volume e chiudere il cerchio, dedicando un testo ai PGR, perché “Montesole”, “Cronaca Montana” e “Orfani e vedove” hanno bisogno di qualcuno che li valorizzi come si deve.
Un testo splendido, per davvero.
Articolo di Luca Cremonesi
