Nicola Manzan intervista, giugno 2021

Abbiamo incontrato Nicola Manzan a Sesto Fiorentino in occasione della presentazione del suo ultimo lavoro “La città del disordine, storie di vita dal manicomio di San Lazzaro” (Overdrive, Dischi Bervisti, CD/LP), uscito il 7 maggio 2021. Quello che colpisce di più della sua carriera artistica è la peculiarità da un lato e la completezza dall’altro.  Musicista classico, ha studiato al conservatorio e poi si è avvicinato al Metal e al Rock, che lo hanno stimolato in altre direzioni. Conosciuto per il progetto solista e sperimentale di Bologna Violenta, nato oramai 15 anni fa, ha collaborato nel frattempo con diversi gruppi facendo da polistrumentista, violinista in primis, e da arrangiatore. Parliamo per esempio dei Tre Allegri Ragazzi Morti, del Pan del Diavolo, degli Stato Sociale.

Nicola Manzan

Partiamo da Bologna Violenta: il 20 marzo 2020 è stato pubblicato il nuovo album “Bancarotta morale”, un titolo decisamente forte che sembra particolarmente adatto ai tempi che stiamo vivendo.

Dopo l’album “Uno bianca” mi sono reso conto di essere arrivato all’apice di quel discorso che stavo portando avanti da solo. Nel frattempo Alessandro Vagnoni mi stava facendo stalking da cinque anni per venire a suonare con me e io ho capito che lui era la persona più adatta, caratterialmente e artisticamente, sempre pronto a mettersi in gioco, accettare le sfide. Sua è stata l’idea dell’Ep “Cortina”, primo pezzo senza chitarra di Bologna Violenta, con solo batteria, violino e bass pedal. Quando è stato il momento del nuovo disco abbiamo proseguito su quella strada, cercando di avvicinarci di più alla narrazione di Bologna Violenta. Si tratta di storie vere a metà.  “Il truffatore”, per esempio, è una rivisitazione della figura del braccio destro di Padre Pio… Il titolo dell’album è uscito durante un tour con i Ronin e che ho mutuato da Pierpaolo Capovilla.  Era diventato una specie di gag durante una tournée. Era un titolo perfetto non solo per le tematiche trattate nel disco e ma anche per tutto quello che è il nostro mondo, in cui si fa un gran parlare ma è tutto l’opposto di quello che si dice, vedi la Green economy e al contempo la cementificazione del territorio che viene concessa… È un disco stilisticamente un passo avanti, con l’ultimo pezzo “Fuga, consapevolezza, redenzione” che è stato improvvisato all’organo e poi ri-arrangiato. Da lì la spinta per questo ultimo lavoro a mio nome…

“Bancarotta morale” è uscito anche in musicassetta vero?

Sì, è uscito in cassetta e le copie sono andate esaurite!  Il formato era perfetto per quel disco. L’etichetta che mi produce i dischi, Overdrive, (sua etichetta) ha una stamperia di vinili e cassette con macchinari degli anni Sessanta.  Ci sono persone che ancora apprezzano quel supporto.

In questo ultimo lavoro da solista, invece, “La città del disordine – storie di vita dal manicomio di San Lazzaro”, prendi in qualche modo una strada parallela. È un altro tema coraggioso perché affronti il tema della salute mentale.  Ci spieghi innanzitutto l’idea che ci sta dietro?

C’è un bellissimo progetto dei Musei Civici di Reggio Emilia per sviluppare collaborazioni tra museo e artista, per superare l’idea del museo come luogo chiuso in cui paghi il biglietto, guardi, stai zitto ed esci. Consiglio i Musei Civici, che sono uno spazio del Comune di Reggio Emilia, proprio perché sono spazi tutti da vivere dedicati a diverse tematiche, tra cui il Museo della storia della psichiatria, dentro l’ex ospedale psichiatrico di San Lazzaro.  Il tutto è partito da una reale collaborazione con la dottoressa Georgia Cantone, che prima si era interessata a Bologna Violenta e che durante la Museum Week mi ha coinvolto insieme a diversi artisti per rappresentare ciascuno una determinata area. Una delle parti del museo della psichiatria parla degli scemi di guerra, ovvero coloro che tornavano dalla prima guerra mondiale con dei traumi mentali, peraltro un tema che da anni volevo affrontare. Ho fatto un video e da lì il progetto è stato sviluppato fino a propormi di registrare un disco basato sulle cartelle cliniche dei pazienti passati per il manicomio.

