11/08/2026

Litfiba, Palmanova (UD)

11/08/2026

Gogol Bordello, Trieste

11/08/2026

Road To Bay Fest 2026, Bellaria Igea Marina (RN)

11/08/2026

C’mon Tigre, Lamezia Terme (CZ)

11/08/2026

Gaia Banfi, Lamezia Terme (CZ)

11/08/2026

C’mon Tigre, Lamezia Terme (CZ)

12/08/2026

Dropkick Murphys, Bellaria Igea Marina (RN)

12/08/2026

Therapy?, Bellaria-Igea Marina (RN)

12/08/2026

The Zen Circus, Lamezia Termze (CZ)

12/08/2026

Good Riddance, Brescia

12/08/2026

Tutti Fenomeni, Lamezia Terme (CZ)

12/08/2026

Road To Bay Fest 2026, Bellaria Igea Marina (RN)

Agenda

scopri tutti

Davide Grassi “From Genesis to Transformation”

Volume che attraversa mutazioni, scelte estetiche e ricezioni divergenti, restituendo ai Genesis la loro evoluzione senza mitologie

Il volume “From Genesis to Transformation” (Segni e Parole, 16 euro) di Davide Grassi, giornalista ed esperto dei Genesis, è uscito il 20 giugno. Un testo scritto con passione e (tanta) competenza, aspetti non sempre uniti nel mondo delle piccole realtà editoriali. Il saggio, per stessa ammissione dell’autore e di Marco Zatterin, che firma la prefazione, è definito come una sorta di bignami e compendio della storia dei Genesis. Credo che queste definizioni non rendano giustizia però a un saggio che, pur se non aggiunge molto alla storia dei Nostri – ma appunto questo non era l’intento del volume – è comunque un testo che regala correttezza filologica, attenzione alle date e ai riferimenti, qua e là aneddoti poco noti e, soprattutto, tanta onestà nei confronti della storia dei Genesis.

Mi spiego. Se, come scrive Grassi, i Genesis hanno una vicenda anomala nel panorama della musica contemporanea, è altrettanto vero che la storia della loro ricezione è altrettanto particolare. Direi che si può distinguere la faccenda in tre gruppi. I puristi, fedeli a oltranza, per i quali tutto finisce con l’uscita dal gruppo di Peter Gabriel. Storia nota, trita e ormai diventata pesante anche per gli stessi protagonisti. Poi c’è un secondo filone, i convertiti, quelli cioè che scoprono i Genesis – lo sottolinea bene anche Grassi in alcuni passaggi del volume – dopo la svolta pop-rock. Che, a conti fatti, sono ben tanti. Anzi, non che la qualità si debba per forza misurare con i numeri, ma, insomma, la storia della band dopo l’addio di Steve Hackett è una vicenda per la quale molti gruppi firmerebbero il patto con il diavolo. Ricordo che fare pop non è così facile come sembra. I numeri raggiunti dai Genesis di Collins non sono neppure minimamente nelle corde dei Pink Floyd pop di Gilmour, per dirne una. Quindi – e si arriva al terzo gruppo – c’è chi, come scrive Grassi a pag. 139, ha capito che la storia dei Genesis non è soltanto il racconto di una band che cambia formazione e linguaggio musicale: è anche la storia di un’evoluzione tecnologica costante, che accompagna e spesso anticipa le trasformazioni artistiche del gruppo. Ecco, chi sostiene questo – come d’altronde lo stesso Grassi, che non nasconde mai comunque preferenze, delusioni e amori – è una setta ristretta, insomma li possiamo definire come i Catari dei fan dei Genesis. Gente che però è in buona compagnia, perché i musicisti apprezzano i cambiamenti che sono figli di epoche diverse.

Grassi è chiaro in alcune pagine: che ne sarebbe stato dei Genesis prog negli anni ’80? Macchietta di se stessi? Certo, la controprova non c’è. Ma è pur vero che abbiamo gli album da solista di Gabriel, e di prog, in quei lavori, c’è ben poco. Dunque, il primo che si è stancato – diciamo così – di quella musica è proprio lui. Hackett è l’unico che prosegue sul cammino, e la scheda dedicata al chitarrista è interessante per la disamina, pur se breve (peccato), dei suoi album da solista, ma è ancora oggi un giapponese che resiste nelle isole del Pacifico. La guerra è finita, ma lui non ci crede e porta avanti un Verbo per pochi eletti e resistenti. Quindi, a conti fatti, l’anomalia dei Genesis – ed è questo l’ottimo messaggio che esce da questo libro – è anche nella loro storia, che è quella di un’evoluzione e di un cambiamento che ha fatto vivere la band fino agli anni ’20 del 2000, quando altri si sono estinti ben prima, pur se puri, ok, ma di fatto scomparsi e finiti in piccoli club, a suonare per pochi fanatici.

La prima parte del libro ricostruisce la vicenda storica, tenendo però il timone ben saldo in mano e mostrando come la mutazione e la trasformazione siano elementi decisivi della band. Ma queste caratteristiche ci sono sempre state. Dall’avvicendamento di alcuni musicisti, alla scelta di evolvere nel prog, fino agli addii, che non si sono mai trasformati in guerre e sconfessioni (si veda il triste epilogo di questi anni di Waters e Gilmour). Insomma, nessuno ha mai risuonato “Firth of Fifth” senza la chitarra di Hackett, sempre per dirne una. Il testo, dunque, racconta questa storia, con gli occhi del fan e dello storico, e con il taglio giornalistico di chi sa mettere bene in evidenza ciò che conta. Allo stesso tempo è un volume che fa venir voglia di riascoltare brani e dischi, perché Grassi non si sottrae e dice la sua, analizza e contestualizza esecuzioni, canzoni e testi.

Fra i pregi del libro, l’intervista (pur se troppo arida) a Hackett, le schede finali dei singoli musicisti, soprattutto dei turnisti importanti come Chester Thompson e Daryl Stuermer (ma non solo), l’immancabile scheda dei migliori bootleg (che fa spendere soldi subito su Vinted), una discreta discografia e, a chiudere il tutto, una riflessione sul prog e la sua vita, Italia compresa. Insomma, un bel volume che non annoia i membri della setta di cui si diceva sopra, e che lascia puristi e convertiti convinti delle loro opinioni, e che aggiunge qua e là informazioni per i curiosi e per chi ama la musica di un gruppo che ha saputo evolvere, crescere e invecchiare bene. Ecco, un gruppo che è invecchiato bene, senza diventare lo spettro di se stesso.

Articolo di Luca Cremonesi 

© Riproduzione vietata

Iscriviti alla newsletter

Condividi il post!