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Intervista ai Perturbazione: “Risuona” e l’arte di abitare canzoni altrui

Il nuovo album è un viaggio di interpretazione soggettiva con una lavoro di re-interpretazione sensibile e curato

Finalmente il ritorno dei Perturbazione con il nuovo album “Risuona” – fuori dal 9 ottobre sia in formato fisico che in digitale – un viaggio attraverso 10 canzoni rilette, tradotte e reinterpretate in italiano dalla band. Ce lo presenta approfonditamente insieme ad aneddoti sui loro esordi Tommaso Cerasuolo, storica voce e co-fondatore della band.

“Risuona” è stato anticipato da un solo singolo, Only You”, mentre ormai il trend è pubblicarne otto su dieci dalla track list per poi, (forse per gli emergenti) far uscire l’album. Già questo è un elemento interessante, ma il singolo ci dà anche un assaggio del progetto complessivo, che consiste nel prendere brani altrui, rileggerli, ri-arrangiarli, ripensarli, re-immaginarli e poi realizzarli con il marchio dei Perturbazione.
Ci racconti il progetto?
Certo. Penso che la miccia sia proprio l’atto della traduzione. Le canzoni che compongono “Risuona” sono canzoni che stanno nel mio grande quadernone che ho spesso con me. Ne ho un paio così: sono le canzoni che uno ha mandato a memoria, quelle che conosce e che deve anche ripassare. L’atto di ricantarle quotidianamente e fare il giro, per così dire, di ripartire da zero e arrivare al punto in cui si era rimasti è una palestra sia vocale, perché così si resta in esercizio, sia un po’ spirituale: è una specie di mantra che ti canti. Molte delle canzoni che fanno parte di “Risuona” stanno dentro questo songbook ideale.

Nel gruppo, quando sei agli inizi e sei proprio giovane, fai cover. È una palestra anche quella: provi a imparare a suonare rifacendo qualcosa che ami. All’inizio cerchi di farlo nel modo più fedele possibile, poi in realtà ti rendi conto che le cover che ti vengono meglio sono quelle più personali, nelle quali ti sporchi un po’ le mani e ci metti qualcosa di tuo, sia nel registro vocale sia nell’arrangiamento. Quindi le rivisiti e ti spingi sempre più avanti nella conquista di una personalità. Noi ci siamo accorti, da circa venticinque anni, che ogni tanto veniva fuori qualcosa con le canzoni che conoscevi meglio, quelle che avevi cantato tanto in inglese. Nel provare a tradurle in italiano, quando riuscivi a trovare una soluzione sintattica e semantica e funzionava tutto, usciva fuori qualcosa di ancora più personale.

“Risuona”, quindi, è il senso di un gruppo che si mette lì e risuona le cose, ma è anche qualcosa che risuona nel tuo animo: un’emozione altrui che riesce a trovare in te una presa tale che, nell’atto della traduzione, un po’ cerchi di essere fedele a quell’autore e un po’ lo stai anche tradendo. Devi accettare questo piccolo tradimento, che ha a che fare con una parola inglese molto semplice, che sta abbastanza al centro delle canzoni in generale e di questo disco: amore, a-mo-re, love. Una sillaba sola in inglese, tre sillabe in italiano. E questo è l’inizio di tutti i guai nel tradurre.

Noi abbiamo una lingua estremamente dolce all’orecchio, ma non ce ne rendiamo conto perché siamo pieni di vocali. Penso che l’effetto che il brasiliano fa un po’ a noi sia quello che l’italiano fa alle orecchie inglesi, francesi e così via. Ogni lingua ha la sua musicalità: la nostra è molto musicale, molto dolce, è la lingua della musica lirica, scelta anche da tanti compositori che non parlavano italiano per scrivere le loro opere. Però, se consideri la metrica e il ritmo dell’inglese, che riesce a esprimere molto significato con poche sillabe, ecco che la traduzione letterale risulta immediatamente posticcia. Devi quindi giocare con la cosa, cominciare a smontare la frase, il significato, il centro narrativo. Per esempio, in “Perché non ho più”, “Only You” è la finestra: sono due amanti che parlano ancora, ma non si sentono più, perché c’è un vetro in mezzo. Quindi prendi questi mattoncini dell’ego, li smonti e poi rimonti qualcosa di nuovo, che però è fatto con quegli stessi mattoncini. Questo è il risuono.

