Davo per scontato che il volume di Steve Wynn “Non lo direi se non fosse vero. Memorie di musica, vita e Dream Syndicate” non sarebbe mai stato tradotto. Invece, con mia grande sorpresa, il 21 gennaio la casa editrice Jimenez lo ha dato alle stampe (€ 22,00), nella traduzione di Gianluca Testani, rendendo così disponibile il testo in un prestigioso catalogo ricco di autori americani contemporanei. Io l’ho scoperto sono 20 giorni fa, ma non potevo faremo sfuggire. La monografia del leader e fondatore dei Dream Syndicate è un testo anomalo, in piena sintonia con la musica che la band, a più riprese, ha saputo produrre. Una storia, quella di Wynn, che viene raccontata in modo onesto, senza tanti artifici letterari, ma con onestà e con la serenità di chi non deve dimostrare nulla a nessuno. Una vicenda che racconta di un mondo fatto di gavetta, sacrifici, scommesse vinte, strada macinata, live show, amicizie importanti (U2 e R.E.M. su tutti) per essere fondamentalmente sempre e solo se stesso.
Dal garage del padre, storia che in Italia conosciamo bene, fino al nomadismo che caratterizza la parte centrale della vita di Wynn, e fino ai tour europei, l’amore per la Grecia e l’Italia, i dischi anomali e la voglia di suonare, senza attaccarsi a un’identità. Tutto questo, e tanto altro ancora, lo trovate in queste 300 pagine dense, non sempre ben scritte, spesso a ritmo lento, ma non per questo non degne di un protagonista della controcultura americana. Se non controcultura, quanto meno della cultura che ha saputo mantenersi ai margini di uno star system che è diventato imperante. Che il sogno ci fosse è chiaro, legittimo e non del tutto anomalo. Ed ecco che i primi tour sono comunque decisivi per formare il carattere di un artista che, oggi, calca palchi importanti tanto quanto gira in solitario con chitarra e voce per concerti intimi da solista.
Il libro è schietto, onesto, non nasconde dipendenze varie, dall’alcool alle droghe, ma ne fa capitoli e parentesi di una vita che, a conti fatti, è degna di essere vissuta anche in questo modo. Così gli eccessi non sono evidenziati tanto quanto non vengono celati e nascosti. Se ne prende atto, come lo stesso autore vuole. Sono passaggi, istantanee, momenti, pezzi di vita che, messi insieme, compongono un bel mosaico. Poi c’è tanta musica, ma non come ci si aspetta. Se si pensa di trovare qua playlist o elenchi di quanto Wynn ascolta e ha ascoltato, resterete delusi. Allo stesso tempo Wynn racconta, in modo molto lucido, le difficoltà dello studio, la fatica dei tour e le condizioni esistenziali che questa situazione, se ripetuta, porta inevitabilmente con sé. Altra sezione onesta è quella dove Wynn parla del lavoro in studio. Certo, si perde la poesia di chi crede a spiriti e presenze fra le mura, di chi pensa che anime, libere e dannate, si intrattengano vicine ai musicisti, ma anche la poesia delle muse che cantano nell’orecchio del fortunato. Wynn è chiaro: in studio – riassumo – si lavora, e si trovano soluzioni. Nulla piove dal cielo.
Ci sono session serene, come quelle del primo lavoro, che porterà la band ad avere buone recensioni, ma anche contratti e attenzioni. Il secondo disco, quel capolavoro di “Medicine Show”, album di recente riedito in un splendido cofanetto con molto materiale inedito, è invece frutto di tensioni, nervosismo e lunghe, lunghe session per chiudere un album che consacra la band nel mondo dell’underground statunitense e che apre le porte ai luoghi più impensabili dell’Europa, dai Paesi nordici al sud del sud dell’Europa, e cioè la Grecia.
A questi aspetti si aggiungono quelli umani, e Wynn è signore, ma non manda a dire nulla a nessuno, e si trova così la sua comfort zone dalla quale suonare e farsi suonare. Le donne non vengono messe in mostra, pur se Wynn non nasconde i nomi e le avventure, tutte però umane, molto umane, e meno male. Nessun eccesso da rockstar, e se non fosse per la passione per il bere, Wynn sarebbe l’artista perfetto. E invece le pagine del successo sono la cartina di tornasole di un mondo nel quale i Dream Syndicate si sono affacciati, con meriti e onori, ma che – per loro stessa ammissione – non hanno mai amato. In questo modo una certa purezza è rimasta in Wynn e nella band, nonostante ci siano stati cambi di formazione in varie fasi della vita del gruppo. Il libro racconta principalmente la prima fase della vita artistica del Nostro, mentre la rinascita e il ritorno (siamo però già in un 2000 ben avanzato) non vengono analizzati.
Un bel volume, lungo e denso, dove i riferimenti canonici sono assenti, perché Wynn e i suoi Dream Syndicate hanno sempre scelto di essere minoritari (non sempre con consapevolezza, va detto…). Questo aspetto non deve essere dimenticato, anzi necessita di chiarezza. L’America di Wynn, così come il suo percorso, non hanno creato una macchina da soldi, ma un artista capace di grande coerenza, di dinamismo e di scrivere belle canzoni. Ed ecco che sono simpatiche le pagine dove si parla di prestiti, di spese difficile da sostenere, di show per raccogliere fondi. Il tutto per mostrare come la musica sia un lavoro dove la fatica paga, ma non sempre rende ricchissimi. Una monografia ottima per conoscere un ottimo musicista, fra i pochi ormai con la sua statura.
Articolo di Luca Cremonesi
