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Radiodervish live Reggio Emilia

Dalle radici mediterranee alle ferite del presente, una scaletta che trasforma la musica in racconto e incontro

Fra i tanti meriti del festival “Il Rumore del Lutto”, che da 20 anni organizza eventi che lo hanno reso uno degli appuntamenti più interessanti del panorama musicale nazionale, c’è quello di aver (ri)portato nel Nord Italia i Radiodervish, che si sono esibiti domenica 1 novembre a Reggio Emilia al Teatro Cavallerizza. Atmosfera intima all’aperture delle porte, con l’umidità reggiana poco fuori dalla porta. Il calore del legno dell’ingresso ha spinto il pubblico de “Il Rumore del Lutto”, persone spesso vestite di nero, con filosofia di vita fra il dark e lo spleen, ad unirsi nell’attesa di un concerto che, sulla carta, tutto ha fuorché le caratteristiche per essere di casa in questo festival. Eppure la magia che questo contenitore, che in due decenni ha saputo costruirsi una precisa identità alternativa senza essere scostante, ha permesso per una sera di abbandonare i suoni grevi e cupi di Diamanda Galas, uno degli appuntamenti più attesi di questa edizione della rassegna, e l’universo new wave di un Garbo d’annata, ma sempre di grande qualità, e di buttarsi nelle sonorità del bacino mediterraneo.

I Radiodervish, band che meriterebbe ben altro riscontro da quello che ha ottenuto dal 1997 fino a oggi, da quando cioè è nato il sodalizio artistico tra il cantautore italo-palestinese Nabil Salameh e il musicista Michele Lobaccaro, hanno riscaldato la lunga notte autunnale emiliana. Ma non con tessiture sonore alle quali ci hanno abituato altri cantori del mare nostrum. I Radiodervish, infatti, con grande sapienza, hanno messo in scena uno show fatto di ottima contaminazione musicale, e cioè il meglio di quello che sanno fare, e di parole attente, efficaci e necessarie per riflettere.

L’album più frequentato è stato “Centro del Mundo”, lavoro del 2002 che ha fatto fare il salto di qualità alla band. Ad aprire però la scaletta, sotto gli occhi di un pubblico attento di affezionati, e di Massimo Zamboni, storico chitarrista dei CCCP e dei CSI, reggiano doc, è stato “Cento mondi”, pezzo preso da “In Search Of Simurgh” del 2013, traccia che ha fatto subito intuire come la serata avrebbe avuto un filo conduttore preciso: il dolore che si vive attualmente in alcune parti del Mediterraneo e, con questo, la necessità di restare umani. “Stay Human”, omaggio commovente al giornalista Vittorio Arrigoni, è stato il cuore dell’esibizione, canzone che idealmente ha chiuso il cerchio che si era aperto con “Cento mondi”.

Un impegno, quello dei Radiodervish, che si è sempre caratterizzato nella capacità di creare ponti, legami, contaminazioni, senza eccedere mai nel mero folklore del mare nostrum. “Due soli”, con cui hanno chiuso i bis, è di fatto la miglior conclusione che potevano mettere in scena, e così è stato, a dimostrare come il dialogo e l’incontro, possibile nella musica, è quell’utopia che oggi occorre inseguire per cercare di restare fra gli umani, e non sfociare nel disumano imperante.

Nel mezzo, fra questi poli, il meglio del meglio della band, con momenti toccanti – e inattesi per questo Festival – come il coinvolgimento diretto del pubblico nei cori di “L’immagine di te” e in “L’Esigenza”, brani che pur se non hanno ancora avuto la forza di diventare popolari (peccato), sono comunque iconiche canzoni che da sempre esaltano il lato più pop del gruppo. Nabil Salameh sa essere vero leader morbido, capace di far arrivare diretti i messaggi, senza nessuna irruenza e senza l’intellettualismo che la sua musica gli permetterebbe di sfoderare.

“Luglio Agosto Settembre Nero”, cover apparsa in “Cuore Meridiano”, è l’unico pezzo che è apparso meno incisivo rispetto alla versione su disco, ma poco importa perché nell’economia di questo evento è il brano che ci voleva. Dopo un omaggio splendido a Battiato, realizzato alcuni anni fa, qui, in questo contesto, in questa narrazione, sono gli Area che ci stavano a pennello. La chiusura è con “Centro del mundo”, per poi spostarsi nei bis che, con “Ave Maria” e “Gaza”, hanno reso chiaro ed evidente come i Radiodervish siano attenti a una sponda mediterranea che racconta storie, ma che grida sofferenza e cerca pace.

Un ottimo concerto, che conferma come questa band sia una delle migliori formazioni presenti nel mondo sotterraneo della musica italiana che, seguendo l’adagio di Brian Eno, si è mossa ben al di fuori e ben lontana dai ritmi soliti del blues. Cosa che ha permesso loro di dare vita ad un unicum di suoni orientali e approdi occidentali. Il tutto tenuto in perfetto equilibrio dalla voce e dal canto di Nabil Salameh, artista unico nello Stivale, che meriterebbe, come questa band, riconoscimenti importanti, dopo 30 anni di onorata attività.

Articolo di Luca Cremonesi 
Crediti foto: Elisa Magnoni – Il Rumore del Lutto Festival

Set list Radiodervish 1 novembre 2026 Reggio Emilia

  1. Cento mondi
  2. Rosa di Turi
  3. Iblis – Ti protegge
  4. Bombay Salam
  5. Taci
  6. Les Lions
  7. L’immagine di te
  8. L’Esigenza
  9. Stay Human
  10. Out of time
  11. Lontano
  12. Porti
  13. Erevan
  14. Luglio Agosto Settembre Nero
  15. Centro del mundo
  16. Ave Maria
  17. Gaza
  18. Due Soli
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