Il manicomio era all’avanguardia all’epoca (n.d.r. parliamo di metà Ottocento), soprattutto per merito di Tamburini (amico di Lombroso) e Livi.  Tra i primi hanno creato un archivio mostruoso, che ora vede più di centomila cartelle cliniche, millecinquecento fotografie, opere dei pazienti. Per fortuna la responsabile, la dottoressa Bombardieri, me ne ha suggerite diciassette e io a mia volta ne ho prese otto, quelle che mi sembravano una panoramica delle situazioni, dalle “semplici” depressioni fino alla storia di Concetta, ragazzina di undici anni con crisi epilettiche e nessuna connessione con il mondo, definita “pericolosa per sé e per il mondo”, “nata ebete ed epilettica, prognosi infausta, nata in questo miserabile stato”. Storie terribili…

Il tema della salute mentale è molto affascinante, al di là dell’attualità del tema legato alla pandemia in corso. La salute mentale riguarda tutti noi, la patologia sfiora molti di noi.  Tu parli di persone e per me è stato importante e coinvolgente ascoltare le tue canzoni leggendo chi siano state effettivamente quelle persone, cosa abbiano passato.  Il disco è correlato da un libretto con quei testi? Chi avrà un approccio esclusivamente virtuale si perderà l’esperienza e forse comprenderà meno il senso del progetto…

Se fai un lavoro solo con la musica la musica resta lì. È stato quindi fatto un lavoro imponente anche a livello grafico.  L’inclusività pensata con i Musei era anche la possibilità di avere a disposizione una quantità enorme di materiale, il mio grafico ha ricevuto quindici giga di materiale. All’interno del disco ci sono dei booklet, ventotto pagine con il CD e sedici pagine in A4 con il vinile, con le storie dei personaggi, elaborati insieme alla dottoressa Bombardieri. Abbiamo inserito pezzi di cartelle cliniche, disegni dei pazienti…

Come hai vissuto l’esperienza? Ti ha turbato, angosciato, rasserenato?

È stato strano.  Il lavoro più grosso è stato studiare le cartelle.  Mi era stato chiesto da subito di non fare un disco horror ma io non ci avevo mai pensato. Ho pensato subito di voler dare una visione diversa di quello che è la malattia mentale, senza scadere nei luoghi comuni della bava alla bocca e della camicia di forza. Non è stato facile capire quali fossero le storie da raccontare, al di là della loro spettacolarità. Cosa c’era realmente dietro a queste persone? Quello che ho fatto è stato un tentativo di dare loro una dignità.  “La città del disordine” perché era un luogo organizzato in forma di città in cui i medici, che non usavano le camice di forza, tentavano di dare un ordine alla vita di queste persone, proponendo loro un lavoro e dando degli impegni. Volevano mettere insieme i cocci dal disordine della vita. Per me personalmente è stata un’esperienza positiva, anche se leggere le storie non è stato semplice.  Ti ci rivedi in alcune, te lo dici che anche tu fai la stessa cosa. La paranoia ti viene ma poi cerchi di staccarti, non siamo più in quell’epoca e quella non è la mia vita.

Hai sempre fatto musica strumentale, sei un artista pieno di contenuti ma senza parole. Non ti è mai venuta la voglia di aggiungere i testi alle tue creazioni?  Neanche in questo caso in cui descrivi storie, fatti, vite di persone?

No. Sono cresciuto con la musica classica, strumentale.  Faccio fatica ad imparare i testi delle canzoni, anche se mi è capitato di doverlo fare, mi sono trovato anche corista dei Baustelle! Non è il mio però. Sono vissuto ascoltando tanti poemi sinfonici, con la musica puoi dare talmente tanto che non c’è bisogno della parole.  Puoi scrivere nel libretto, per dire cosa sta succedendo quando stai ascoltando certi accordi, ma quando la musica strumentale ti fa venire i brividi non c’è bisogno di altro.

Sei soddisfatto del tuo percorso artistico? Cosa ti immagini ora, e cosa ti manca ancora? 