Dal punto di vista sintattico e semantico deve essere stato un lavoro davvero enorme. Come hai spiegato, il passaggio da una lingua anglosassone a una neolatina non riguarda soltanto la metrica: anche esprimere lo stesso concetto implica una questione di significato. E poi c’è tutto il ri-arrangiamento musicale per accompagnare quella nuova semantica e rispettare l’identità dei Perturbazione. Direi che è stato un altro grande lavoro.
Sì, infatti. Quello era un po’ un viaggio personale sulla traduzione, ma poi accompagnava facilmente il gruppo nel non essere troppo letterale nell’arrangiare il pezzo. Riuscire a farlo suonare con la nostra chimica sonora veniva più facile nel momento in cui era tradotto: quella cosa si amplificava. Era semplice, o meglio naturale, suonare noi stessi e riuscire a fare una specie di disco estremamente personale pur usando cose che in realtà erano state scritte da altri. È stato un bel viaggio.

I brani di “Risuona” sono legati tra loro tematicamente?
Sì, credo che “Risuona” sia attraversato da un filo rosso molto legato all’assenza nell’amore, che non è il contrario dell’amore, ma una sua parte. Nei nostri affetti, e non soltanto nelle relazioni amorose o sessuali, nei rapporti tra due amanti o due innamorati, tutte le relazioni umane si nutrono di qualcosa che, prima o poi, deve affrontare il tema dell’assenza. Può succedere perché si decide che insieme non si riesce più a stare in armonia, oppure perché la vita ti priva di quegli affetti: perdiamo i genitori, perdiamo gli amici e così via. A cinquant’anni è qualcosa che ci è venuto a visitare più volte. Mi sono accorto che il tema dell’assenza è presente in tante di queste canzoni, in queste traduzioni.

Quindi non è stata una scelta a priori.
Me ne sono accorto alla fine, quando abbiamo messo le canzoni in fila. Ho pensato: Wow, è come se fosse la prosecuzione di “(Dis)amore”, un disco di sei anni fa, molto ambizioso, con una storia distributiva e promozionale molto sfortunata, perché è uscito in piena pandemia. È stato un casino, ma è un disco sul quale abbiamo lavorato tantissimo e a cui tenevamo molto. Raccontava la parabola di una storia d’amore qualunque, ma ragionava anche su che cosa facciamo dopo le relazioni: come riusciamo a prendere tutto questo materiale, mantecarlo e farne qualcosa che ci nutre invece di sottrarci qualcosa.

Penso che questo disco prosegua quel discorso. Credo che gli innamorati, le persone che si vogliono bene, debbano trovare nel tempo il modo di tradursi i sentimenti, pur parlando la stessa lingua. Quando diciamo certe parole – amore è la più grande di tutte, ma anche sorriso, tenerezza, sesso, dolcezza e così via – non è detto che stiamo dicendo la stessa cosa. Tradurle significa lavorare di fino, cercare un equilibrio e riuscire a far capire all’altro che cosa stai dicendo, anche se lo stai dicendo nella stessa lingua.

