15/02/2026

MGK, Bologna

15/02/2026

Edoardo Bennato, Bologna

15/02/2026

Fatur, Milano

15/02/2026

Ghostwoman, Torino

16/02/2026

Giovanni Lindo Ferretti, Roma

16/02/2026

Wu Lyf, Segrate (MI)

17/02/2026

Amy Macdonald, Milano

17/02/2026

Statuto, Torino

17/02/2026

DINìCHE, Milano

17/02/2026

Wu Lyf, Segrate (MI)

18/02/2026

A.A. Williams, Milano

18/02/2026

Grandson, Milano

Agenda

scopri tutti

A proposito di ICE

Perché il Rock parla di violenza ma è sempre contro la violenza

Metodi da Gestapo. A sottolinearlo, senza mezze parole, è Bruce Springsteen, che da un palco del natio New Jersey verso la metà di gennaio 2026 ha criticato aspramente la polizia federale preposta ai controlli doganali e di immigrazione, la ormai tristemente famosa ICE (Immigration and Customs Enforcement). Tristemente famosa perché solo a Minneapolis nelle ultime settimane ha sparato e ucciso due cittadini inermi solo perché ha applicato con eccesso di zelo le politiche xenofobe di Trump.

Diciamoci la verità: gli americani hanno sempre avuto questa ossessione per le armi. Pistole, fucili, missili, esplosioni, droni e portaerei sono tutta roba che appartiene all’immaginario e alla retorica bombastica a stelle e strisce. Come ogni ossessione, però, anche questa si presenta nella forma di un dilemma dai tratti schizofrenici che oscilla tra bene e male, tra sollievo e sofferenza, perché se le armi sono capaci, almeno in via teorica, di garantire sicurezza e libertà, allo stesso tempo sono anche perfettamente in grado di reprimerle entrambe. È un dualismo dal quale non se ne viene fuori facilmente: da un lato il diritto costituzionale tutto yankee di andare in giro armati per deterrenza o autodifesa; dall’altro, orde di psicopatici che senza fatica si procurano un mitra per fare stragi nelle scuole o poliziotti dal grilletto facile, che si sentono gli sceriffi di qualche nostalgico Spaghetti Western.

Tornando alla musica rock, fenomeno culturale made in USA e certamente specchio della società in cui è stata concepita, ha mostrato spesso l’ambiguità di questa ossessione: le armi possono simboleggiare l’orgoglio, la libertà e la potenza di un popolo, ma anche strumento di repressione e violenza gratuite. Nel Rock si nota spesso questa ambivalenza, questo desiderio di parlare di armi da fuoco, a volte addirittura senza nascondere una certa attrazione verso di esse, ma condannando sempre lo spargimento inutile di sangue.

Pensiamo all’iconico logo dei Guns N’ Roses, dove il freddo e luccicante metallo dei revolver si intreccia con la gentilezza delle rose, esempio di una band che sceglie le pistole nel nome e nell’immagine ma che poi canta contro la violenza in Civil War (Guarda i giovani uomini che lottano / guarda le giovani donne che piangono / guarda i giovani uomini che muoiono / … / Non hai bisogno di una guerra civile / ingrassa i ricchi mentre seppellisce i poveri). La stessa ambiguità si può notare già agli albori del Folk Rock, quando una giovanissima Cher – occhi di cerbiatta e già vittima di violenza domestica da parte di Sonny Bono – descrive metaforicamente un amore tossico cantando di colpi di pistola a forza di onomatopee (Bang bang, mi hai sparato / Bang Bang, sono caduta a terra / Bang Bang, che rumore terribile / Bang Bang, l’amore mio mi ha sparato). Qualche decennio dopo, Kurt Cobain, proprio lui che avrebbe messo fine alla propria vita con un colpo di pistola, cantava, anzi giurava, in “Come as You Are” di non possederne una (And I swear that I don’t have a gun ovvero Giuro che non ho una pistola).

Poi ci sono le canzoni in cui la violenza è raccontata come legittima difesa. Sia ben chiaro, si tratta di una violenza che non è osannata ma al massimo compresa. È il caso degli Aerosmith, e di Janie, protagonista coeva al Grunge di Seattle, che al contrario della canzone dei Nirvana, la pistola ce l’ha davvero (“Janie’s Got a Gun”) e la usa per difendersi da un padre pedofilo. In questa lista di rocker che hanno cantato temi socialmente impegnati non potevo certo dimenticarmi dei leggendari Lynyrd Skynyrd, che a metà degli anni ‘70 già criticavano le pistole economiche, chiamate in gergo le Saturday Night Special, cantando nell’omonima canzone tutto il disgusto per questi strumenti di ottusa violenza impulsiva (Oh lasciami spiegare per bene / Le pistole sono fatte per uccidere / Non sono buone a nient’altro).

Cinquant’anni più tardi, la musica non è cambiata. A differenza, forse, di altri generi musicali come il Rap, che spesso esaltano la violenza e vedono nell’uso delle armi l’unica soluzione possibile come rimedio alle controversie, ai dissing, alle faccende private o alle lotte tra gang, il Rock torna sempre a criticare la violenza, anche da altre angolature. Per esempio, le ripetute critiche di Tori Amos nei confronti di una amministrazione che fomenta e normalizza la misoginia e la discriminazione di genere. Il suo diciottesimo album in studio, che uscirà ad aprile con il titolo In Times of Dragon, promette, a suo dire, una critica dura a chi sta distruggendo la democrazia. Senza mai nominare il presidente Trump, Tori Amos ha fatto ben intendere da quale parte soffiano i venti di totalitarismo, e chi sia il “drago” che vuole soffocare la libertà della gente esercitando un controllo da tiranni, cercando di ridurre i cittadini al silenzio.

Nell’attesa che il numero di artisti (non solo rock) contrari alle politiche ICE cresca ulteriormente, alcuni magazine hanno già cominciato a monitorare la scena musicale e le dichiarazioni di chi se ne è dissociato completamente. Tra i nomi che circolano più spesso si leggono SZA, Tom Morello, Dropkick Murphys, Sabrina Carpenter, Jesse Welles, Olivia Rodrigo, Zach Bryan (che ha pubblicato a gennaio una canzone anti-ICE), Joey Valence & Brae, MGMT, Semisonic (guarda caso, originari di Minneapolis). E c’è da scommetterci che questa scia di dissenso, che ha già toccato anche diversi artisti europei, si allungherà.

Articolo di Giuseppe Raudino

© Riproduzione vietata

Iscriviti alla newsletter

Condividi il post!