Domanda difficile. Il futuro è sempre incerto. Sono contento di quello che ho fatto fino ad oggi e ho lavorato moltissimo per arrivare qui.  Essere arrivato con Bologna Violenta a portarmi a casa lo stipendio, tanto per intenderci, per me è stato un grande risultato.  In passato i miei amici mi hanno preso in giro ma io sono sempre stato convinto: volevo fare il musicista. Era difficile pensare che sarebbe stata la mia vita ma è successo così. La vita offre possibilità e questo ultimo disco è stata una nuova esperienza.  È raro che io mi riascolti ma con questo lavoro lo faccio…

Cosa ti piace di quello che ascolti oggi della nuova musica italiana? È tutta da buttare come sono spesso tentati di dire i quaranta/cinquantenni come noi?

Altra domanda difficile. Tutta questa trap, perché di quello si parla, fa parte di un momento … Io per esempio adoro il disco “Pour l’amour” di Achille Lauro, che è con autotune e con tutti i crismi trap …

L’ultimo disco?

No, ora praticamente è diventato Vasco Rossi, ora non è interessante quello che fa. Questo è precedente. Ci mette dentro la borsa di Gucci, che a me sai che cazzo me ne frega, però c’è questa cosa della rivalsa hip hop, anche un po’ fastidiosa, sono un poveraccio ma ti faccio vedere quanto ricco sono… Lo so a memoria, è fatto bene.

Hai mai collaborato con qualche artista emergente?

Con Mezzosangue, che non è giovanissimo ma fa Hip Hop, ho fatto gli archi per il suo disco e poi dodici concerti.  Ho la fortuna di collaborare con Garrincha dischi, quella degli Stato Sociale, credo di essere in tutti i loro dischi. Ci sono cose che mi stupiscono molto di quello che propongono, hanno cantautori incredibilmente sinceri. Sono artisti che fanno quello che hanno voglia di fare, non vendono tantissimo ma per la casa discografica meritano comunque.  Ho fatto due dischi di Federico Cimini, super simpatico, persona che è esattamente ciò che è la sua musica.   Anche Frisino, che non conoscevo, Gregorio Sanchez… diciamo che i giovani vanno un po’ guidati, sennò gli si dice che stanno facendo la storia e non è così.  I Maneskin la stanno facendo invece, e tutti zitti.  Sono in classifica nel Regno Unito.  A volte abbiamo un anticampanilismo che massacra chi non è tuo amico. Gli White Stripes non fanno nulla di geniale, per dire, perché non farlo noi? I Maneskin non fanno nulla di eccezionale ma lo fanno bene. Lasciamoglielo fare.

Siamo conterranei tu ed io.  Dopo l’esperienza a Bologna sei tornato a vivere a Crocetta del Montello, in provincia di Treviso, un luogo che al di là della piacevolezza non si può certo definire al centro del mondo. Che rapporto hai con la tua terra? L’immagine che spesso diamo non è quella dell’apertura, della predisposizione alla contaminazione….

Sono andato via da Treviso quando avevo 26 anni, non ne potevo più delle dinamiche provinciali. Al mio paese non mi davano il caffè perché mi dicevano che ero un comunista … prima di tutto: chi te lo ha detto che sono comunista? Era nata l’occasione di avere uno studietto a Bologna, lo condividevo con Matteo Romagnoli (fondatore di Garrincha Dischi). L’idea era ripartire un po’ da zero ed è stata dura, Bologna Violenta è nata in quel momento. Dal fare il musicista figo di provincia sono passato a lavorare in autogrill…  Allontanandomi ho visto tutti i drammi del Veneto, ricordo che durante un’intervista fuori da un locale di Roma ho affermato che non ci sarei più tornato. Con il tempo fai pace con la tua vita, io sono io e basta, che me ne frega? La casa dei miei era vuota e a Bologna spendevo mille euro al mese. Avevo talmente preso le distanze con quello che era stato prima che non mi interessava nulla. Mi è passato il complesso di inferiorità dell’essere veneto nel resto d’Italia e ho imparato a trattare con i veneti.  Per loro la lingua straniera è l’italiano, ora vivo trenta chilometri più a nord di dove sono nato e mi chiamano terrone…

È l’identità che diventa escludente…

Esattamente… Ma ora ci sto bene, il posto è bellissimo e ci lavoro bene, la dinamica del paese la conosco, tutti sanno chi sono e cosa faccio. Poi il Veneto è un posto a suo modo orribile, con le sue dinamiche criminali a livello politico, di infiltrazioni mafiose, di cementificazione, di inquinamento. La zona dove abito io è una delle più inquinate d’Italia, ma per fortuna c’è il vento che porta via.

Articolo di Marco Zanchetta