Nel tirare fuori questi brani dal quadernone, ognuno di voi voleva scegliere canzoni diverse oppure c’è stata convergenza?
In verità sono stati gentili Cristiano, Alex e Rossano ad assecondare un po’ quelle che erano le canzoni che io riuscivo, alla fine, a portare a compimento con la traduzione. Per queste dieci canzoni ce ne sono probabilmente decine, da qualche parte impilate, sulle quali ho provato a fare qualcosa, ma poi alla fine mi sono scontrato con ostacoli troppo grandi. Allo stesso tempo, quando abbiamo formalizzato il progetto, il viaggio era già lungo: erano passati tanti anni in cui ogni tanto traducevamo qualcosa. Due anni fa abbiamo messo a fuoco questo pensiero e ci siamo detti di provare a trasformarlo in un disco. Poi succedeva che arrivassero dei suggerimenti, ma ho capito che questo quadernone (che mi ha mostrato in video-call) è importante, perché contiene canzoni che ho già cantato tanto in inglese. C’era tutto un gioco che facilitava il lavoro. A volte mi sono avventurato in cose nuove e penso che continuerò a farlo: ogni tanto mi prende questo tarlo della traduzione e mi incuriosisce. L’album è arrivato come una chiusura del cerchio.

Nella scelta abbiamo tenuto conto anche di un altro fattore: abbiamo capito subito, abbastanza in fretta, che le canzoni molto iconiche, molto famose, non funzionano tradotte. La lingua originale risuona talmente tanto nelle nostre orecchie, proprio perché sono canzoni iconiche, che è una partita persa in partenza. Cito sempre l’esempio di Vasco Rossi: “Gli spari sopra” era una canzone poco conosciuta degli Emotional Fish, che Vasco ha fatto conoscere maggiormente in Italia. Anche la sua traduzione di “Creep” dei Radiohead funziona ma secondo me è un risultato minore. Non è colpa di Vasco Rossi: è il fatto di affrontare dei capisaldi, che sono inespugnabili.

Quello che si faceva negli anni Sessanta, anche nei musicarelli, oggi ci sembra una macchietta, ma all’epoca faceva parte della cultura musicale. Era anche un modo per portare all’attenzione del pubblico brani che altrimenti in Italia non sarebbero mai arrivati.
Non è un caso che scegliessero canzoni che avevano avuto molto successo all’estero, ma che da noi non erano ancora arrivate o, per qualche motivo, non erano state distribuite. Traducendole, alcune hanno poi subìto il passare del tempo, mentre altre sono diventate più iconiche dell’originale. Penso a “Il cielo in una stanza” o a “Domani è un altro giorno” di Ornella Vanoni. Quest’ultima è forse un brano che metterete in scaletta. “The Windmills of Your Mind” è una canzone molto più legata all’aspetto spirituale, al rapporto con la religiosità, mentre nella versione di Ornella Vanoni diventa più carnale, con riferimenti anche a Dio. Lo dice in un certo modo, ma la storia sembra la sua: è così autobiografica e allo stesso tempo universale da diventare qualcosa di incredibile. La storia della traduzione in Italia è tutta così: ci sono voli pazzeschi e capitomboli clamorosi. Raccontarla è una cosa succosa.

I Perturbazione fanno rima con live, sostanzialmente.
Con un po’ di fortuna, furgone permettendo, tempo permettendo, figli permettendo e altri lavori permettendo, cerchiamo di girare. Ci sarà una data zero, che apre la stagione del Teatro Magda Olivero di Saluzzo, in provincia di Cuneo. È un posto a cui vogliamo molto bene, è un bellissimo cinema-teatro. Da gennaio ci saranno altre date e speriamo di riuscire a suonare in giro per tutta Italia. Ci stiamo lavorando, speriamo di trovare gli incastri.

Dal vivo suonerete tutto “Risuona”?
No, abbiamo pensato di non dare questo album tutto in una volta al pubblico. L’abbiamo fatto recentemente con “La buona novella”, perché era un disco integrale da risuonare, ma era proprio uno spettacolo. In questo caso ci siamo domandati insieme come strutturare il live ed è venuta fuori l’idea di trovare dei riferimenti nella nostra discografia, nelle nostre storie, da mettere in relazione con quello che risuona. Per esempio, l’altro giorno stavamo provando “Music in a Foreign Language” di Lloyd Cole, che apre il disco. È finita quella storia, che racconta di un quarantenne che si innamora di una ragazza più giovane: i due hanno una relazione, ma quella storia non funziona e finisce. È stato facile abbinarla a “La rosa dei venti”, una canzone che apriva il nostro vecchio disco “In circolo”.

