“Consorzio Suonatori Indipendenti – Una storia – Indipendenti oltre la storia” (Arcana 2025, 13,50 euro), scritto da Alessio Barettini, è senza dubbio alcuno il libro con la peggior copertina di sempre. Tuttavia, il contenuto è decisamente migliore dell’immagine di presentazione di queste 120 pagine dedicate alle band di Ferretti, Zamboni, Maroccolo, Canali, Di Marco e Magnelli. Un volume agile, ma non per questo meno interessante di saggi ben più corposi. Non solo, il testo ha anche il pregio, come già accaduto con lo scritto di Giacomo Bottà sui CCCP (la nostra recensione), di essere redatto da uno studioso appassionato che è lontano dal gruppo di esegeti che, in questi anni, ci hanno aiutato a conoscere molti dettagli del mondo C.S.I. Il pregio, dunque, è di avere uno sguardo altro, magari meno dettagliato e ricco di aneddoti personali, sulla storia della band, sui suoi riferimenti e sulle spiegazioni di testi, vicende e rapporti personali.
Il focus del libro è su Massimo Zamboni che, a lettura finita, risulta essere – per Barettini – il perno del mondo C.S.I. Certo, anche Ferretti, ma è chiaro che lo stile, la poetica e soprattutto la scrittura di Zamboni piacciono molto a Barettini. Non è un male, anzi. In fin dei conti tutto nasce a Berlino, dall’incontro fra Zamboni e Ferretti, e da loro due parte la storia. Ad oggi, a conti fatti, questa vicenda è narrata sempre dal punto di vista di Zamboni, del quale sappiamo più o meno tutto – o comunque tante cose – di quell’estate a Berlino. Emerge chiaro, poi, che l’apporto intellettuale di Zamboni è fondamentale per “Tabula Rasa Elettrificata”, soprattutto per la parte spirituale. D’altronde, anche in questo caso, Barettini fa capire che per comprendere a fondo il chitarrista reggiano serve scavare anche nella sua storia privata, raccontata, ad oggi, in alcuni libri che l’autore elogia, e non senza ragione: “L’eco di uno sparo” (Einaudi), “La macchia mongolica” (Baldini + Castoldi), “Nessuna voce dentro” (Einaudi). Da questi libri, Barettini distilla un ritratto culturale di Zamboni che, ad oggi, pochi avevano tratteggiato con tanta chiarezza, e che comunque ha il suo senso d’esistere nella lettura di una band dove il singolo non è mai stato inteso come scevro dall’insieme.
Il ruolo di Ferretti è messo da parte, ma chiaramente non escluso, perché sarebbe un clamoroso falso storico, ma il suo apporto è fatto comunque eagire con la peculiarità degli altri componenti della band. La parte dedicata ai singoli componenti del C.S.I., anche se pecca di alcune mancanze – nel senso che si parla solo ed esclusivamente dei sei componenti sempre presenti – è forse troppo stretta per Canali. Scrivo questo dopo il tour del 2026, ma è anche vero che il volume è uscito nel 2025, e dunque ci può stare che l’apporto di Canali, a quel tempo, fosse sottostimato. Tuttavia, il contributo di Canali non è da sottovalutare, o comunque da relegare in secondo piano.
Interessante, invece, la lettura critica dei tre dischi, con tanto di contestualizzazione. Di ogni album – e Barettini sceglie di limitarsi solo ai tre dischi di inediti, senza passare in rassegna live e raccolte – l’autore racconta in breve la genesi, con tanto di mappe e geografia alla mano. Buono anche il pezzo su “Linea Gotica”, disco che solitamente nessuno dice dove sia stato registrato. “Ko de Mondo” occupa la maggior parte dello spazio, ed è giusto che sia così, lavoro che con “Linea Gotica”, che comunque ha pagine già comunque dignitose, sono, a detta dell’autore, dischi dove la storia comanda ancora, e dove la ricerca di un senso e di una grande narrazione, anche solo per nostalgia, sono centrali. Tutto cambia, invece, con “Tabula Rasa Elettrificata”, album che devia verso una ricerca interiore e spirituale che lo rende, così sostiene l’autore (e noi concordiamo con lui), un unicum vero nel panorama musicale italiano.
L’unico vero difetto del libro, oltre alla pessima copertina, è la brevità. Soprattutto nel capitolo finale dedicato al lascito della band. Qui, senza dubbio alcuno, ci si aspettava qualcosa in più. Era richiesto e naturale, dato che fino a quel momento si erano fatti ben reagire i pezzi di storia, musica, testi, spiritualità e senso della fine, con tanto di slancio verso qualche novità, che dominava negli anni ’90. Barettini, invece, taglia corto, e anche troppo, e ci lascia con un leggero amaro in bocca. Al termine della lettura, sarebbe stato bello sapere davvero cosa ne pensava l’autore della fine, del collasso e della carriera troncata di una delle band più rappresentative del connubio fra arte, musica e senso.
Articolo di Luca Cremonesi