Il live sarà più o meno un viaggio di questo tipo, raccontando anche che cosa significa tradurre in Italia e che cosa è stato fatto nel corso del tempo. Si può alleggerire un po’ lo spettacolo con gli aneddoti attorno al rapporto d’amore e di tradimento che ha caratterizzato la storia della traduzione in Italia: ci sono esempi altissimi, come quelli di André, oppure tradimenti epocali compiuti dagli stessi autori, come Bowie o i Rolling Stones, che si sono rifatti in italiano. Sono esempi che ascoltiamo un po’ sorridendo, quindi ci diverte accennare a queste cose e giocarci.

Tra un po’ festeggerete il quarantennale della band!
Eh sì! Abbiamo iniziato quando non sapevamo proprio suonare, ma abbiamo detto: Facciamo una band. Eravamo sui banchi del liceo ed era il 1988, quindi tra due anni facciamo quarant’anni. È stato un percorso lungo: dai banchi del liceo provi a fare le cover, poi scopri che cosa funziona meglio. All’inizio vuoi fare tutto, poi capisci che hai un registro, che puoi permetterti alcune cose, che altre sono i tuoi punti di forza e ad altre non arriverai. Devi trovare un po’ la tua strada. Le prime cose che abbiamo scritto erano proprio in inglese, per imitazione. Mia mamma era una professoressa d’inglese, quindi non me la cavavo male con la lingua. Passare all’italiano è stato quasi un atto di traduzione di noi stessi. Provavamo un po’ di tutto. Cercavamo di essere, mano a mano, più sanguigni, sia nel suono delle chitarre sia nel timbro vocale. Poi, invece, il percorso è stato proprio inverso: abbiamo capito che, per sottrazione e cantando un po’ più piano, c’era una dolcezza che potevamo giocare. Se non riuscivamo a fare i Rage Against the Machine, non aveva nessun senso provarci. Erano quegli anni, tra grunge e post-punk, e così via.

A volte abbiamo provato a fare cose più graffianti, ma rispetto ai chitarroni e a tutto il resto anche i nostri chitarristi, mano a mano, capivano che potevano trovare altre strade. Si sente che Cristiano ha ascoltato tantissimo gli Smiths e Johnny Marr, e quel modo di suonare. Io stavo lì, in equilibrio tra Michael Stipe e timbri più vicini a Eddie Vedder. Cercavo di riuscire a fare cose un po’ più maschie, ma in realtà, piano piano, ho capito che dovevo lavorare di più sulla dolcezza, sulla tenerezza del mio timbro. È stato anche grazie alle persone con cui abbiamo lavorato nel tempo. Il produttore Fabio Magistrali è stato molto bravo a dirmi: Canta più piano, prova a fare… Non stai indagando bene, tira giù, togli. Grazie a lui è iniziato quel lavoro che poi è proseguito nel tempo.

Hai citato “La buona novella” (la nostra intervista), che avete fatto con Nada. Avete collaborato con tantissimi musicisti e artisti e avete realizzato un sacco di progetti che vanno oltre il classico album: avete sonorizzato film, scritto canzoni per imparare l’inglese e lavorato con il teatro di figura, un’esperienza che poi hanno ripreso anche altri musicisti. Quanto vi hanno influenzato tutte queste esperienze artistiche, sia quelle nate da voi sia le collaborazioni esterne? In che modo vi hanno cambiato dall’interno e come vi hanno contaminato dall’esterno?

È una domanda estremamente interessante. Credo che essere curiosi e contaminarci con altre forme di espressione artistica sia una cosa che ci è venuta dopo un po’ che suonavamo, per fame di uscire dal nostro uovo, altrimenti resti sempre chiuso lì dentro. Ho anche grande ammirazione per gli artisti che rifanno venti volte lo stesso disco e rimangono nella loro bolla, perché va benissimo così. Ci sono artisti, penso ad alcuni americani, che hanno fatto proprio questo e va benissimo. Noi eravamo più sperimentali, forse perché all’inizio eravamo un collettivo di sei persone: c’erano tante idee, tanti ascolti e così via. È venuta voglia di giocare, di provare a metterci alla prova. Così sono arrivati il teatro, l’illustrazione, il disegno – anche perché io facevo l’animatore – e poi la narrazione. Sono venuti fuori tanti formati diversi.

Lavorare a quelle cose ci ha portato a uscire dall’uovo anche nel senso di capire che la scrittura non deve per forza partire da un vissuto personale, quindi da qualcosa di molto autobiografico, in cui io, come prima persona singolare, sono necessariamente al centro delle canzoni. Abbiamo cominciato ad alzare la testa, a guardare il mondo fuori e a immaginare che si potessero scrivere canzoni anche da altri punti di vista. Penso che questa sia stata davvero la palestra che ci ha portato a dire: Ok, non tutto quello di cui cantiamo deve essere stato vissuto da noi. Non è automaticamente più genuino qualcosa che hai sentito sulla tua pelle. Puoi sentire delle cose anche se non le hai vissute in prima persona. Soprattutto, è interessante provare a uscire da te stesso e metterti nei panni di qualcun altro, nelle sue scarpe, provare a camminarci e vedere che cosa succede.

Credo che questo sia il risultato del fatto di aver provato a lavorare anche con tanti altri. Penso che “Le città viste dal basso”, uno strano format che prevedeva di riprendere canzoni storiche sul tema della città e rifarle, con tre o quattro ospiti ogni volta che raccontavano o cantavano le proprie città, sia stato un esempio importante. È stata un’esperienza che ci ha insegnato tanto. Provare a suonare e preparare quelle canzoni, vedere come erano scritte e confrontarsi con tante forme di scrittura è una palestra incredibile. Quando abbiamo capito che volevamo fare quel viaggio, le canzoni sono venute fuori in sequenza molto più facilmente. È successo anche con “Risuona”: quando abbiamo detto Ok, schiacciamo “on”, vogliamo fare un disco di traduzioni, da lì il lavoro ha preso forma.

Credo che ci piaccia l’idea di riuscire a costruire delle parabole narrative. Ultimamente mi sono appassionato molto a un disco di Sting di più di dieci anni fa, che ora sta portando in scena a Londra, con lui stesso sul palco. Si chiama “The Last Ship” ed è una sorta di musical che ha scritto sul crescere in una città portuale, dove c’erano grandi cantieri con navi di ferro. Racconta una comunità di lavoratori, la fine del lavoro manuale e industriale e la fine della comunità, come concetto. Ha tante sonorità irlandesi, è molto acustico. È un lavoro che mi riposa pur essendo pieno di parole. Lo metto alla fine delle giornate di lavoro più intense ed è qualcosa che mi rilassa tantissimo, perché Sting canta attraverso tanti personaggi. Non è esattamente il suo modo tradizionale di scrivere: interpreta davvero i diversi ruoli che ha messo in scena, membri di comunità che ha conosciuto crescendo in quei luoghi più proletari. Leggevo nel libretto che raccontava di aver passato dieci anni a cantare cose di altri, di aver fatto il disco con Dolly Parton e un altro album tutto di ballate, e di essersi sentito bloccato. A un certo punto, quando ha capito di voler raccontare quella storia, quella del luogo in cui erano cresciuti i suoi genitori e di tutta quella comunità, la scrittura è venuta fuori a fiume: non riusciva più a fermarsi.

Penso che ormai abbiamo un’età in cui, più che della singola canzone, ci innamoriamo di un viaggio narrativo, della possibilità di mettere i piedi in scarpe diverse dalle nostre. È lì che si apre qualcosa. Poi, però, una cosa per volta: adesso ci godiamo questo viaggio, che è bello.

Articolo di Francesca Cecconi

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